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Perché ho deciso di continuare l´attività in Senato
Questa lettera per spiegare le ragioni per cui ho deciso di accettare la
richiesta emersa dalla grande assemblea di Sinistra Critica di Domenica 15
aprile a Roma di ritirare le dimissioni da senatore che avevo rassegnato il
21 febbraio scorso. Com´è noto, la mia decisione, annunciata prima del voto
sulla relazione del Ministro Massimo D´Alema e confermata per iscritto
immediatamente dopo le votazioni a cui non ho preso parte, indicava la mia
volontà di rimettere nelle mani del Gruppo PRC-SE e del mio partito il
mandato, come gesto di correttezza di fronte a un dissenso forte sulla
politica estera del Governo che Rifondazione Comunista aveva deciso al
contrario di sostenere. Il mio gesto di disponibilità a lasciare il seggio ad altro esponente del partito per continuare la mia battaglia politica in altre istanze del PRC non ha trovato alcuna disponibilità da parte del gruppo dirigente del PRC. Nello stesso tempo ho invece incontrato, in queste settimane, una significativa e diffusa sensibilità politica, sicuramente inaspettata nella sua dimensione, la richiesta da parte di tante e tanti di continuare il lavoro parlamentare per testimoniare, anche in quella sede, di una posizione di alternativa anticapitalista, ma soprattutto di dare un po´ di voce alle rivendicazioni dei movimenti di massa e alle ragioni dei loro protagonisti. E´ quanto mi è stato chiesto di fare nelle tante, decine e decine di assemblee, che ho svolto, nelle molte migliaia di lettere che ho ricevuto a sostegno e infine nella pressante assemblea della mia area politica.
Mi sento quindi in dovere di continuare la battaglia politica intrapresa
all´interno del Senato della Repubblica, portando quelle sensibilità
politiche che si esprimono in tanta parte del Paese e che troverebbero
certamente minore possibilità di essere rappresentate a livello
parlamentare se avessi mantenuto le mie dimissioni. Non credo che sia
facile e mi auguro che vogliano farlo anche altre senatrici e senatori alla
luce dei fatti concreti che si svolgono sia nello scacchiere
internazionale, in primo luogo la guerra in Afghanistan, che nel nostro
paese, a partire dalle decisive questioni sociali lotta alla precarietà,
difesa delle pensioni, risarcimento sociale e salariale, sicurezza sul
lavoro, diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, difesa dei territori e
del futuro delle popolazioni di fronte allo scempio delle grandi opere. Ma
intendo impegnarmi anche su un altro terreno: quello dei cosiddetti costi
della politica, cioè dei privilegi inaccettabili che sono garantiti ai
parlamentari e agli eletti nelle istituzioni. Oggi questi privilegi
scavano sempre più un solco incolmabile tra gli istituzionali e le
cittadine e i cittadini, costituiscono un´ingiustizia inaccettabile e
alimentano un ceto politico insensibile alle istanze dei movimenti sociali
e alle legittime richieste delle elettrici e degli elettori. Questi
privilegi inoltre sono ancor più inaccettabili, perché contemporaneamente
salari, stipendi e pensioni subiscono da anni un progressivo
deterioramento, senza che il Parlamento abbia finora espresso una seria
volontà di intervenire per rovesciare questa tendenza.
Ci troviamo però di fronte a un problema collettivo, servono nuove leggi
che riducano drasticamente questi privilegi; la politica non può essere il
luogo della ascesa individuale e personale. Occorre ristabilire un rapporto
corretto tra le retribuzioni degli istituzionali (che dovrebbero essere i
rappresentanti e al servizio del popolo) e quelle dei normali cittadini,
delle lavoratrici e dei lavoratori. La forbice, che si aperta a dismisura,
deve essere drasticamente contenuta.
Franco Turigliatto |