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Napoli, 12/12/2006
D’Alema e Montezemolo: Patto per la crescita contro i lavoratori
Il vicepremier: coalizione e non collusione imprese-politica. Il leader di Confindustria: bene così, non frenate
A Sesto san Giovanni si è tenuto un convegno organizzato da italiani europei sulla fase due della politica economica alla quale hanno partecipato il Presidente di italianieuropei Massimo D’Alema, Enrico Letta sotto segretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e il presidente della Confindustria Luca Cordero di Montezemolo. Per i convenuti è stato un incontro importante per mettere a punto una nuova strategia di politica economica che dovrà inevitabilmente segnare la vita politica economica e sociale del nostro paese per gli anni a venire. Il Presidente della Confindustria chiede con forza che si faccia un patto per la crescita coinvolgendo tutte le parti sociali. Risponde a simile sollecitazione Massimo D’Alema: «Condivido pressoché totalmente l'impostazione di Luca Cordero di Montezemolo: noi dobbiamo lavorare a un nuovo patto fra le parti sociali». Quanti congressi nazionali del vecchio P.C.I. sono stati fatti avendo per tesi il patto tra produttori, l’accordo tra chi produce ricchezza nel mondo del lavoro in danno della rendita finanziaria e parassitaria. Questa tesi presupponeva l’accettazione da parte della classe operaia di sacrifici da fare in termini di aumenti salariali, di crescita dell’occupazione, di accettazione dei piani di ammodernamento e di ristrutturazione dell’apparato e del ciclo produttivo in cambio di una possibile ripresa del ciclo economico. I governi di solidarietà nazionale e dell’austerità avevano alla base teorica questi principi: si pensava che era possibile introdurre nella società capitalista elementi socialisti che con il divenire dello sviluppo sociale ed economico potessero sostituire le strutture portanti della società borghese. Il gruppo dirigente del vecchio P.C.I. organizzato intorno ad Enrico Berlinguer di cui il giovane Massimo D’Alema era il figlio prediletto hanno discusso ed elaborato tantissimo intorno ai percorsi da fare e ai contenuti da dare, per dare corpo ed anima alla “terza via” per la costruzione del socialismo che non fosse quella della socialdemocrazia mondiale o della esperienza della rivoluzione d’ottobre. Il gruppo dirigente berlingueriano era convinto che allargando gli spazi della democrazia e della partecipazione, estendendo la rete delle cooperative era possibile produrre e fare circolare le merci sfuggendo alle regole del mercato capitalista e del profitto. Gli eredi di Berlinguer, decenni dopo, non solo hanno distrutto il glorioso Partito Comunista Italiano ma si sono successivamente ingoiati anche il suo erede Partito Democratico della Sinistra e adesso si stanno definitivamente mangiando anche l’ultimo arrivato che è i Democratici di Sinistra evolvendo con una piccola parte della Margherita verso il nuovo partito dei moderati italiani, Partito Democratico Italiano: la terza via non esiste più e con i vari Bersani – Visco – Salvati ecc. esaltano in maniera piena ed incondizionata le virtù del libero mercato e delle sue regole. Sono diventati liberali e liberisti e provenendo da una Partito che nelle parole si definiva Comunista e nelle pratica non lo è mai stato non sono dei libertari ma dei liberticidi e ciò lo hanno dimostrato nella gestione delle stesse società cooperative (elementi concreti di socialismo sul terreno dell’economia) che si muovono sul mercato rispettandone le regole e le leggi di funzionamento incluso lo sfruttamento dei lavoratori e le operazioni sporche di alta finanza: di tutte le vecchie tesi sostenute con forza nei tanti congressi del vecchio P.C.I. l’unica che resiste con forza nei suoi postulati è quella del patto tra i produttori. La storia renderà possibile una vecchia utopia del P.C.I. e D’Alema ne sarà il profeta. Da Sesto San Giovanni, infatti, partirà la «fase due» della politica economica del governo: finalmente la concertazione o patto per la crescita, come si chiama oggi in sostituzione del vecchio termine patto tra i produttori, vedrà finalmente la luce. La politica della concertazione sociale che tanto cara fu a Carlo Azeglio Ciampi e ad Enrico Berlinguer riprenderà di nuovo forza e potenza. Dice il Presidente della Confindustria, Montezemolo: «Dobbiamo renderci conto che i livelli competitivi del Paese sono bassissimi. Che l'impresa ha reagito, che è l'industria a trainare lo sviluppo. Che capisce, anche, quali siano i disagi e dice: siamo disponibili, chiediamo più produttività ma offriamo, in cambio, più salario.». All’invito esplicito del presidente della confindustria risponde il duo Letta - D’Alema: «Se l'impresa accetta davvero la sua stessa sfida, siamo disposti a metterci in gioco anche noi». Questo è l'obiettivo del governo: far sedere a un tavolo tutte le parti sociali per una grande concertazione. Patto per la crescita, la competitività e la produttività del Paese. Ognuno ci deve mettere qualcosa. Il patto tra produttori o per la crescita prevede: «Più flessibilità e più meritocrazia», come chiedono le aziende e come in passato chiedevano con forza Craxi, Martelli e Amato, e in cambio le imprese devono dare «meno precarietà», come «giustamente» chiede il sindacato. Ed è anche, «l'incontro», indispensabile: «Questo è un Paese che si mobilita quando è in gioco la sua salvezza. Stavolta facciamolo non sull'emergenza, ma per cogliere le occasioni. Stiamo tornando a crescere, ed è vero che le imprese hanno saputo ingegnarsi: adesso facciamo tutti leva per rilanciare la competitività». Le imprese sono ritornate a crescere e a recuperare competitività portando a compimento processi di ammodernamento e di ristrutturazione selvagge del ciclo produttivo che ha comportato la fuoriuscita dal mondo del lavoro di decine di migliaia di lavoratori e l’aumento della precarietà e dei disoccupati. Queste dinamiche non vengono prese in considerazione dagli alleati per il patto di futura crescita, che mettono in risalto la necessità di instaurare un «rapporto sano» tra politica ed economia. Il presidente di confindustria - Montezemolo – nella parte conclusiva del suo intervento al convegno precisa che «il gioco di squadra esalta il vero sistema-Paese e cita a mo di esempio positivo l’apertura del governo Prodi al mercato cinese ed indiano», e puntualizza che lo Stato deve supportare o aiutare l'economia ma senza invasioni. Il governo Berlusconi – Tremonti – Fini – Bossi – Casini è stato «il governo delle occasioni perse», mentre nel governo Prodi – D’Alema - Letta c’è: «un forte impegno riformista, però il timore è sempre quello: il freno delle ali estreme». Non lo dice ma pensa che sostituendo Rifondazione Comunista e i Comunisti Italiani con il nuovo centro che si va costituendo intorno a Casini, De Mita, Mastella, Marini si possano tagliare le ali estreme presenti nei due poli e rendere il quadro politico governabile. La critica al berlusconismo vede uniti sia il presidente della confindustria che il duo D’Alema – Letta, uniti nel denunciare i tanti guasti prodotti al sistema politico nazionale da «Berlusconi diventato premier e i tanti guasti che sta ancora producendo da leader politico che ancora oggi non usa nel suo linguaggio politico le parole "globalizzazione" ed "Europa". Il suo progetto politico è rozzo e populista: prevede l’uscita dall'euro e il ritorno alla svalutazione competitiva. Il che nel breve termine potrebbe persino riscaldare. Però bruciando come la paglia, a breve: tra dieci anni resterebbero solo macerie». L’intero ceto politico dell’Ulivo deve farsi carico della strategia proposta da Montezemolo ed esposta da D’Alema e Letta: «Dobbiamo muoverci come squadra cancellando l'atmosfera di sospetto che si respira ogni volta che se ne parla. Tutti si comportino da vera classe dirigente. Il che significa passare da una logica di collusione a una di coalizione». D’Alema e Letta chiariscono ulteriormente che loro «intendono solo comune responsabilità. Guardate gli altri Paesi europei: c'è un blocco economico-politico fortissimo nel nome dell'interesse nazionale, ed è ovvio visto che nel mondo globale anche la politica è concorrenziale e ha un ruolo nella competitività. Perché da noi tutto ciò deve sempre suscitare sospetto?». Cita l’esempio della Germania e degli stessi Stati Uniti D’America, paesi nei quali i conservatori e i socialdemocratici o democratici sono costretti a governare insieme. Nella loro logica i sindacati devono garantire e governare la conflittualità sociale e di classe, accettare le gabbie delle compatibilità necessarie allo sviluppo e alle competitività delle aziende. Il conflitto sociale e di classe produce lacerazione e tensioni: per il governo e la confindustria la concertazione è la sola strada praticabile e il sindacato lo deve capire e praticare. In cambio il sindacato deve essere coinvolto nella gestione dei fondi pensionistici, deve contare di più nelle fabbriche e nel pubblico impiego, deve coogestire segmenti importanti dell’economia e dei servizi. Non solo piccoli aumenti salariali o impegno che se le cose vanno bene un po’ di occupazione in più la si da, ma potere vero e reale da garantire e proteggere nel ciclo economico e produttivo del paese. Le risorse da gestire dallo scippo delle liquidazioni dei lavoratori vanno gestite in maniera diretta o indiretta dai vertici sindacali: su questa posizione non si discute e non si transige.
Se questi sono gli scenari bisogna lavorare con forza per rompere le gabbie della competitività, per opporsi alle politiche della concertazione economica, sociale e sindacale e rilanciare le ragioni del conflitto sociale e di classe. Per l’autonomia e l’indipendenza di classe, per riaffermare la tesi dell’incompatibilità e dell’indipendenza di classe, per l’unità della sinistra di classe dentro il PARTITO D’AZIONE COMUNISTA. |