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Dopo la manifestazione di sabato 2 dicembre 2006 da parte dei partiti delle destre sarà ancora possibile mettere in piedi un governo D’Alema di larghe intese?
Le crisi della socialdemocrazia e dei partiti popolari in Europa stanno determinando, in moltissimi Paesi, governi cosiddetti di grande coalizione. È successo in Germania, poi l’esperimento si è spostato in Austria e successivamente in Olanda. Dopo le elezioni politiche svoltesi in Italia, che hanno visto le forze dell’Ulivo avere una maggioranza risicata al Senato, lo stesso scenario messo in atto nei Paesi appena citati si sta lentamente ma incessantemente riproponendo anche nel nostro Paese. L’idea, subito dopo le recenti elezioni politiche, è venuta per primo a Berlusconi, e in tanti nel centro sinistra ci hanno e ci stanno pensando seriamente, e tra questi ci troviamo sicuramente D’Alema. Le recenti elezioni svoltesi in molti Paesi europei sembrano dare gli stessi risultati: non riescono a dare maggioranze solide, forti e compatte, indipendentemente dal fatto che precedentemente questi Paesi fossero governati dalla socialdemocrazia (GERMANIA ) o dalla destra populista e reazionaria (AUSTRIA). Alla luce dei risultati usciti dalle urne elettorali sembra che la Grande Coalizione tra socialdemocratici, popolari e liberali sia l’unica forma di governo possibile e praticabile, e simile scenario sia da esportare in molti Paesi europei. Ciò è possibile in primo luogo perché non sono molte le differenze nel modo di governare e di rappresentare gli interessi economici e sociali tra i socialdemocratici e le forze liberali e popolari: le risposte che entrambi gli schieramenti politici danno ai grandi temi e questioni dell’economia e del suo possibile sviluppo in chiave capitalistica sono essenzialmente quasi simili, e se differenze esistono sono più nel metodo che nel merito del superamento del capitalismo, tema questo non a cuore ne dei socialdemocratici europei o democratici all’americana e ne tanto meno ai liberali o ai popolari. In Italia i partiti dell’Ulivo più Rifondazione Comunista nel loro programma politico di governo non si proponevano certamente l’obiettivo del superamento del capitalismo o dell’introduzione di elementi di socialismo dentro la realtà socio economica italiana. Ci si proponeva l’obbiettivo minimo di correggere alcune distorsioni introdotte da Tremonti nella gestione del bilancio e dell’economia dello Stato, qualche rettifica in politica internazionale appiattita su quella della destra reazionaria americana e qualche revisione ad alcune leggi in materia di conflitto di interessi e di giustizia. La prima legge finanziaria approvata dall’Ulivo e da Rifondazione Comunista va nella stessa direzione del governo di Berlusconi e di Tremonti: ci sono ancora tagli alla spesa pubblica e continua l’assalto alla diligenza con ulteriori privatizzazioni e dismissioni di parti importanti del patrimonio economico e produttivo dello Stato.
Chi
governa paga uno scotto notevole e ciò a causa del cattivo andamento del
ciclo economico e delle scelte che si prendono, che inevitabilmente vanno
tutte nella direzione di colpire gli interessi più deboli a vantaggi di
quelli più forti, che mai hanno pagato i costi delle ricorrenti crisi
economiche che scuotono le attuali formazioni economiche e sociali
capitaliste.
In Italia siamo al paradosso che l’opposizione al quadro politico attuale ha
un leader forte e carismatico, proprietario di un impero economico,
finanziario ed editoriale che ha pochi eguali in tutto il resto del mondo,
ed ha le stesse ricette economiche, politiche e sociali per “guarire” il
Paese dei suoi presunti avversari. E’ liberale e liberista come Prodi e
forse nemmeno così estremista come Padoa Schioppa. Subito dopo le elezioni
Berlusconi propose un governo di larghe intese e D’Alema non gli disse un no
secco, e piano piano incominciò a tagliare la sedia a Prodi: il governo di
larghe intese in Italia è uno scenario che possiamo concretamente verificare
subito dopo lo svolgimento delle prossime elezioni di Londra e di Parigi. In
modo particolare dobbiamo vedere cosa uscirà fuori dalle prossime elezioni
presidenziali francesi per capire dove sta andando l’Europa, visto che in
Inghilterra il dopo Blair è già iniziato da tempo e il vecchio partito
laburista, senza nessun se o ma, è uguale al partito conservatore.
Se ci fosse un sistema elettorale proporzionale ci sarebbe sicuramente un partito di centro alternativo alla sinistra e in particolari situazioni suo alleato (esempio tedesco, o olandese, o francese, quando il partito socialista al secondo turno elettorale delle passate elezioni presidenziali diede indicazione di voto per Jacques Chirac contro Le Pen ) e un partito comunista che lotterebbe per affermare l’autonomia e l’indipendenza di classe rompendo con ogni ipotesi di compatibilità e/o concertazione con gli interessi dell’attuale classe dominante. Il Partito D’Azione Comunista è impegnato a costruire questo percorso che porta inevitabilmente all’affermazione dell’autonomia e all’unità di classe.
Napoli 04/12/2006 |