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Nome: nico ----- Data e ora: 24/07/2011 - 14.55.10 ----- Titolo: Discorso inedito di Stalin al Plenun del C.C. Discorso inedito di I.V. Stalin al Plenum del Comitato Centrale del PCUS del 16 ottobre 1952. Il discorso e' riportato nel resoconto stenografico della seduta ad opera di L.N. Efremov ed e' stato pubblicato da «Sovietskaja Rossija» il 13 gennaio 2000 e tradotto in italiano da Stefano Trocini. Dal verbale si puo' capire che gli avvenimenti relativi al XX Congresso del PCUS stavano gia' maturando prima della morte di Stalin e che la destra del partito stava gia' lavorando alla svolta del ’56.
Si e' svolto dunque il congresso del partito. I lavori del congresso sono andati bene e a molti puo' sembrare che tra noi ci sia la piu' completa unita'. E invece questa unita' non c’e'. Alcuni esprimono disaccordo con le nostre decisioni.
Si chiedono perche' abbiamo sensibilmente allargato la composizione del CC. Ma non e' forse chiaro che occorreva introdurre forze nuove nel CC? Noi siamo vecchi, moriremo tutti, e allora, non dobbiamo forse pensare a chi consegneremo il testimone dela nostra grande causa? Chi la portera' avanti? Per questo occorrono persone, esponenti politici piu' giovani, fedeli. E cosa significa far crescere un esponente politico, uno statista? Per questo ci vuole un grande impegno. Occorrono dieci, anzi quindici anni per preparare un uomo di stato.
Ma non basta soltanto desiderarlo. E’ possibile preparare uomini politici ideologicamente temprati soltanto nell’attivita' pratica, nel lavoro quotidiano per applicare la linea generale del partito, per vincere l’opposizione di ogni genere di elementi opportunisti ostili, che tendono a frenare e minare l’opera di costruzione del socialismo. Gli esponenti politici di esperienza leninista, educati dal nostro partito, dovranno sconfiggere nella lotta questi tentativi ostili e conseguire il pieno successo nel raggiungimento dei nostri grandi obiettivi.
Non e' forse chiaro che bisogna elevare il ruolo del partito, dei comitati di partito? Come si puo' trascurare il miglioramento del lavoro del partito tra le masse, come ci ha insegnato Lenin? Tutto cio' richiede un afflusso di forze giovani e fresche nel CC, che e' il quartier generale dirigente del nostro partito. E cosi' abbiamo fatto, seguendo le indicazioni di Lenin. Ecco perche' abbiamo allargato la composizione del CC. E anche il partito si e' un poco ingrandito.
Ci chiedono perche' abbiamo liberato da importanti incarichi ministeriali illustri esponenti del partito e dello stato. Cosa possiamo dire a questo proposito? Abbiamo liberato Molotov, Kaganovic, Vorosilov ed altri dai loro incarichi ministeriali e li abbiamo sostituiti con nuovi funzionari. Perche'? Su quale base? Il lavoro di ministro e' un lavoro duro. Richiede grande energia, concrete conoscenze e salute. Ecco perche' abbiamo liberato alcuni compagni meritevoli dagli incarichi ricoperti e abbiamo nominato al loro posto funzionari nuovi, piu' qualificati e intraprendenti. Sono persone giovani, piene di forza e di energia. Dobbiamo appoggiarli nel loro impegnativo lavoro.
Per quanto riguarda questi illustri esponenti politici e statisti, essi rimarranno tali, illustri esponenti politici e statisti. Li abbiamo nominati vicepresidenti del Consiglio dei Ministri. E cosi' neppure io so quanti sono i miei vice.
Non possiamo non considerare il non corretto comportamento di alcuni illustri esponenti politici, se parliamo dell’unita' nelle nostre azioni. Mi riferisco ai compagni Molotov e Mikojan.
Molotov e' un compagno fedele alla nostra causa. Se lo chiami, sono certo che senza il minimo tentennamento egli sacrifichera' la vita per il partito. Ma non si puo' ignorare certe sue azioni poco degne. Il compagno Molotov, nostro ministro degli esteri, in un ricevimento diplomatico, "tradito da qualche bicchierino" ha dato all’ambasciatore inglese il consenso alla pubblicazione nel nostro paese di giornali e riviste borghesi. Perche'? Su quali basi ha ritenuto di dover dare questo consenso? Forse non e' chiaro che la borghesia e' il nostro nemico di classe e che la diffusione della stampa borghese tra i cittadini sovietici non puo' fare nient’altro che danno? Se facessimo questo passo sbagliato esso eserciterebbe un’influenza dannosa, negativa sulle menti e sulla visione del mondo dei cittadini sovietici, porterebbe all’indebolimento della nostra ideologia comunista e al rafforzamento dell’ideologia borghese. Questo e' il primo errore politico del compagno Molotov.
E che significa poi la proposta del compagno Molotov di dare la Crimea agli ebrei? Questo e' un grave errore del compagno Molotov. Perche' lo ha fatto? Come ha potuto farlo? Su quali basi il compagno Molotov ha formulato una simile proposta? Da noi gia' esiste la repubblica autonoma degli ebrei. Non basta forse? Che questa repubblica si sviluppi. E il compagno Molotov non deve fare l’avvocato di pretese illegittime degli ebrei sulla nostra Crimea Sovietica. Il compagno Molotov si comporta in modo scorretto per un membro del Politburo. E noi respingiamo categoricamente le sue proposte cervellotiche.
Il compagno Molotov ha una cosi' alta considerazione della propria consorte, che non facciamo in tempo a prendere una decisione nel Politburo su questo o quel problema politico e la cosa viene rapidamente a conoscenza della compagna Zemcuzina. Sembra che un filo invisibile colleghi il Politburo con la consorte di Molotov Zemcuzina e i suoi amici. E lei e' circondata di amici di cui non ci si puo' fidare. E’ evidente che questo comportamento di un membro del Politburo e' inammissibile.
Passiamo ora al compagno Mikojan. Egli arriva a contestare l’aumento dell’imposta agricola sui contadini. Chi e' il nostro Anastas Mikojan? Cosa non gli e' chiaro?
Il mujik e' nostro debitore. Ai contadini ci lega una solida alleanza. Abbiamo concesso la terra ai colcos per l’eternita'. Essi debbono dare allo stato il dovuto. Percio' non si puo' essere d’accordo con il compagno Mikojan.
A.J. Mikojan sale alla tribuna e si giustifica rimandando a certi conti economici.
Stalin (interrompendo Mikojan): Mikojan e' un novello Frumkin. Guardate, si confonde da se' e vuole confondere anche noi in queste chiare questioni di principio.
V.I.Molotov sale alla tribuna, ammette i suoi errori, si giustifica e assicura che e' stato e restera' un fedele discepolo di Stalin.
Stalin (interrompendo Molotov): Sciocchezze! Io non ho discepoli. Tutti noi siamo discepoli del grande Lenin.
Stalin propone di risolvere le questioni organizzative, di eleggere gli organi dirigenti del partito. Al posto del politburo si elegge il presidium del partito sensibilmente allargato, nonche' la Segreteria del CC del PCUS composta in tutto da 36 persone.
Nell’elenco, dice Stalin, ci sono tutti i membri del vecchio Politburo ad eccezione di A.A.Andrev. Quanto allo spettabile Andreev e' tutto chiaro, egli e' diventato completamente sordo, non sente niente, non puo' lavorare, deve curarsi.
Voce dalla sala: Bisogna eleggere il compagno Stalin Segretario Generale del CC del PCUS.
Stalin: No! Liberatemi dagli incarichi di Segretario Generale del CC del PCUS e presidente del Consiglio dei Ministri dell’URSS.
G.N.Malenkov (dalla tribuna): Compagni! Dobbiamo chiedere tutti al compagno Stalin, nostra guida e maestro, all’unanimita' e all’unisono, di essere ancora Segretario Generale del CC del PCUS!
Stalin (dalla tribuna): Al Plenum del CC non servono gli applausi. Bisogna risolvere i problemi senza emozioni, in modo pratico. E io chiedo di essere liberato dagli incarichi di Segretario Generale del CC del PCUS e presidente del Consiglio dei Ministri dell’URSS. Io sono ormai vecchio. Non leggo i documenti. Eleggetevi un altro Segretario.
S.K.Timosenko: Compagno Stalin! Il popolo non capira'. Noi tutti come un sol uomo vi eleggiamo nostro dirigente, Segretario Generale del CC del PCUS. Non puo' esserci un’altra soluzione.
Tutti si alzano in piedi e applaudono calorosamente, appoggiando Timosenko. Stalin rimane a lungo in piedi guardando la sala, poi fa con la mano un gesto di disappunto e si siede.
NOTE (della redazione di «Sovietskaja Rossija»)
L’affermazione di Stalin sulla mancanza della piena unita' in seno alla dirigenza del partito ebbe un’evidente conferma dopo la sua morte. Il gruppo che prese il sopravvento, ignorando le norme della democrazia di partito e sovietica, restrinse drasticamente la composizione degli organismi dirigenti e fece di tutto per sbarazzarsi delle forze giovani e altamente qualificate promosse dal XIX congresso del PCUS.
Quando parla degli amici della moglie di Molotov, P.S. Zemcuzina, Stalin si riferisce ai circoli nazionalistici ebraici, sui quali l’allora ambasciatore di Israele in URSS Golda Meir esercitava una notevole influenza..
Frumkin M.I., menzionato da Stalin, si iscrisse al partito dal 1898 e dopo la rivoluzione d’Ottobre fu vicecommissario del popolo per le derrate alimentari, presidente del comitato rivoluzionario della Siberia, commissario del popolo al commercio con l’estero e commissario del popolo per le finanze. Fu esponente attivo dell’opposizione di destra
Nome: o'uigi ----- Data e ora: 28/06/2011 - 0.49.39 ----- Titolo: intervento alla fiom intervento all'assemblea FIOM di Milano-sestoS.G.
LE NUOVE RADICI GRECHE DELL'OCCIDENTE: LA CRISI E LA RIVOLTA SOCIALE
(PROPOSTE INTORNO ALLE TENDENZE ALLA RIVOLTA SOCIALE)
LO STATO DI COSE PRESENTE
I recenti risultati delle elezioni amministrative e dei referendum confermano che e' in corso un processo di radicalizzazione sociale.
Vaste forze sociali popolari stanno tornando in movimento: la resistenza degli operai in particolare metalmeccanici (dalla Finse allo sciopero del 16 ottobre, da Pomigliano e Mirafiori fino allo sciopero generale cgil), i precari e gli studenti per tutto l' autunno scorso, gli immigrati su torri e gru quest'inverno, le donne e la loro straordinaria mobilitazione del 13 febbraio, e un po' tutta la societa' civile nelle recenti tornate elettorali.
Giovani, operai e precari, donne, immigrati sono i soggetti sociali che tornano con forza ad essere protagonisti. Questa radicalizzazione sociale e' destinata a crescere ed a estendersi in risposta a questa fase di crisi del capitalismo: le massicce proteste sociali in Grecia e Spagna anticipano come un laboratorio quanto potra' accadere anche in Italia.
In particolare sembra destinata ad esplodere la questione giovanile, sia nel versante scuola sia in quello occupazionale; i segnali indicano una progressiva radicalizzazione politica che lascia prevedere un prossimo autunno di lotte ancora piu' estese.
Alla base delle proteste giovanili, contro i tagli e a difesa dell'istruzione pubblica come bene comune, vi e' soprattutto la volonta' di reagire ad un futuro sociale disperante che nasce dalla percezione ormai diffusa che il modello capitalista sia in crisi profonda.
Sicuramente stiamo entrando in una nuova fase di scontro sociale: le manovre finanziarie di tagli da 40 miliardi di euro l'anno per i prossimi tre anni ed una nuova incombente crisi internazionale del capitalismo renderanno ancora piu' intensa la lotta sociale. E questa radicalizzazione, in assenza di un interlocutore e di una rappresentanza istituzionale adeguata, potra' trasformarsi in rivolta sociale.
OBIETTIVI DI FASE DEI MOVIMENTI
Per prepararci a questa nuova e drammatica fase dobbiamo mettere a punto un programma di unificazione dei movimenti e delle forze sociali in campo, con a mio parere quattro obiettivi di fase:
Preparare la spallata definitiva a questo governo, che potra' cadere solo con la forza messa in piazza dai movimenti, evidenziando le responsabilita' dei governi Berlusconi nell'esplosione del debito pubblico, nella classista distribuzione del reddito (che ha portato un italiano su 10 a detenere la stessa ricchezza degli altri nove), nella corruzione e clintelismo, nei salvataggi di banche e di capitalismo privato, nelle guerre e nelle spese militari. Sara' determinante quest'autunno fare quadrato intorno alla battaglia per il contratto nazionale degli operai metalmeccanici, associandola ed estendendola alla battaglia per un nuovo contratto sociale di garanzie sociali, "contratto" esteso ai precari ed ai diritti / beni comuni come lavoro e reddito, istruzione, salute.
Bruciare il terreno intorno ad ogni ipotesi di governo di un qualsiasi "Papandreu italiano", cioe' di un nuovo governo che voglia far pagare alle classi popolari il debito pubblico accumulato a nostro carico dalle classi dirigenti in questi decenni. "Noi la crisi non la paghiamo" vuol dire che i debiti fatti dalla borghesia a nostro carico li deve pagare la borghesia : "Noi i vostri debiti non li paghiamo". Bruciare il terreno intorno ad un nuovo Papandreu italiano vuol dire impedire alla borghesia di usare la sinistra istituzionale per far passare le proprie politiche anti-popolari.
Approfondire l'analisi di questa crisi del capitalismo e del contesto globale in cui e' inserita; non possiamo accontentarci di riduttivistiche o superficiali analisi che incolpano della crisi la speculazione o le banche; un buon uomo di nome Marx ha passato decenni a studiare le crisi del capitalismo, la sovraproduzione, la caduta dei saggi di profitto ecc. Abbiamo bisogno di aggiornarla al ciclo economico degli ultimi trentanni, alla innovazione informatico-tecnologica, alla delocalizzazione delle produzioni, alla finanziarizzazione spinta e all'uso del debito (privato, pubblico e ora sovrano) per assorbire la sovraproduzione. Anche la ripresa del marxismo e' una tendenza in atto ed in nuovo grande sviluppo.
Elaborare collettivamente un programma sulla base del contesto di crisi globale del capitalismo, e dei bisogni delle forze sociali popolari. Un programma a mio parere che porti l'Italia fuori dallo schieramento capitalista dell'Occidente inteso in ogni senso: fuori dalle guerre e dalla Nato; reindustrializzazione concordata con i paesi emergenti; garanzie sociali, mezzi di sussistenza e beni comuni per tutti, "crescita eco-sostenibile", diritto ad una maternita' protetta,... un programma da forgiare nel corso dello scontro sociale ed alternativo alla crisi del capitalismo. Un programma che abbia al centro il punto di vista degli operai, dei giovani, delle donne, dei popoli del mondo dentro e fuori il Paese, e anche il punto di vista della Natura. L'accelerazione dello scontro (e della storia) ci impone di sviluppare quanto prima e quanto al meglio una alternativa di uscita dalla crisi del capitalismo occidentale. O una crisi drammatica e la solita tragica risposta delle guerre travolgera' noi tutti.
Luigi Ambrosi
Nome: NICO ----- Data e ora: 19/06/2011 - 17.34.58 ----- Titolo: IL SUPERAMENTO DELL'ANTISTALINISMO Un importante presupposto per la ricostituzione del movimento comunista come movimento unitario marxista-leninista.pubblicata da Antonio Dangelo il giorno domenica 19 giugno 2011 alle ore 17.30
da Kurt Gossweiler, Contro il revisionismo, Zambon Editore, 2009, pagg 101-114
Il superamento dell’antistalinismo
Un importante presupposto per la ricostituzione del movimento comunista come movimento unitario marxista-leninista
Per i marxisti non costituisce certo una sorpresa che la fine dell’Unione Sovietica e degli Stati socialisti europei abbia provocato il ritorno della guerra in Europa e l’inizio di un’offensiva generalizzata del capitale contro la classe operaia e tutto il mondo del lavoro.
Una simile brutale offensiva del capitale puo' essere battuta solo con una comune e unitaria difesa da parte di tutti coloro che ne vengono colpiti. Non fosse altro che per questo, apparirebbe evidente la necessita' del ripristino di un movimento comunista unitario, per non parlare poi del compito di por fine al dominio dell’imperialismo.
Sfortunatamente pero' il movimento comunista e' ben lontano dall’essere un movimento unitario.
. quanto piuttosto nel contrasto di idee relativo alla variazione della natura e dalla politica dei paesi socialisti, e in primo luogo dell’Unione Sovietica, In proposito, cosi' almeno mi pare, l’ostacolo principale che si erge contro la realizzazione dell’unita' dei comunisti non sta tanto nelle divergenze d’opinione sui
, l’Unione Sovietica e gli altri Stati socialisti, esclusa l’Albania, a partire dal XX Congresso avrebbero perduto completamente la qualita' di paesi socialisti e si sarebbero trasformati in paesi a capitalismo di stato: costoro considerano chiunque non condivida questa opinione come un revisionista, con cui non sarebbe possibile avere nulla in comune.Secondo
Altri
Quest’ultima posizione e' quella su cui si attesta la maggior parte delle organizzazioni che dopo la disgregazione dei partiti comunisti si sono riformate dalle loro rovine, e per essere precisi, non solo quelle che ora si professano apertamente come partiti socialdemocratici, ma persino il maggior numero di quelle che si qualificano come partiti comunisti, e financo la PDS (tedesca), che naviga tra le due posizioni che abbiamo individuato.
e' stato il fattore principale della distruzione dei partiti comunisti e degli Stati socialisti. il principale ostacolo all’unificazione dei comunisti, cosi' come L’antistalinismo e' nei fatti
Per convalidare un’affermazione del genere, mi limito a citare due testimoni di primo piano, che stanno certo al disopra di ogni sospetto di "stalinismo".
. non altri che , il e' l’ex ministro degli esteri americano Il
.La campagna contro StalinDulles
Stalinismo e' un concetto inventato dai nemici del comunismoGorbačëv
L’elemento di gran lunga piu' efficace nell’antistalinismo e' costituito dalla rappresentazione di Stalin come un despota assetato di potere, un sanguinario assassino di milioni di innocenti.
Su questo molto ci sarebbe da dire. Qui, in breve, soltanto le seguenti osservazioni:
Primo
Secondo
Terzo
Senza la certezza che prima o poi sarebbe stata scatenata contro l’Unione Sovietica l’aggressione fascista, non ci sarebbero stati i processi di Mosca né le "epurazioni" draconiane, che furono posti in essere al fine di evitare che si formasse nel paese una quinta colonna.
Quarto
Quinto
.E dunque, prima di tutto,
Cominciamo da alcuni estratti dal libro di J.A.Davies, uscito nel 1943 a Zurigo: "Ambasciatore degli Usa a Mosca. Rapporti autentici e confidenziali sull’Unione Sovietica fino all’ottobre 1941".
Davies ha seguito, come ogni diplomatico che lo avesse desiderato, i processi di Mosca quale testimone oculare (di professione egli era giurista).
.Il 17 marzo 1938 Davies ha trasmesso in un dispaccio a Washington le proprie impressioni sul processo contro Bucharin ed altri. Il telegramma e' del seguente tenore (estratto): "Malgrado le mie prevenzioni..., dopo aver osservato giorno per giorno i testimoni ed il loro atteggiamento, in forza dell’evidenza che automaticamente me ne derivava, mi sono formato la convinzione, con riguardo agli imputati politici, che un numero sufficiente dei reati contro le leggi sovietiche elencati negli atti di accusa risultasse provato e sottratto ad ogni dubbio ragionevole, si' da giustificare la pronuncia di colpevolezza per alto tradimento e la condanna alle sanzioni previste dalla legge penale sovietica. L’opinione di tutti i diplomatici che hanno presenziato con maggiore regolarita' alle udienze e' stata in generale che il processo abbia posto allo scoperto il dato di un’accanita opposizione politica e di un complotto estremamente serio, e tutto cio' a permesso ai diplomatici di intendere molti dei fatti, sino ad allora incomprensibili, svoltisi in Unione Sovietica nei passati mesi"
Davies gia' nel 1937 aveva seguito il processo contro Radek e altri, e ne aveva fatto rapporto, il 17 febbraio 1937, al segretario di Stato americano. In questa relazione egli tra l’altro scrisse:
."Una considerazione oggettiva... (tuttavia) mi ha costretto, per quanto riluttante, a concludere che lo Stato aveva effettivamente provato la propria accusa (almeno per quanto riguardava l’esistenza tra i dirigenti politici di un esteso complotto e di intrighi occulti contro il governo sovietico ogni possibile dubbio e' stato eliminato, come pure circa il fatto che i reati indicati in base alle leggi vigenti nell’atto d’accusa erano stati commessi e pertanto risultavano punibili). Ho parlato con molti, anzi con quasi tutti, i membri del corpo diplomatico locale e, salvo forse una sola eccezione, tutti sono stati del parere che le udienze avevano dimostrato inconfutabilmente l’esistenza di un piano politico segreto e di un complotto mirante all’eliminazione del governo"
.L’11 marzo 1937 Davies ebbe ad iscrivere, come nota di diario, il seguente episodio emblematico; "Un altro diplomatico ieri ha formulato in mia presenza una considerazione assai illuminante. Parlavamo del processo ed egli si e' espresso nel senso di non nutrire alcun dubbio circa la colpevolezza degli accusati: e che tutti noi che presenziavamo alle udienze ne fossimo convinti… che il mondo esterno invece sembrasse ritenere, in base ai resoconti del processo, che questo fosse una semplice messa in scena (egli ha parlato di "operazione di facciata")…, che egli da un lato sapeva che tutto cio' non fosse vero, ma che dall’altro era forse un bene che il mondo esterno la pensasse in quel modo"
.] con Berlino o Tōkyō. Un giorno il mondo avrebbe compreso che queste azioni erano state necessarie per proteggere il governo dall’incombente tradimento. Anzi, l’Unione Sovietica in verita' stava rendendo un servizio a tutto il mondo, dato che, proteggendo se stessa dalla minaccia del dominio mondiale dei nazisti e di Hitler, essa si sarebbe posta come un potente baluardo contro la minaccia nazionalsocialista. Un giorno il mondo avrebbe capito quale uomo di imponente grandezza fosse Stalin"Davies riferisce anche dei numerosi arresti e di aver parlato delle "purghe", il 4 luglio 1937, con il Ministro degli esteri Litvinov. Egli scrive circa le considerazioni di quest’ultimo: "Litvinov... ha spiegato che queste purghe erano necessarie per conseguire la certezza di aver eliminato ogni possibile tradimento connesso all’eventualita' di una collaborazione [dei nemici interni:
Molto istruttiva e' anche la descrizione che Davies fece del suo colloquio con Stalin in una lettera del 9 giugno 1938 alla figlia. Egli era restato molto colpito dalla personalita' di Stalin, e infatti scrisse:" se ti riuscira' di raffigurarti una personalita' che in tutto e' l’esatto contrario di cio' che il nemico piu' accanito di Stalin sarebbe capace di inventarsi, allora avrai un’immagine di quest’uomo.
.Le condizioni, che io so qui prevalenti, e questa personalita' sono divaricate al punto da formare due poli opposti. La spiegazione naturalmente sta nel fatto che gli uomini sono pronti a fare per la loro religione o per una ‘causa’ cio' che al di fuori di essa non farebbero mai"
Nel 1941, dopo l’aggressione dei fascisti all’Unione Sovietica, Davies riassume le proprie osservazioni nell’affermazione che i processi per alto tradimento " l’avevano fatta finita con la quinta colonna di Hitler in Russia"[8].
Gia' nel 1936 si era celebrato il processo contro Zinov’ev ed altri. Aveva avuto occasione di seguirlo da vicino il noto avvocato della Corona britannica D.N. Pritt. Delle proprie impressioni egli riferi' nel suo libro di ricordi "From Right to Left", pubblicato a Londra nel 1965:
."Ho avuto l’impressione... che in generale il processo fosse tenuto in modo corretto e che gli accusati fossero colpevoli... L’impressione di tutti i giornalisti, con i quali ho potuto parlare, e' stata anch’essa che il processo fosse corretto e gli accusati colpevoli; e certamente ogni osservatore straniero, e ce ne erano molti e in maggioranza diplomatici, pensavano la stessa cosa… Da uno di essi ho sentito dire: È chiaro che sono colpevoli, ma noi, per ragioni di propaganda, lo dobbiamo negare”
Da tutto cio' scaturisce evidente che, secondo il competente giudizio di esperti di diritto borghesi del calibro di Davies e Pritt, gli imputati dei processi di Mosca degli anni 1936, 1937 e 1938 erano stati condannati a giusto titolo, dal momento che risultavano provati i reati di cui essi erano stati accusati.
A questo proposito vogliamo ancora ricordare le riflessioni che all’epoca espresse su quei tormentosi processi Bertolt Brecht. Riguardo alle idee degli accusati egli scrisse: “Le idee sbagliate li hanno ridotti all’estremo isolamento e indotti al reato comune. Tutta la marmaglia dell’interno e dell’estero, tutti i parassiti, i delinquenti professionali e tutte le spie si sono annidati presso di loro. Con tutta questa canaglia essi avevano in comune gli obbiettivi. Sono convinto che questa e' la verita' e sono convinto che questa verita' dovra' per forza risuonare plausibile, persino in Europa occidentale, a lettori non amichevoli… Il politico, che puo' giungere al potere solo attraverso la sconfitta, parteggia per la sconfitta. Colui che vuol essere ‘il salvatore’, provoca la situazione nella quale egli possa riuscire a salvare: dunque, una situazione negativa… Inizialmente Trotckij aveva considerato la caduta dello Stato degli operai in seguito ad una guerra come un pericolo, ma poi la guerra sempre piu' si era fatta per lui il presupposto della propria azione pratica. Se vi sara' la guerra, la affrettata costruzione [del socialismo: n.d.r.] crollera', l’apparato si isolera' dalle masse, verso l’esterno si dovranno cedere l’Ucraina, la Siberia orientale e cosi' via, all’interno si dovranno fare concessioni, tornare a forme capitalistiche e si dovranno rafforzare o lasciar rafforzare i kulaki: ma tutto cio' sara' ad un tempo il presupposto di una nuova azione, del ritorno di Trotckij.
.I centri antistalinisti smascherati non hanno la forza morale di appellarsi al proletariato, piu' ancora che per la vigliaccheria di questa gente, perché essa non possiede alcuna base organizzativa tra le masse, non ha nulla da offrire e non fornisce prospettive per le forze produttive del paese. Di questa gente si puo' altrettanto bene credere che confessi troppe cose o invece troppo poche”
Se assumiamo come ipotesi che Davies e Pritt (e Brecht) avessero ragione nei loro giudizi sui processi di Mosca, allora scaturisce di necessita' la domanda: coloro che, come Chruščёv e Gorbačëv , hanno in epoche successive dichiarato che i condannati dei processi erano state delle vittime innocenti, non l’hanno per caso fatto in quanto simpatizzavano con essi o addirittura erano stati [nel caso di Chruščёv: n.d.r.] segreti complici loro e perché intendevano portare a compimento la loro opera in precedenza fallita?
E se poi, attraverso un esame piu' approfondito della loro (di Chruščёv, Gorbačëv e simili) attivita' politica, arrivassimo a costatare che quanto avevano confessato gli imputati dei processi di Mosca in relazione ai propri progetti e obiettivi e ai metodi impiegati per raggiungerli fosse da intendersi come il copione per la loro (di Chruščёv e soprattutto di Gorbačëv ) azione, cio' porterebbe di conseguenza ad una duplice conclusione: primo: che i processi di Mosca possono fornire la chiave per la chiarificazione e la spiegazione di cio' che fin dal XX Congresso del PCUS ha spinto l’Unione Sovietica e gli altri paesi socialisti, nonché il movimento comunista, a deviare dalla retta via; secondo: che l’azione dei Chruščёv e dei Gorbačëv e il risultato di tale azione portano a concludere che con i processi di Mosca non si e' trattato per nulla della messa in scena di processi spettacolo, ma che per mezzo di essi sono stati smascherati e sventati complotti dello stesso genere di quelli che in definitiva Gorbačëv ha potuto condurre all’esito sin da quell’epoca pianificato: con la differenza che oramai nessun processo di Mosca lo ha piu' fermato.
ha per obiettivi il disarmo teorico ed ideologico del movimento comunista e di tutti i socialisti. La maggior parte delle munizioni di questo tipo proviene dall’arsenale del trotzkismo. Per sostenere quest’affermazione portero' solo alcuni esempi:Se aver dipinto Stalin come un despota sanguinario ed il “suo” regime alla stregua di un inferno sulla terra e' servito a paralizzare la resistenza nei confronti della controrivoluzione di Chruščёv e di Gorbačëv ,
1.La questione della vittoria del socialismo in un solo paese
Il crollo dei paesi socialisti europei e soprattutto dell’Unione Sovietica viene sbandierato come la “prova” della giustezza della tesi di Trotckij sull’impossibilita' della costruzione del socialismo in un solo paese. In proposito, pero', di solito si tace che e' stato proprio Lenin il primo a formulare, nel 1915, la tesi della possibilita' del socialismo in un solo paese. Come e' noto, in un articolo intitolato “Gli Stati uniti d’Europa[11], Lenin asseri': “L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico e' una legge assoluta del capitalismo. Da cio' consegue che la vittoria del socialismo e' possibile inizialmente in pochi paesi o addirittura in un singolo paese”. Trotckij, gia' da anni uno degli antagonisti piu' accaniti di Lenin, immediatamente lo contraddisse, sostenendo che era illusorio credere “che, ad esempio, una Russia rivoluzionaria potesse affermarsi di fronte ad un’Europa conservatrice”[12].
“Che cosa significa la possibilita' di una vittoria del socialismo in un solo paese? Significa la possibilita' di superare le contraddizioni tra proletariato e contadini sulla base delle forze interne del nostro paese, la possibilita' che il proletariato prenda il potere e si serva di questo potere per conseguire nel nostro paese la compiuta societa' socialista, appoggiandosi sulla simpatia e sul sostegno dei proletari degli altri paesi, ma senza una precedente vittoria della rivoluzione proletaria in altri paesi.Stalin, che secondo quanto affermano gli odierni Trotzkisti sarebbe stato l’inventore della tesi della possibilita' di costruire il socialismo in un solo paese, in realta' ha difeso quella tesi di Lenin contro Trotckij:
. del socialismo in un solo paese senza la vittoria della rivoluzione in altri paesi? Significa l’impossibilita' di una piena garanzia contro l’intervento e di conseguenza anche contro la restaurazione dell’ordine borghese, qualora la rivoluzione non abbia vinto in almeno una serie di paesi”Che cosa significa
Ma Stalin non ha solo difeso la tesi di Lenin: con la costruzione del socialismo e l’affermazione del potere sovietico di fronte agli aggressori fascisti, sotto la sua guida, il PCUS ha dato la prova della giustezza della tesi di Lenin.
Trotckij, al contrario, tutte le volte che ha profetizzato il crollo del potere sovietico, e' stato contraddetto dalla storia, e cio' si e' verificato anche a piu' riprese in uno stesso anno. Una delle sue ultime profezie di questo tenore, resa pubblica il 23 giugno 1939, suonava cosi': “Il regime politico non sopravvivera' ad una guerra”[14]
Con tutta evidenza, e' il desiderio che ha generato questa profezia.
Cio' traspariva cosi' chiaramente da tutte le esternazioni di Trotckij di quegli anni, da indurre lo scrittore borghese tedesco Lion Feuchtwanger a trarre questa conclusione: “Ma in che cosa dunque e' consistito l’obiettivo principale di Trotckij durante tutti gli anni dell’esilio e quale puo' essere ancora oggi? Ritornare nel paese per ritornare al potere, costi quel che costi.” Perfino al prezzo della collaborazione con i fascisti: “
"Se Alcibiade e' passato ai persiani, perché Trotckij non potrebbe passare ai fascisti?”[15]. Anche Feuchtwannger e' stato testimone diretto di uno dei processi di Mosca, e precisamente del secondo, quello contro Radek, Pjatakov e altri, nel gennaio 1937.
2. Stalin e la NEP
“La NEP e' la politica della dittatura del proletariato, la quale mira al superamento degli elementi capitalistici e alla costruzione dell’economia socialista mediante l’utilizzazione del mercato, attraverso il mercato, e non attraverso uno scambio diretto dei prodotti senza mercato, escludendo il mercato. Possono i paesi capitalistici, almeno i piu' sviluppati di essi, fare a meno della NEP nel passaggio dal capitalismo al socialismo? Penso che non lo possano. In maggior o minor grado la Nuova Politica Economica con i suoi rapporti di mercato e' assolutamente indispensabile ad ogni paese capitalistico nel periodo della dittatura del proletariato.Stalin concepiva la NEP esattamente nella stessa maniera e la porto' avanti dopo la morte di Lenin:. ”; asseri' Lenin nel 1922 all’XI Congresso del PCR(R)Se battiamo il capitalismo e instauriamo l’unita' con l’economia contadina, allora saremo una forza assolutamente invincibile con l’economia contadina. “ della classe operaia e del suo Stato con l’ampia classe dei contadini per la via dell’unita' Uno dei rimproveri di Gorbačëv a Stalin e' stato che nei suoi ultimi lavori Lenin avrebbe, attraverso l’elaborazione della “Nuova Politica Economica”, indicato una diversa via per la costruzione della nuova societa' socialista, che invece Stalin avrebbe abbandonato. Questo rimprovero viene utilizzato dagli antistalinisti di ogni risma, i quali affermano che Stalin avrebbe sostituito la concezione leniniana della NEP con un “corso monopolistico di Stato”, portando in tal modo alla rovina il socialismo. Per Lenin il nucleo della Nuova Politica Economica era rappresentato dal rafforzamento dell’unita'
Da noi ci sono compagni che contestano questa tesi. Che significa tuttavia contestare questa tesi?
Significa, per prima cosa: assumere che noi, immediatamente dopo la presa del potere da parte del proletariato, disporremmo gia' di apparati di distribuzione e approvvigionamento bell’e pronti al cento per cento per realizzare lo scambio tra citta' e campagna, tra industria e piccola produzione, che rendano possibile l’attuazione di uno scambio diretto dei prodotti senza mercato, senza smercio, senza economia monetaria. È sufficiente porre una questione del genere per capire quanto sia assurda una simile ipotesi.
.Cio' significa, in secondo luogo: assumere che la rivoluzione proletaria dopo la presa del potere da parte del proletariato debba incamminarsi sulla via dell’esproprio della media e della piccola borghesia e debba caricarsi del fardello enorme di procurar e lavoro ai milioni di nuovi disoccupati cosi' creati artificialmente e di occuparsi del loro sostentamento. Basta porsi questa domanda per capire quanto sarebbe insensata e folle una tale politica da parte della dittatura del proletariato”
Perché una citazione tanto estesa su un tema cosi' poco attuale?
Primo
Secondo, perché e' necessario ricordare che esiste un enorme patrimonio di cognizione teoriche e di esperienze pratiche relative a una costruzione del socialismo effettuata con successo, che pero' e' stato messo all’indice con la taccia di “stalinismo” dai successori revisionisti di Lenin e Stalin, affinché cadesse nel dimenticatoio.
Infine, terzo, perché nella sinistra anticapitalistica si sta diffondendo un’ideologia pseudo-di-sinistra, il cui promotore piu' noto e' Robert Kurz: secondo costui la radice di tutto il male non e' il capitalismo, bensi' la produzione delle merci, invece di passare al diretto scambio dei prodotti. Di fronte a simili tesi le sopraccitate argomentazioni sono senz’altro di grande attualita'!
Come mai il revisionismo e' riuscito a distruggere i risultati di decenni di costruzione del socialismo?
Ovviamente vi sono molte ragioni. Una di grandissimo peso e', secondo me, la seguente: per molto tempo il revisionismo si e' mimetizzato tenacemente come antirevisionismo, come difesa del leninismo contro la asserita falsificazione di questo da parte di Stalin. Soltanto dopo aver praticamente completato la sua opera di distruzione, Gorbačëv si e' tolto la maschera di comunista, di leninista, confessando pubblicamente di essere un simpatizzante della socialdemocrazia, dunque un anticomunista e un antileninista.
Ma l’antistalinismo fin dal principîo e' stato per sua intrinseca natura antileninismo, antimarxismo e anticomunismo.
Ancora oggi tuttavia molti, perfino nel campo comunista, non riconoscono cio', perché soggiacciono tuttora all’influenza di decenni di propaganda di odio contro Stalin da parte dei Segretari generali anticomunisti del PCUS a partire dal XX Congresso: costoro hanno equiparato Stalin a Hitler, proprio quello Stalin, il quale, come aveva predetto Ernst Thälmann, ha spezzato a Hitler l’osso del collo!
Dobbiamo aver chiaro che, nella lotta contro l’antistalinismo, solo in apparenza si tratta della persona di Stalin, nella sostanza si tratta invece dell’esistenza stessa del movimento comunista: restiamo, come Marx e Engels, Lenin e Stalin, fermamente ancorati alla realta' della lotta alla classe oppure ci spostiamo, al pari degli antistalinisti Chruščёv, Gorbačëv e dei loro simili, sul terreno della riconciliazione con l’imperialismo?
Qui sta la questione, dalla cui risposta dipende il destino del movimento comunista. E poiché il problema puo' trovare una soluzione giusta solo se viene espulso il veleno revisionista in tutte le sue forme e manifestazioni, il movimento comunista deve vincere nelle proprie file anche l’antistalinismo.
] la conferenza e' stata pubblicata nel n. 259/1994 del „Giornale comunista dei lavoratori“, della „Communistischen Arbeiterzeitung“, München, e nel quaderno 12/1994 della „Neue Volksstimme“ di Vienna.]. Conferenza tenuta il 1° maggio 1994 in un incontro internazionale a Bruxelles, convocato dal Partito del Lavoro del Belgio. Il titolo originario suonava: „L’antistalinismo – l’ostacolo principale contro l’unita' di tutte le forze antimperialiste e del movimento comunista“. Con tale titolo la conferenza e' stata pubblicata in diverse riviste tedesche e estere, ad es. Nei „Weissenseer Blättern“, quaderno 4/1994; nel quaderno 15 della „Collana di scritti“ del KPD/Berlino; in una documentazione „Né antistalinismo né stalinismo“ del giornale di DKP „Unsere Zeit“ (UZ) come appendice ad una critica della mia conferenza da parte di Willi Gerns e Robert Steigerwald, gennaio 1995; nella rivista italiane „L’uguaglianza economica e sociale“ n. 7/8, 1995 e nel n. 13/14, 1995, delle „Editions Democrite“ pubblicate a Parigi. Con il piu' preciso titolo [attuale: [1] [p. 233-245 del Volume. La traduzione di questo capitolo e' di Ingrid Sattel Bernardini:
[2] da: “Archiv der Gegenwart”, 11 luglio 1956.
[3] J.E. Davies, “Ambasciatore degli USA” cit., p. 209.
[4] Ibidem, p. 33 ss.
[5] Ibidem, p. 86.
[6] Ibidem, p. 128
[7] Ibidem, p. 276.
[8] Ibidem, p. 209.
[9] N. Pritt, “From Right to Left”, London, 1965, p. 110 s.
[10] Bertolt Brecht, “Schriften zu Politik und Gesellschaft”, Vol. 1, 1919-1941, Aufbauverlag, Berlin-Weimar, 1968, pp. 172 s..
[11] Lenin, “Werke”, vol. 21, p.345.
[12] Trotckij, “Schiften”, vol. III, parte 1, p. 89 s..
[13] Stalin, “Werke”, vol. 8, p. 58.
[14] Lev Trotckij, “La lutte antibureaucratique en URSS”, Parigi, 1976, p. 257; cit. in: Ludo Martens, “Un autre regard sur Staline”, Version non définitive, Bruxells, 1993, p. 133.
[15] „Mosckau 1937. Ein Reisebericht für meine Freunde“, edizione originale 1937, Querido Verlag, Mexico; ristampa Aufbau-Taschenbuch-Verlag, Berlin, 1993, p. 89.
[16] Lenin, “Werke”, vol. 33, p. 272.
[17] Stalin, “Werke”, vol. 11, p. 128 s..
Nome: lorenzo ----- Data e ora: 06/11/2011 - 21.09.36 ----- Titolo: ma dove siete spariti? Ma dove cavolo siete spariti?
Nome: francesco ----- Data e ora: 19/03/2011 - 21.04.10 ----- Titolo: NO ALLA GUERRA IMPERIALISTA Contro lo sfruttamento, il lavoro nero, la disoccupazione, la violenza di stato, la repressione poliziesca, le carceri e i manicomi.
Contro l’emarginazione sociale, i ghetti militarizzati, la miseria cronica.
Contro entrambi gli schieramenti politici e i loro cani servili, contro i revisionisti che li appoggiano, contro i fascisti assas...sini.
Per l’unita' dei lavoratori, degli studenti, delle donne e degli emarginati, nella lotta rivoluzionaria per il comunismo.
Per il salario garantito a tutti, per lavorare meno ma tutti.
Per i servizi sociali autogestiti, per una nuova qualita' della vita.
Nome: mimmo ----- Data e ora: 19/03/2011 - 21.00.57 ----- Titolo: FUORI L'IMPERIALISMO DALLA LIBIA - IRAQ - AFGHANIS PARTITO D’AZIONE COMUNISTA
Via Tribunali, 181 – Napoli
Telefax: 081 210810
Sito web: www.partitodazionecomunista.it
info@partitodazionecomunista.it
LA LIBIA - COME L'AFGHANISTAN - L'IRAQ- E' STATA AGGREDITA DALLA FRANCIA,
DALL' INGHILTERRA, DALL'AMERICA, DALL'ITALIA, DAL CANADA.
NO ALLA GUERRA DI RAPINA DELL'IMPERIALISMO DELLE MULTINAZIONALI CONTRO IL POPOLO LIBICO. LA RIVOLUZIONE PROLETARIA CACCERÀ LA CRICCA DI GHEDDAFI DAL POTERE E NON LE MULTINAZIONALI AMERICANE, FRANCESE, INGLESE, ITALIANE, CANADESE INTERESSATE SOLO AD ACCAPARRARSI IL BOTTINO DI GUERRA RICCO DI GIACIMENTI DI PETROLIO E DI GAS. FUORI L'IMPERIALISMO DALL'IRAQ, AFGHANISTAN, LIBIA.
ANCHE QUESTA- COSI’ COME TUTTE LE ALTRE GUERRE PRECEDENTI E CHE SEGUIRANNO- E’ UNA GUERRA NEO COLONIALE SCATENATA DALL'IMPERIALISMO DELLE MULTINAZIONALI PER ACCAPARRARSI IL GAS E IL PETROLIO DEL POPOLO LIBICO. E' UNA GUERRA DI RAPINA E COME HA GIA' SAPUTO DIMOSTRARE NEL CORSO DELLA STORIA IL POPOLO LIBICO SAPRA' REGOLARE I CONTI CON LE BARBARIE IMPERIALISTE COSI' COME FECE CON LA FECCE FASCISTA.
CON IL POPOLO LIBICO - AFGHANO - IRACHENO - IN GUERRA CONTRO L'IMPERIALISMO DELLE MULTINAZIONALI E I SUOI LACCHE’.
ALTRO CHE GUERRA UMANITARIA : LA PROPAGANDA IMPERIALISTA CON I SUOI PENNIVENDOLI DI REGIME E’ MOBILITATA PER FARCI CREDERE CHE SI ATTACCA GHEDDAFI PER LIBERARE L’UMANITA’ DALLA PRESENZA DI UN DITTATURA.
QUESTO DITTATORE FINO A 15 GIORNI FA VENIVA ACCLAMATO E OSENNATO DAI GOVERNI DELL’OCCIDENTE IMPERIALISTA.
L'IMPERIALISMO DELLE MULTINAZIONALI APRE UN NUOVO SCENARIO DI GUERRA NEL NORD AFRICA.
QUESTA E' UNA GUERRA IMPERIALISTA, NEO COLONIALE.DI RAPINA.DI ACCAPARRAMENTO DEL PETROLIO E DEL GAS LIBICO. E' UNA GUERRA VOLUTA, ARMATA E FINANZIATA DALLE MULTINAZIONALI AMERICANE, FRANCESI, INGLESI, ITALIANE, CANADESE CONTRO IL POPOLO LIBICO PER DERUBARLO DELLE SUE RICCHEZZE.
NO ALLA GUERRA NEO COLONIALE DELL'IMPERIALISMO DELLE MULTINAZIONALI E DEL LORO SERVO SCIOCCO ITALIANO CONTRO IL POPOLO LIBICO. GIU' LE MANI DAL PETROLIO E GAS LIBICO. MULTINAZIONALI DEL PETROLIO E DELL'ENERGIA FUORI DALLA LIBIA. NESSUNA GUERRA CONTRO IL POPOLO LIBICO PUO' ESSERE GIUSTIFICATA. CONTRO IL TIRANNO GHEDDAFI SARANNO LE MASSE POPOLARI A RIBELLARSI E NON GLI ESERCITI E LE MULTINAZIONALE DELL'IMPERO DEL MALE DEL COSIDDETTO OCCIDENTE. MANIFESTIAMO A CAPODICHINO PER CHIEDERE L'IMMEDIATA CHIUSURA DELLE BASI MILITARI.
Napoli 19 Marzo 2011
La Direzione Nazionale
Nome: MIMMO ----- Data e ora: 19/03/2011 - 19.57.48 ----- Titolo: Libia imperialismo delle multinazionali in guerra GUERRA NEO COLONIALE SCATENATA DALL'IMPERIALISMO DELLE MULTINAZIONALI PER ACCAPARRARSI IL GAS E IL PETROLIO DEL POPOLO LIBICO. E' UNA GUERRA DI RAPINA E COME HA GIA' SAPUTO DIMOSTRARE NEL CORSO DELLA STORIA IL POPOLO LIBICO SAPRA' REGOLARE I SUOI CONTI CON LE BARBARIE IMPERIALISTE COSI' COME FECE CON LA FECCE FASCISTA. CON IL POPOLO LIBICO - AFGHANO - IRACHENO - IN GUERRA CONTRO L'IMPERIALISMO DELLE MULTINAZIONALI E
Nome: MIMMO ----- Data e ora: 19/03/2011 - 19.32.12 ----- Titolo: E' IN ATTO UNA GUERRA DI RAPINA CONTRO LA LIBIA LA LIBIA - COME L'AFGHANISTAN-L'IRAQ- E'STATA AGGREDITA DALLA FRANCIA, DALL'INGHILTERRA, DALL'AMERICA, DALL'ITALIA,DAL CANADA.L'IMPERIALISMO DELLE MULTINAZIONALI APRE UN NUOVO SCENARIO DI GUERRA NEL NORD AFRICA.
QUESTA E' UNA GUERRA IMPERIALISTA. DI RAPINA. DI ACCAPARRAMENTO DEL PETROLIO E DEL GAS LIBICO. E' UNA GUERRA VOLUTA, ARMATA E FINANZIATA DALLE MULTINAZIONALI AMERICANE, FRANCESI, INGLESI, ITALIANE, CANADESE CONTRO IL POPOLO LIBICO CHE GIA' NEL PASSATO HA SAPUTO COMBATTERE CONTRO LE INVASIONI BARBARICHE E COLONIALI DEL FASCISMO.
NO ALLA GUERRA NEO COLONIALE DELL'IMPERIALISMO FRANCESE, AMERICANO, INGLESE, CANADESE E DEL LORO SERVO SCIOCCO ITALIANO CONTRO IL POPOLO LIBICO. GIU' LE MANI DAL PETROLIO E GAS LIBICO. MULTINAZIONALI DEL PETROLIO E DELL'ENERGIA FUORI DALLA LIBIA. NESSUNA GUERRA CONTRO IL POPOLO LIBICO PUO' ESSERE GIUSTIFICATA. CONTRO IL TIRANNO GHEDDAFI SARANNO LE MASSE POPOLARI A RIBELLARSI E NON GLI ESERCITI E LE MULTINAZIONALE DELL'IMPERO DEL MALE DEL COSIDDETTO OCCIDENTE. MANIFESTIAMO A CAPODICHINO PER CHIEDERE L'IMMEDIATA CHIUSURA DELLE BASI MILITARI.
Nome: mimmo ----- Data e ora: 03/05/2011 - 22.28.40 ----- Titolo: Estratto dal testamento politico Stalin IL TESTAMENTO POLITICO E FILOSOFICO DI STALIN
Intervento presentato al convegno da Hans Heinz Holz
"E’ necessario pervenire a una crescita cultrurale della societa' capace di assicurare uno sviluppo multilaterale delle sue capacitia' fisiche e mentali; crescita mediante cui i membri della societa' abbiano la possibilita' di ottenere una formazione in grado di trasformarli in attivi coattori dello sviluppo sociale [...] Si potrebbe pensare che non e' possibile raggiungere una simile crescita culturale dei membri della societa' senza seri cambiamenti nell’attuale condizione del lavoro. A questo scopo e' infatti prima di tutto necessario ridurre la giornata lavorativa fino a sei ore e, in seguito, fino a cinque. Cio' e' necessario per dare a ogni membro della societa' sufficiente tempo libero per costruirsi una cultura multilaterale. Per questo scopo e' infine necessario introdurre, come obbligatoria, una educazione universale politecnica, in maniera che ogni membro della societa' abbia effettivamente la possibilita' di scegliersi liberamente il lavoro e che neppure un attimo della sua vita sia dedicato a un lavoro pur che sia. Inoltre, a cio' e' necessario, anche, migliorare profondamente il regime degli alloggi e aumentare almeno del doppio, se non di piu', i salari di lavoratori e impiegati: lo scopo e' accrescere la capacita' d’acquisto di beni necessari alle masse anche attraverso una diminuzione dei prezzi. Queste sono le condizioni fondamentali per operare il passaggio al comunismo" (25).
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Nome: MIMMO ----- Data e ora: 27/02/2011 - 13.53.42 ----- Titolo: la crisi del capitalismo e il bisogno di comunismo La crisi del capitalismo e il bisogno di comunismo
Per raccontare la crisi i mezzi di disinformazione di massa hanno divulgato notizie false e distorte come l'idea che la fase critica abbia esaurito gli effetti piu' duri e sia in corso una ripresa dell'economia. All'inizio qualcuno ha avuto interesse a seminare il panico perché grazie alla psicosi sociale ha realizzato altre operazioni speculative. Oggi si soffia nella direzione opposta, accreditando l'idea che la bufera sia cessata. Secondo una leggenda metropolitana la recessione si colloca nell'orbita delle speculazioni dell'alta finanza internazionale. E' indubbio che una parte di responsabilita' sia ascrivibile al cinismo degli speculatori, tuttavia la sostanza della crisi e' riconducibile alle contraddizioni insite nella natura stessa dell'economia mercantile. Infatti, un'economia di mercato senza mercato e' una contraddizione in termini, per cui se la crisi non si risolve il sistema rischia la bancarotta. Non a caso si assiste al crollo verticale degli investimenti, dei salari, dei prezzi e del saggio di profitto, che approfondisce la crisi.
La principale causa delle crisi che investono il capitalismo e' da individuare nel crollo del saggio di profitto. Il processo di accumulazione e concentrazione del capitale accelera la caduta tendenziale del tasso di profitto: tendenziale nel senso di una tendenza che contrasta con altre tendenze connaturate al sistema stesso. Tuttavia, non sono da escludere altre cause. La ragione ultima risiede nel crescente impoverimento dei lavoratori e nel crollo dei consumi che contrasta con la necessita' di accrescere il bacino dei consumatori. In parole semplici, quando i salari si riducono troppo, calano anche i consumi delle masse lavoratrici e cio' incide sui profitti, che precipitano in caduta libera causando effetti di proletarizzazione della piccola e media borghesia imprenditoriale.
Dunque, quella in corso e' una crisi di sovrapproduzione e sottoconsumo. Cio' significa che negli ultimi anni si e' compiuto un ciclo di accumulazione smisurata di profitti dovuti ad un eccessivo sfruttamento dei lavoratori. I quali, a dispetto dei ritmi e degli standard di rendimento produttivo indubbiamente elevati, sono sempre piu' poveri. Cio' e' accaduto in tutto il mondo a causa di un processo di globalizzazione imperialista che ha creato condizioni di miseria e sottosviluppo, imponendo livelli sempre piu' bassi del costo del lavoro su scala mondiale, benché gli operai abbiano fatto e facciano piu' del loro dovere.
Se e' vero che i capitalisti sono i maggiori responsabili della crisi, e' altresi' vero che neanche i politici, servi e funzionari del capitale, sono innocenti. La demagogia, l'inettitudine e l'improvvisazione dei ceti politici, la disinformazione dei media ufficiali, sono la conferma dell'inganno insito nella natura stessa dell'economia capitalista. Un personale politico formato da inetti e presuntuosi, affaristi senza scrupoli, e' responsabile delle scelte che hanno accelerato il collasso dell'economia internazionale.
Questa recessione e' il prodromo di una depressione senza precedenti, per la cui soluzione non valgono rimedi e misure demagogiche quali l'autoriduzione dei megastipendi dei manager. La crisi ha rivelato l'inconsistenza della classe politica internazionale, incapace di fronteggiare le sue conseguenze in termini di conflitti sociali. Per esorcizzare la paura ancestrale della "bestia", il terrore suscitato dallo spettro di rivolte popolari che si riaffacciano sullo scenario storico, le classi dirigenti potranno ricorrere ad una repressione piu' dura invocando svolte autoritarie e liberticide.
In passato, per scongiurare altre crisi economiche il sistema capitalistico ha escogitato soluzioni all'interno dell'orizzonte capitalistico con il ricorso all'interventismo statale e all'ampliamento della spesa pubblica. Si pensi a scelte di ispirazione keynesiana, o a risposte neoimperialiste per difendere l'ordine padronale. Le politiche neocoloniali non sono servite solo alla ricerca di uno sbocco per le merci dei paesi capitalistici piu' sviluppati o di un luogo dove reperire materie prime a buon mercato e manodopera a basso costo, ma sono state anche un modo per conquistare aree in cui espandere il capitale senza affrontare la concorrenza di settore. La corsa al riarmo fu la strada scelta dalle classi dominanti per uscire dalla depressione del 1929 che ha condotto alla seconda guerra mondiale. Il nazifascismo fu un altro tipo di reazione delle classi dirigenti alla crisi del primo dopoguerra e contribui' ad acuire i conflitti tra le potenze imperialistiche.
Oggi l'ipotesi piu' accreditata negli ambienti "progressisti" non sarebbe l'abolizione del capitalismo, ma una soluzione "keynesiana" gia' sperimentata in passato con esiti solo transitoriamente positivi. La storia insegna che l'intervento dello Stato e' invocato dai capitalisti e dai loro servi solo in tempi di depressione per "socializzare le perdite" e salvare gli interessi delle imprese capitalistiche, per soccorrere il sistema quando rischia di collassare, facendo pagare gli effetti della crisi ai lavoratori, mentre in tempi di "vacche grasse" si pretende di rilanciare la "liberta' del mercato", cioe' la liberta' dei profitti e degli affari senza alcuna ingerenza dello Stato, tornando a privatizzare gli utili e violando ogni regola e ogni diritto. E' chiaro che si tratta di una soluzione comoda solo per i soliti sciacalli e speculatori che restano impuniti per i loro delitti contro la societa'.
Nel caso odierno la fuoriuscita dalla crisi e' possibile solo attraverso la fuoriuscita dal capitalismo. Ovviamente tale prospettiva spaventa i capitalisti e i loro servi. Per arginare l'esplosione di rivolte sociali come quelle nel Maghreb, i capitalisti invocheranno soluzioni di stampo fascista (in versione aggiornata) che potranno condurre ad una corsa al riarmo e ad uno sbocco bellico, cioe' un lungo ciclo di guerre internazionali. Pertanto, l'unica alternativa per scongiurare la catastrofe e' quella di una fuoriuscita dal capitalismo. Cio' significa restituire al lavoro collettivo il valore che gli spetta, recuperare il primato del lavoro sociale in un assetto di autogestione delle aziende da parte dei lavoratori. E' evidente che non basta appropriarsi dei mezzi di produzione, ma bisogna trasformare radicalmente il modo di organizzare e gestire la produzione stessa. Infatti, le imprese capitalistiche sono state create per ottenere ingenti profitti e non per soddisfare le esigenze vitali delle persone. E' la loro struttura intrinseca ad essere viziata. Occorre riconvertire le aziende verso la produzione di beni primari in modo che il valore d'uso riacquisti il suo antico primato sul valore di scambio e che l'autoconsumo delle unita' produttive locali prevalga sui bisogni consumistici indotti dal mercato, eliminando la subordinazione delle istanze sociali alle leggi del profitto.
Non credo all'ineluttabilita' del crollo del capitalismo. Semmai accetto l'idea di una necessita' intesa come tendenza insita nello sviluppo storico. Penso alla necessita' di una rottura legata alla volonta', alla possibilita' e alla capacita' di un'azione politicamente rivoluzionaria. Non penso che il crollo del capitalismo sia inevitabile, ma sono convinto che tale compito rivoluzionario sia un atto volontaristico che spetta alle classi lavoratrici, se e quando queste sapranno organizzarsi per la conquista e l'autogestione del potere e della proprieta' economica. Allo stato attuale tale risultato e' ancora lontano dalla sua realizzazione. Il proletariato internazionale sta rispondendo alla crisi, ma le rivolte sociali sono oscurate dai mass-media ufficiali che temono l'estensione delle lotte di classe. Concludo ricordando che siamo solo all'inizio della crisi, nella fase embrionale delle contraddizioni di classe tra la borghesia capitalista e il proletariato internazionale.
Lucio Garofalo
Nome: Irina Lebedeva ----- Data e ora: 21/02/2011 - 21.52.48 ----- Titolo: Rivoluzioni o controrivoluzioni permanenti? Rivoluzioni o controrivoluzioni permanenti?
Rivoluzioni Irreali; nuovi scenari di controllo e sviluppo delle "rivoluzioni" nuova strategia dell'imperialismo
pubblicata da Armata Rossa il giorno lunedi' 21 febbraio 2011 alle ore 16.49
Nel corso della prima settimana di febbraio, i media globali e i blogger inquieti, eccitati per gli sviluppi in Egitto, continuavano a cercare di cogliere la logica che si trova dietro la sensazionale convenzione degli ambasciatori, consoli e capi missione degli Stati Uniti di oltre 260 missioni diplomatiche degli Stati Uniti in 180 paesi, che e' stata organizzata dal Dipartimento di Stato statunitense a Washington. Per quanto si potrebbe dire, il piano e' quello di stendere Quadrennial Diplomacy and Development Review (QDDR), apparentemente modellato su un analogo documento del Pentagono, e svelare il concetto innovativo della leadership degli Stati Uniti sulla base dell’autorita' civile. Il Capo degli Stati Maggiori Riuniti, ammiraglio M. Mullen, e' stato l’oratore principale dell’evento. Il trasferimento delle strategie militari alla diplomazia ha lasciato il pubblico abitualmente imperturbabile, e la nuova dottrina si e' facilmente combinata col concetto proprio di autorita' civile, con l’obbligo di attuare un approccio sincrono alla politica internazionale all’interno della leadership, attraverso la struttura delle autorita' civili. D’ora in poi, l’elenco delle priorita' diplomatiche dovrebbe essere sostituito dagli interessi dell’economia aggressiva, nel perseguimento degli obiettivi del millennio e della governance globale.I prossimi colloqui programmatici, nel senso dato da Mullen, sono stati indicati dall’ambasciatore USA alle Nazioni Unite S. Rice e dal nuovo capo dell’USAID R. Shah. Il punto stabilito da quest’ultimo, e' che il Dipartimento di Stato dovrebbe spianare la strada alle imprese transnazionali nelle priorita' economiche di oggi, come la sicurezza alimentare, la lotta contro l’AIDS e il cambiamento climatico, e l’aiuto umanitario in caso di catastrofi naturali.Il piano per spianare la strada al grande business, con l’aiuto della Global Health Initiative o della Global Leadership Coalition, che portera' a riunire 400 imprese, organizzazioni no-profit ed esperti provenienti da 50 stati, e' sostenuto dalle promesse che l’autorita' civile sara' delegata a ricompensare il loro approccio “comprensivo” alla politica estera statunitense. L’offerta per la leadership nelle coalizioni mondiali e' sostenuta finanziariamente da B. Gates, W. Buffett e T. Tuner che – in seguito al riorientamento delle loro attivita' verso la medicina, l’approvvigionamento alimentare e la lotta contro il cambiamento climatico – hanno promesso di donare il 50% delle loro fortune per i prossimi investimenti allo sviluppo sostenibile delle élite globali. Le propaggini piu' giovani della globalizzazione aggressiva – il fondatore di Facebook M. Zuckerberg, per esempio, prevedono anche di dividere la meta' del loro patrimonio totale – e' seguita con entusiasmo dai leader piu' anziani.La nuova dottrina diplomatica degli Stati Uniti sostiene una maggiore efficienza rispetto alle tradizionali tecnologie dei diritti umani, nell’intervenire nell’economia e nella politica mondiale grazie alla capacita' di attrarre investimenti privati, nell’uso dei trucchi piu' recenti della IT e alla fiducia su un versione adattata di quello che e' noto come personale diplomatico. Il documento riflette un tentativo di dare senso al punto di equilibrio tra il diretto coinvolgimento del governo degli Stati Uniti nel processo di cambiamento dei paesi target degli interessi delle imprese degli Stati Uniti, e lo spostamento della responsabilita' nella destabilizzazione al settore civile, a cui apparentemente e' concesso il ruolo di leadership nella pianificazione del cambiamento. Il Dipartimento di Stato ha creato i nuovi Sottosegretario di Stato nelle posizioni per il coordinamento della crescita economica, dell’energia, e delle attivita' connesse con la protezione dell’ambiente. L’elenco delle nuove iniziative comprende, inoltre, i Sottosegretari di Stato per la sicurezza dei civili, per il controllo degli armamenti e la sicurezza internazionale, piu' il coordinatore della sicurezza informatica. Anche un speciale Dipartimento antiterrorismo dovra' presto nascere.I commentatori sono rimasti nel dubbio sul perché, contrariamente all’obiettivo dichiarato dell’austerita' del bilancio totale, il Dipartimento di Stato deve raddoppiare delle agenzie gia' esistenti. La battaglia sul bilancio del 2012 e' appena all’orizzonte, ma gia' H. Clinton ha esortato i diplomatici, nel raduno di cui sopra, a influenzare i legislatori irresponsabili che rischiano di ridurre ulteriormente la spesa gia' scarsa, a prescindere dalla sfida alla leadership che gli Stati Uniti stanno affrontando nelle capitali arabe ribelli.Considerando che le ribellioni e le sfide nelle capitali arabe sono i risultati evidenti dell’istigazione del Dipartimento Stato, quest’ultima affermazione puo' essere attribuita solo alla mancanza di coordinamento all’interno dell’agenzia. Tornando al 24 novembre 2008, gli allora sottosegretari di Stato per la Diplomazia e gli Affari Pubblici J. Glassman e dell’Ufficio Pianificazione Politica del Dipartimento di Stato J. Cohen, hanno informato con entusiasmo i media, di un’iniziativa che mira a formare un’alleanza globale dei movimenti giovanili. L’aspetto pratico del piano e' che il Dipartimento di Stato USA sarebbe direttamente coinvolto nel sostegno finanziario, tecnico e organizzativo, nella formazione, assistenza e coordinamento dei movimenti giovanili d’opposizione in tutto il mondo, con particolare attenzione al Medio Oriente, Nord Africa, America Latina, e lo spazio post-sovietico. La lista dei partner del Dipartimento di Stato nel processo conta Facebook, Google, YouTube, MTV, AT&T e JetBlue. H. Clinton ha accolto l’idea attivamente nel 2009. I fondatori dell’alleanza sono l’ex consigliere C. Rice e H. Clinton, J. Cohen, che ora e' top manager di Google e lavora per l’influente Council on Foreign Relations, J. Liebman, il fondatore di Howcast, una societa' che sforna manuali e video di istruzione per i rivoluzionari giovanili e R. Zander, ex analista della banca divenuto sviluppatore di software per i movimenti di opposizione giovanili. Cohen e Glassman hanno parlato al briefing media del 2008 dei loro legami con il movimento 6 aprile, un gruppo giovanile di opposizione egiziano, e in merito al piano per portare migliaia di persone in piazza per una protesta non-violenta.Un consumatore russo di prodotti Howcast avrebbe visto alcuni caratteri familiari nel forum dell’Alleanza dei movimenti giovanili. N. Morari, per esempio, ha espresso una visione emotiva della rivoluzione Twitter in Moldavia. La rete sociale V Kontakte, che attualmente e' in cima nella classifica in Russia, riprende gli appelli dei leader del 6 aprile alla lotta per la giustizia futura, con indirizzi e numeri di telefono per chi vuole partecipare. Sottolineando il ruolo dell’Alleanza quale strumento degli Stati Uniti nella prevenzione delle politiche anti-terrorismo, Glassman menzionava il partner – la britannica Quilliam creata da ex prigionieri politici egiziani, con relativa adesione della Hizb ut-Tahrir. Hizb ut-Tahrir, un gruppo radicale musulmano che ha recentemente preso del governo britannico milioni di sterline di sovvenzione, e' noto per essere in contatto permanente con la comunita' d’intelligence, offrendo raccomandazioni sulla scissione dei movimenti islamisti dall’interno e sessioni per la formazione di attivisti sociali, e ha la reputazione di formazione “pro-sionista“.Importanti cambiamenti attendono i tradizionali schemi delle rivoluzioni colorate. Gli organizzatori delle nuove proteste non aspetteranno elezioni regolari per mettere in scena manifestazioni di massa che esigono il riconteggio degli scrutini, lo sbarchi di osservatori occidentali o la soppressione degli esiti gia' annunciati ufficialmente. Il modello emergente prevede il controllo della popolazione sulla base dello scenario di una rivoluzione permanente che non comporta alcuna protesta sociale di sorta. Invece di portare in piazza tutte le richieste socialmente orientate, le folle canteranno “Putin deve andarsene!”, “Ben Ali sloggia!“, o “Mubarak molla!“. In Tunisia, la vecchia generazione sentiva un imbarazzo quando i media occidentali soprannominarono la rivolta Rivoluzione dei Gelsomini – nel 1987 gli ingegneri politici statunitensi diedero lo stesso nome al colpo di stato che porto' al potere l’ormai spodestato Ben Ali. Mubarak che aveva servito gli Stati Uniti lealmente per tre decenni e' stato cacciato dal paese, mentre le folle nelle strade del Cairo applaudivano, ma non riuscivano a realizzare, nel processo, che erano costrette ad assumere un ruolo in una rivoluzione mai avvenuta, in una rivoluzione irreale, in altre parole. Con le rivoluzioni irreali che sostituiscono dei logori politici pro-USA con dei nuovi giocatori, la logica di fondo sembra essere che le cose piu' cambiano, piu' rimangono invariate…H. Clinton ha detto, nel corso della riunione diplomatica, che la nuova dottrina dovrebbe rafforzare la capacita' degli Stati Uniti a prevenire le crisi e i conflitti e a rispondere ai focolai dei disordini. A giudicare dalla reazione uniformemente positiva dei media globali sulla nascita dei movimenti di “liberazione” nel mondo arabo, e l’assenza di invettive rivolti contro il cambio di regime guidato dagli USA, la “diplomazia popolare” e' difatti vista come uno strumento efficace per prevenire l’emergere di sfide alla leadership statunitense nelle capitali arabe.
di
Nome: mimmo ----- Data e ora: 01/02/2011 - 20.32.01 ----- Titolo: Goodbye Mr Krusciov Goodbye Mr Krusciov - tutte le falsita' del XX congresso - G. Furr-Traduzione dal russo della compagna Tatiana Bogdanova
.pubblicata da Antonio Dangelo il giorno domenica 2 gennaio 2011 alle ore 18.47.Goodbye Mr Krusciov - tutte le falsita' del XX congresso - G. Furr - Traduzione dal russo della compagna Tatiana Bogdanova
pubblicata da Luca Pastura il giorno domenica 2 gennaio 2011 alle ore 17.58
Introduzione
Lo storico Grover Furr da tempo ci ha abituato a grandi opere che sono la vera trasparenza (GLASNOST) di un periodo abbondantemente massacrato dai pennivendoli della storiografia borghese.
In questa opera "La meschinita' anti-stalinista / Grover Furr; trad dall’inglese [Eng. V. L. Bobrov]. - Mosca: Algoritmo, 2007. - 464 pagg. - (Enigma dell’ 37)" egli articola smonta con l'obiettivita' garantita dalle fonti primarie ill castello accusatorio alla figura di stalin in particolare e del marxismo-leninismo in generale, ordito da Krusciov, nel corso del XX congresso, attraverso il celebre "rapporto segreto".
Naturalmente sono riportati solo alcuni, sebbene significativi stralci. L'intenzione nostra consiste nella futura traduzione dell'intero libro. Per il momento vi invito ad una lettura attenta, con occhi liberi da preconcetti partigiani.
Luca Pastura
Prefazione di Grover Furr
Un anno fa veniva celebrato il 50° anniversario della "relazione segreta" di N. S. Khrusciov,
esposta il 25 febbraio 1956 presso il XX Congresso del PCUS.
Il giornale londinese “Telegraph” caratterizzo' la relazione come "il discorso piu' influente del XX secolo". E nell’articolo pubblicato nello stesso giorno da “New York Times ", William Taubman, il vincitore del Premio Pulitzer nel 2004, assegnato per una biografia di Khrusciov, chiamo' la sua esposizione" un eroismo degno ad essere segnato" sul calendario degli eventi.
Vogliamo qui dimostrare l’esatto contrario!
Di tutte le accuse della "relazione segreta", atta direttamente a “smascherare” le azioni di Stalin o di Berija, nemmeno una risulta veritiera. Khrusciov, nel suo discorso, non disse di Stalin e Berija nulla che si rivelasse d’essere vero.
Dimostreremo come il discorso piu' influente del XX° secolo (se non di tutti i tempi!) sia un frutto dell’inganno!
Qualche tempo fa mi venne in mente di rileggere la "relazione segreta" di Khrusciov.
Durante la lettura, ho notato un sacco di assurdita' in questa relazione.
Qualcosa di molto simile ne aveva osservate anche J. Arch Getty nella sua fondamentale opera "Le origini delle grandi purghe": "Tra le altre incongruenze, nelle testimonianze di Khrusciov, vi una evidente sostituzione di Ežov in Berija. Anche se il nome di Ežov sporadicamente viene menzionato, le accuse per la maggior parte dei reati e delle repressioni sono stati avanzate contro Berija; mentre fino al 1938 quest’ultimo occupava la carica del segretario del partito regionale.
Inoltre, in una grande parte dei comunicati viene detto che il terrore poliziesco comincio' a placarsi proprio nel periodo in cui, nel 1938, Beria venne a sostituire Ežov.
In che modo cosi' spudoratamente a Khrusciov riusci' di sostituire, nella sua relazione, Ežov, in Berija? Che altro egli aveva potuto oscurare?
In ogni caso, Khrusciov e la dirigenza di allora, con l’esecuzione capitale di Berija, lo fecero divenire un comodo capro espiatorio. Naturalmente, l’utilizzo del nome di Berija, per ragioni puramente opportunistiche, getta l’ombra sulla onesta' e sul rigore delle altre dichiarazioni di Khrusciov.
In sintesi, ho cominciato a riflettere sulla possibilita' di rivelare i falsi della relazione kruscioviana, avvalendomi sui documenti degli archivi sovietici, una volta chiusi ermeticamente, ma, da poco tempo, disponibili agli storici. Di fatto, invece, sono riuscito a fare un'altra scoperta. Da tutte le affermazioni della "relazione segreta" che in modo diretto avrebbe dovuto confermare le "rivelazioni accusatorie", su Stalin o Berija, non si e' trovata nemmeno una prova. Piu' precisamente: tutte quelle che sono verificabili, risultano essere menzognere; tutte dalla prima all’ultima.
Per me, come scienziato, una siffatta scoperta si rivelo' sgradevole e persino non auspicabile. La mia ricerca gia' per sé, certamente, avrebbe causato la sorpresa e scetticismo, se, si fosse scoperto, ad esempio, che soltanto un quarto delle "rivelazioni" di Khrusciov o giu' di li' risultassero da essere considerate false ....
Alcuni esempi. Era stato proprio Berija e non Khrusciov a liberare molti prigionieri, anche se non "milioni", come erroneamente scrive Taubman. Il "Disgelo", l'anniversario del quale egli propone di celebrare, era iniziato negli ultimi anni di vita di Stalin. Khrusciov ha limitato il suo potenziale, restringendolo sino ai materiali dal carattere anti-staliniano.
Stalin voleva dare le dimissioni nel mese di ottobre 1952, ma il XIX Congresso del partito ha rifiutato di soddisfare la sua richiesta. Taubman sostiene che Khrusciov diceva che lui sia "estraneo" (non implicato) nelle repressioni; in realta', pero', Khrusciov non solo non aveva ascoltato le esortazioni (persuasioni) di Stalin, ma ha preso l'iniziativa in questa materia, chiedendo dei "tetti" (dei massimali) superiori (piu' alti) sulle pene capitali che ne avrebbe voluto la direzione staliniana. Taubman afferma: "Khrusciov in un modo o nell’altro ha conservato la sua umanita'". Sarebbe piu' esatto di dire il contrario: Krusciov, sembra, come nessun altro a somigliare a un sicario e a un assassino.
Ma ecco, c’e' questo che mi mise immediatamente in ansia e continua a preoccuparmi sinora: se io mi affermo che ciascuna delle “rivelazioni accusatorie" di Khrusciov sia falsa, ci crederanno ai miei argomenti? Che il discorso piu' influente del XX secolo (se non di tutti i tempi!) sia un frutto del raggiro, dell’inganno? In sé, gia' soltanto questa idea sembra semplicemente mostruosa.
I risultati della mia ricerca potrebbero quindi essere sviliti e la verita' messa a tacere.
Il punto consiste peraltro nel fatto che l’autore di queste righe ha acquisito una certa notorieta' per il suo rispettoso, anche se critico atteggiamento verso la personalita' di Stalin nonché per la propria simpatia verso il movimento comunista internazionale, di cui il leader riconosciuto fu Stalin per decenni. Quando un ricercatore arriva alle conclusioni che sono troppo coerenti con i suoi preconcetti orientamenti politici la cosa piu' prudente da fare sarebbe di sospettare il tale autore di una mancanza di obiettivita', se non di peggio. Ecco perché sarei molto piu' tranquillo se il mio lavoro scientifico portasse al risultato che soltanto il 25% delle "rivelazioni accusatorie" di Khrusciov, su Stalin e su Berija, fossero sicuramente false.
Ma dato che, come si e' scoperto che tutte le "rivelazioni accusatorie" di Khrusciov in realta' non sono veritiere, il fardello delle prove di dimostrare queste falsita' ricade su di me personalmente in qualita' dello scienziato.
Pertanto, vorrei tanto sperare, che il lettore accogliera' con l’indulgenza la forma in qualche maniera insolita di presentazione del materiale in questione.
L'intero libro e' diviso in due parti distinte, ma in un certo modo collegate.
Nella prima parte (capitoli 1-9) vengono esaminati dei punti della relazione khruscioviana considerati la quintessenza delle sue "rivelazioni accusatorie". Con un breve salto in avanti, si segnala, che l'autore ne riuscito ad evidenziare sessantuno di tali dichiarazioni.
Ognuna delle "rivelazioni accusatorie", della relazione sara' preceduta da una citazione della "relazione segreta", dopo di che sara' rivista attraverso il prisma delle prove storiche, la maggior parte delle quali sono presentate come le citazioni pervenute dalle fonti primarie e in rari casi da altre fonti. L'autore si e' prefissato il compito di fornire i migliori di elementi di prova che esistono e sono principalmente tratti dagli archivi di Russia per provare la natura falsa del discorso con cui Khrusciov aveva parlato in una sessione a porte chiuse del XX Congresso.
La seconda parte del libro (capitoli 10-11) e' dedicata alle problematiche del carattere metodologico ed anche alle conclusioni scaturite dal lavoro da me eseguito. Una particolare attenzione era stata prestata alla tipologia delle tecniche di Khrusciov cui le aveva usato attraverso di tutta la sua relazione falsa e alla revisione dei materiali sulla riabilitazione dei leader di partito i cui nomi sono stati nominati nel rapporto segreto.
Capitolo: "Le liste delle fucilazioni"
Khrusciov: "esisteva una pratica viziosa, quando nel NKVD venivano compilate delle liste degli individui i cui casi erano da considerarsi alla valutazione presso il Collegio Militare, e per essi veniva predeterminata a priori la misura di punizione. Tali elenchi venivano inviati a Stalin personalmente da Ežov per l’autorizzazione delle sanzioni proposte. Nel 1937 - 1938, a Stalin furono inviate n. 383 di tali elenchi su tanti migliaia di funzionari del partito, sui cittadini sovietici, sui giovani del Komsomol, sui militari e sui lavoratori nelle sfere per la gestione dell’economia nazionale, e aveva ricevuto la sua sanzione" (2)
Gli originali di tali elenchi esistono; sono stati preparati per la stampa e pubblicati prima nei compact-disk e inseguito emesse nell’Internet come “Le liste delle fucilazioni di Stalin” (1) («Сталинские расстрельные списки»). Ahime', il nome stesso e' impreciso e tendenzioso, in quanto le liste, generalmente parlando, non erano state “di fucilazioni”
Gli storici antistalinisti descrivono le liste come delle condanne fabbricate in anticipo. Tuttavia, proprio i loro studi-ricerche-commenti dimostrano tutta la inconsistenza di tali accuse. In realta', nelle elenchi veniva citato il verdetto di massima pena, che poteva essere imposto dalla Corte giudicante in caso di condanna dell’accusato, vale a dire che li' veniva indicata la massima misura possibile di condanna per un preciso reato in quanto tale, e non il verdetto vero e proprio.
Ci sono casi in cui gli individui esistenti nelle liste non venivano condannati o il verdetto della condanna era assai meno grave della pena massima per un reato indicata nell’elenco che alla fin fine e salvava queste persone dalla fucilazione. Ad esempio, citato nella relazione di Khruscev e che ha vissuto fino al XX Congresso, A.V, Snegov era finito per due volte negli elenchi - prima volta nell’elenco del 7 dicembre 1937 per la regione di Leningrado (2) e per la seconda volta nell’ elenco di 6 settembre 1940 (3)
In ambedue i casi, Snegov, era stato segnalato come l’appartenente alla "Categoria 1" di condanna, vale a dire, che nel suo caso si sarebbe potuta ad essere applicata anche la pena capitale - la fucilazione. Al secondo elenco in cui c’e' il nome di Snegov e' allegata una sintesi delle prove accusatorie, e si sente che di queste prove ne erano molte di piu'. Tuttavia a Snegov non fu condannato a morte, ma era stato condannato a una lunga detenzione in un campo di lavoro.
Cosi', Khrusciov sapeva che Stalin non pronunciava le "condanne", ma prendeva in visione gli elenchi per possibili obiezioni. A Khrusciov questo era sicuramente noto, in quanto vi e' rimasta conservata una lettera a lui indirizzata dal Ministro degli Affari Interni dell’URSS, S.N. Kruglov, dal 3 febbraio 1954. In questa lettera del fatto sui "verdetti fabbricati a priori" non c’e' una sola
parola, invece si afferma esplicitamente che: "Negli archivi del Ministro degli Affari Interni dell’URSS vi sono trovate n. 383 liste "delle persone, che debbono essere sottoposte al giudizio del Collegio militare della Corte Suprema dell’URSS". Queste liste (elenchi)
erano stati redatti negli anni 1937 e il 1938, l'NKVD, e nello stesso periodo (allora)
anche presentate al Comitato Centrale del PCUS, per l’esame (e' evidenziato da me. - GF) (1)
(1) Vedi.: www.memo.ru/history/vkvs/images/intro1.htm.
Non c'e' niente di strano che il procuratore arrivava in sede giudicante, avendo a portata di mano non solo le prove della colpevolezza dell’accusato, ma anche le raccomandazioni sulle misure della condanna, nel caso di riconoscimento della colpevolezza. Come viene notato, per all’esame venivano forniti le liste soltanto dei membri del partito, e mai di quelli che non ne appartenevano.
(2) Vedi: http://stalin.memo.ru/spiski/pg05245.htm
(3) Vedi: http://stalin.memo.ru/spiski/pgl3026.htm
Khrusciov aveva nascosto il fatto che non era stato Stalin, ma fu lui stesso in modo diretto
coinvolto nel redigere degli elenchi con l'indicazione raccomandata della categoria di punizione. Khrusciov fa riferimento al NKVD, indicando che gli elenchi sono stati redatti proprio li'. Ma egli accuratamente cela che il NKVD operava fianco a fianco con la dirigenza locale del PCUS (b) e che il numero considerevole di persone in quelle liste, probabilmente anche la maggioranza e maggiormente che nelle altre localita' dell’URSS, abitasse esattamente la', dove in quel periodo spadroneggiava Khrusciov.
Fino a gennaio 1938, Khrusciov fu il primo segretario dei comitati di partito regionale, nonché cittadino di Mosca, e piu' tardi - il primo Segretario del Comitato Centrale di Partito Comunista (bolscevico) di Ucraina. La sua lettera a Stalin (2) con richiesta di fucilazione di 6500 persone porta la data:10 Luglio dell’anno 1937; ma la stessa data e' posta sulla "lista delle fucilazioni" di Mosca e della regione di Mosca (3).
Nella lettera a Stalin, Khrusciov conferma la propria partecipazione alla "troika" (al trio), cui ebbe il potere di selezionare individui soggetti alle repressioni. Dello stesso "trio" facevano parte: S.F. Redens il capo del NKVD nella regione di Mosca, e il K. I. Maslov il sostituto procuratore della regione di Mosca,. (Khrusciov ammette (acconsente?) che "nei casi necessari" egli sarebbe stato potuto ad essere sostituito dal secondo segretario, A. A. Volkov).
Volkov rimase in carica di secondo segretario del MK VKP (b) soltanto sino all'inizio del mese di agosto dell’anno 1937, e cosi' smise ad essere subordinato a Khrusciov, il fatto che probabilmente gli salvo' la vita (4). (1) Vedi: www.memo.ru/history/vkvs/images/intro1.htm.
Vedere il Capitolo 5.
http://www.memo.ru/history/vkvs/spiski/pg02049.htm.
(4) Volkov, 11 agosto 1937, e' stato eletto primo segretario del Partito comunista (bolscevico) di Bielorussia, e da ottobre 1938 a febbraio 1940 occupo' la carica del primo segretario del comitato regionale del VKP (b). A giudicare da tutto, mori' di morte naturale nel 1941 o 1942. Una dettagliato racconto su Volkov vi era pubblicato nel giornale «Советская Белоруссия» (La Bielorussia Sovietica) del 21 aprile 2001, vedi anche: http://sb.by/article.php?articleID=4039.
Maslov e' rimasto in carica del procuratore per la regione di Mosca sino a novembre 1937: nel 1938 fu arrestato e nel marzo 1939 fu giustiziato con l'accusa di sovversione controrivoluzionaria (1). La stessa sorte tocco' K. I. Mamontov (2), cui dapprima ha preso il posto di Maslov, e poi fu fucilato con egli nello stesso giorno. Non sfuggi' la pena capitale neppure Redens: nel novembre 1938 fu arrestato come partecipante ad un «gruppo sovversivo e di spionaggio polacco», fu processato e per il verdetto della corte giustiziato il 21 gennaio 1940. Sulle pagine del suo libro, Jansen e Petrov menzionano Redens come uno degli "uomini di Ežhov" (3). Durante il cosiddetto "disgelo” Redens, su insistenza di Khrusciov, fu riabilitato, ma con tale flagranti violazioni delle normative legislative che nel 1988 la riabilitazione di Redens era stata abolita (revocata) (4).
(3) Jansen, Petrov, pagg. 56, 165
(4) Riabilitazione: Come e' stato. T.Z. Meta' degli anni 80 - 1991. - Mosca: MFD, 2004, pag. 660.
In altre parole, ad eccezione di Volkov, tutti i piu' stretti collaboratori di Khrusciov cui presero parte nelle repressioni a Mosca e nella regione di Mosca, ebbero le pene (punizioni) degne delle loro azioni. Ma in quale modo riusci' a sfuggire la punizione Khrusciov? Mistero….
Capitolo: Le disposizioni del Comitato Centrale del PCUS (B) al Plenum del gennaio (1938)
Khrusciov: "Ben noto risanamento nelle organizzazioni del partito apportarono le disposizioni del Comitato Centrale del PCUS (B) al Plenum del gennaio (1938). Tuttavia le repressioni continuavano anche nel 1938 "(5).
(5) Il culto della personalita' ... / / Izvestia Comitato Centrale PCUS. 1989, №3, p. 144.
Qui Khrusciov soltanto fa allusione (ma piu' chiaramente articola il suo pensiero
piu' tardi), che il volano delle repressioni veniva azionato proprio da Stalin. Ma, come abbiamo gia' visto, le attestazioni (gli elementi di prova) documentate, al contrario, ci stanno ostinatamente dicendo che le repressioni venivano gonfiate da Ežov e da un gruppo dei primi segretari, cui Khrusciov prese parte come uno dei principali "repressore”. Stalin e la parte della Direzione centrale del PCUS (b) che non fu coinvolta alla cospirazione, cercava di ridurre e mettere sotto il controllo tutto lo svolgere delle repressione. Alla fine, sono riusciti a ottenere pene severe per coloro contro cui sono stati ottenuti prove del coinvolgimento nella fabbricazione dei casi atti ad eliminazione delle persone innocenti.
Getty e Naumov fecero un'esauriente analisi della documentazione (dei materiali) del Plenum del PCUS (b) del Gennaio (1938) (1). Dalla loro approfondita ricerca, risulta, che Stalin e i leader’s del Comitato Centrale del Partito Comunista (Bolscevico) furono estremamente preoccupati per il problema delle repressioni incontrollate. Proprio per questo motivo e in sede di questo plenum, Postyshev era stato rimosso dal suo incarico. Un esame approfondito di questa materia si trova nel libro di R. Thurston (2) in cui si conferma il fatto che Stalin stesse cercando di tenere a freno i Primi segretari, l'NKVD e le stesse repressioni in quanto tali.
Al Plenum di Gennaio (1938), Malenkov e, ovviamente, facendo eco a Stalin, fece una relazione sulle espulsioni non autorizzate in massa dal partito comunista dei compagni nella regione di Kuibyshev. Perseguendo i nostri scopi, come i fattori piu' significativi dovremo considerare soltanto che la colpa di questi atti, come gia' accennato, era stato scaricato su Postyshev. La risoluzione del Comitato Centrale PCUS (B) del 9 Gennaio 1938 accuso' egli di "errori", per cui ricevette la nota di biasimo ed era stato sollevato dai suoi incarichi del primo segretario del Comitato Regionale di Kuibyshev.
I. A. Benediktov, che ebbe incarichi chiave negli anni 1938-1958, nella gestione dell'agricoltura dell'URSS (commissario del popolo per l’agricoltura, e dopo il ministro dell'agricoltura) che spesso partecipo' alle riunioni del Comitato Centrale e del Politburo, sottolinea, dicendo che al Plenum di Gennaio, Stalin comincio' a correggere le illegalita' commesse nel corso delle repressioni.
Nel gennaio dell’1938, a capo del Commissariato del Popolo degli Affari Interni
della Repubblica Socialista di Ucraina (RSS Ucraina) ebbe carica A. I. Uspenskij, ma entro la fine dello stesso anno a Mosca era divenne noto come criminale. Avvertito da Ežov, il 14 Novembre dell’1938, Uspenskij sfuggi' all’arresto che incombeva sulla sua testa, finse il suicidio e passo' in clandestinita'.
(1) J. Arch Getty end Oleg V. Naumov. The Road to Terror: Stalin e Self-Destruction
of the Bolsceviks, 1932-1939. (Yale University Press, 1999), pag.498-512.
(2) R. Thurston. Life and Terror in Stalin’s Russia (Vita e terrore nella Russia di Stalin), 1934-1941. (Yale University Press; 1998), pag.109, 112; vedi sua la parte 4.
(2) A proposito del culto della personalita' ... / / Izvestia Comitato Centrale PCUS. 1989, № 3, p. 143.
Fu dichiarato in quanto ricercato per tutta la Russia ed arrestato soltanto il 14 aprile del’1939. Secondo alcune informazioni, Ežov aveva origliato una conversazione telefonica fra Stalin e Khrusciov, dopo di che e avverti' Uspenskij.
Indipendentemente dal fatto in che cosa consistette il reato personale di Uspenskij, la responsabilita' per la fabbricazione delle accuse contro le persone innocenti, lui le deve condividere con Khrusciov, in quanto ambedue erano i membri della stessa "trojka" (1). Nei materiali (nei documenti) degli interrogatori di molti arrestati vi e' detto che, seguendo le istruzioni di Ežov, Uspenskij falsificava i dossier su vasta scala (2).
(1) N. Krusciov. Tempo. Persone. Power. Book. 1. Parte 1. - Mosca: Moscovskie novosti (Notizie di Mosca), 1999, pag.172-173.
(2) Jansen e Petrov. pag. 84, 148.
Capitolo: "La banda di Berija"
Khrusciov: "Quando Stalin diceva che qualcuno dove essere arrestato si doveva prendere per fede che questo sia un "nemico del popolo". Mentre la banda di Berija, che spadroneggiava nel KGB (Comitato per la Sicurezza Statale ovvero in russo Комитет Государственной Безопастности), usciva dalla pelle per dimostrare la colpevolezza delle persone arrestate e la correttezza dei materiali (accusatori) da esso fabbricati” (3).
È una bugia. R. Thurston scrive dettagliatamente del fatto, come Khrusciov aveva travisato il senso di quello che era effettivamente accaduto quando Berija divenne il capo del NKVD (4). Il suo arrivo (nel NKVD), secondo le parole dello storico, genero' "l’impressionante liberalismo”; cessarono le torture, ai prigionieri, furono restituiti i loro legittimi diritti legislativi. I complici di Ežov persero i loro incarichi, molti di essi furono accusati ed ebbero dei processi da cui giudicati come dei colpevoli aver effettuato delle repressione illegali.
In conformita' con la relazione della commissione a capo di Pospelov, gli arresti
scesero bruscamente: negli anni 1939-1940, il loro numero era sceso al piu' del 90% rispetto agli anni 1937-1938. Il numero delle esecuzioni nel 1939-1940 era sceso al disotto dell'1% al confronto degli anni 1937 - 1938. (5) Il Berija prese su di sé la gestione del Commissariato popolare per gli affari degli Interni nel novembre 1938, e, quindi, il suindicato lasso di tempo combacia perfettamente col periodo,
in cui tutte le redini del governo "degli organi (NKVD?)" sono state concentrate nelle sue mani. Krusciov aveva usato la relazione della Commissione di Pospelov
per il suo "rapporto segreto", e quindi non poteva di non sapere questi fatti, ma
decise di non farne alcun riferimento un modo da non dare all’auditorio benché minimo motivo di dubitare nella interpretazione proposta da lui degli eventi storici.
Proprio mentre Berija era stato a capo del NKVD vi ebbero luogo dei processi a carico di quelli che furono accusati di illeciti repressioni, di esecuzioni in massa, di torture e di falsificazioni delle cause penali. Krusciov lo sapeva, ma anche questo fu tenuto nascosto.
(1) Krusciov. Tempo. Persone. Power. Book. 1. Parte 1. - Mosca: Notizie di Mosca (Московские новости), 1999, pagg.172-173.
(2) Jansen e Petrov. §. 84, 148.
(3) A proposito del culto della personalita' ... / / Atti del Comitato Centrale PCUS. 1989, № 3, §. 144.
(4) Robert Thurston. Vita e terrore ... §. 118-119.
(5) Riabilitazione: Come e' stato. Volume 1. pag. 317. Vedi anche: http://www.idr.ru/2/7. shtml.
Nome: antonio ----- Data e ora: 01/01/2011 - 21.26.00 ----- Titolo: STALIN : CENNI BIOGRAFICI Stalin: cenni biografici
Testo messo a disposizione da Edizioni La Citta' del Sole conversione in html a cura del CCDP
Stalin: cenni biografici
tratto da Stalin - Opere Scelte – vol. I -
21 dicembre 1879
Giuseppe Vissarionovic Giugasvili nasce il 21 dicembre a Gori, un villaggio della Georgia. Suo padre, Vissarion Giugasvili, e' calzonaio, la madre Caterina Gheoghievna e' figlia di un contadino asservito.
Settembre 1888
Il piccolo Giuseppe Giugasvili entra nella scuola religiosa di Gori poiché, vista la sua intelligenza, i genitori intendono farlo studiare nonostante la loro poverta'.
Giugno 1894
Termina brillantemente gli studi nella scuola di Gori.
Settembre 1894
Entra nel seminario di Tiflis, dove anche il padre, sopraffatto dalla concorrenza della produzione industriale, e' costretto a trasferirsi per cercare lavoro come operaio salariato.
1894-1899
Il regime tirannico esistente nel seminario risveglia in Giuseppe Giugasvili, che si distingue per insofferenza di ogni forma di oppressione di cio' che si insegna al seminario, lo spirito della ribellione . Studia quanto e' indispensabile per sostenere gli esami e si dedica invece allo studio di questioni piu' vive e alle piu' svariate letture. E´ questo il periodo della sua formazione iniziale come marxista e militante rivoluzionario.
Inizi del 1895
Giuseppe Giugasvili prende contatto con gruppi clandestini di marxisti rivoluzionari russi esiliati in Transcaucasia dal governo zarista. «Questi gruppi - disse in seguito Stalin - esercitarono su di me una forte influenza e mi dettero il gusto degli scritti marxisti clandestini». Inizia l´attivita' politica e dirige i circoli marxisti degli studenti.
1896
Giuseppe Giugasvili e' alla testa dei gruppi marxisti che si formano nel seminario e inizia lo studio dei classici del marxismo. Legge il I° volume del Capitale, il Manifesto dei comunisti, il saggio di Engels sulle condizioni della classe operaia in Inghilterra e il saggio di Lenin Che cosa sono gli "amici del popolo" e come lottano contro i socialdemocratici. Gia', alla scuola di Gori egli si era formato opinioni materialistiche e ateistiche grazie alla lettura di opere scientifiche. In seminario, oltre ai testi del marxismo, egli legge e studia Galileo e Copernico, Darwin, Feuerbach, Spinoza, Bielinski, Dobroliubov, Tolstoi, Dostojevski, Gogol, Cernicewski e altri classici e critici russi e stranieri. Nello stesso anno si mette in collegamento col circolo degli operai de1 tabacchificio.
Gennaio 1898
È incaricato di dirigere uno dei piu' importanti circoli marxisti di Tiflis: il Circolo operaio delle Officine ferroviarie principali.
Agosto 1898
Entra nell´organizzaione socialdemocratica rivoluzionaria georgiana «Messame dessi» e successivamente nell´organizzazione di Tiflis del Partito operaio Socialdemocratico della Russia. Prende posizione per la corrente marxista rivoluzionaria contro quella riformista legalitaria.
Dall´agosto 1898 al maggio 1899
Stalin continua il suo lavoro di propaganda e di organizzazione occupandosi particolarmente del circolo delle Officine ferroviarie. «In quel circolo - scrivera' trenta anni dopo - ebbi la prima formazione di militante rivoluzionario». Nel seminario si incominciano a nutrire sospetti sul suo conto. Viene ripetutamente sorpreso a leggere libri proibiti, il suo bagaglio viene perquisito e i suoi libri sequestrati. Viene ammonito e punito.
27 maggio 1899
Viene espulso dal seminario per "idee sovversive" e propaganda del marxismo.
28 dicembre 1899
Dopo aver vissuto alcuni mesi dando lezioni, si impiega come osservatore calcolatore all´osservatorio astronomico di Tiflis, continuando la sua attivita' di propagandista, agitatore e organizzatore.
1900-1902
Si intensifica la lotta della minoranza rivoluzionaria nell´organizzazione socialdemocratica di Tiflis. Stalin e i suoi compagni passano dalla propaganda politica nei piccoli circoli operai al lavoro politico tra le grandi masse; organizzano piccole tipografie illegali, stampano e diffondono manifestini, creano nuove organizzazioni, dirigono gli scioperi e le prime manifestazioni politiche dei lavoratori; prendono contatti con i rappresentanti del gruppo leninista dell´Iskra.
23 aprile 1900
Alla periferia di Tiflis Stalin parla a una manifestazione operaia per il 1° Maggio.
Agosto 1900
Stalin dirige con Kalinin un grande sciopero alle Officine ferroviarie.
Gennaio 1901
Giunge nel Caucaso il primo numero dell´Iskra e Stalin fa proprie le idee e le direttive di Lenin circa la creazione del partito proletario.
21 marzo 1901
La polizia zarista perquisisce la camera di Stalin all´osservatorio di Tiflis.
28 marzo 1901
Saputo di un mandato di cattura spiccato contro di lui, Stalin abbandona l´Osservatorio e passa alla vita illegale. Da questo momento la lotta rivoluzionaria sara' l´unica sua attivita'.
Settembre 1901
Per iniziativa di Stalin e di Ketskhoveli esce a Baku il primo numero del giornale illlegale Brdzola (la lotta) in lingua georgiana, con lo stesso orientamento dell´lskra di Lenin. L´editoriale e' di Stalin.
Novembre 1901
Stalin viene eletto membro del comitato dell´organizzazione socialdemocratica di Tiflis. Alla fine del mese, per incarico del comitato stesso, si reca a Batum dove organizza circoli operai nei principali stabilimenti industriali e costituisce l´organizzazione socialdemocratica.
31 dicembre 1901
La conferenza dei rappresentanti dei circoli operai elegge un comitato designando Stalin a dirigerne l´attivita': e' il comitato della corrente iskrista-leninista di Batum.
31 gennaio-17 febbraio 1902
Stalin dirige ora per ora e guida alla vittoria un grande sciopero allo stabilimento Mantascev. È costantemente fra gli operai e li aiuta risolvere tutte le questioni, anche minime, che si presentano nel corso della lotta; e' alla loro testa quando scendono in strada e affrontano la polizia.
9 marzo 1902
Stalin guida una manifestazione imponente alla quale partecipano piu' di seimila persone. La truppa spara uccidendo quindici operai.
6 aprile 1902
È arrestato e rinchiuso nel carcere di Batum.
Dal carcere si collega con l´organizzazione del partito, ne dirige il lavoro, scrive manifestini, organizza piccoli movimenti fra i detenuti: «In carcere - dice Stalin - bisogna lavorare il doppio per uscirne piu' preparati».
Marzo 1903
Il Congresso dell´organizzazione socialdemocratica del Caucaso costituisce l´Unione del Caucaso del Partito Operaio Socialdemocratico della Russia. Stalin, benché si trovi in carcere, e' eletto nel comitato direttivo.
Novembre 1903
Viene deportato nella Siberia orientale dove riceve una lettera di Lenin che gli espone il piano di lavoro per l´organizzazione del partito.
Gennaio 1904
Fugge dal luogo di deportazione. Fino al 1917 sara' arrestato e deportato per ben sei volte, e ogni volta riuscira' a fuggire e a riprendere con nuova lena l´attivita' rivoluzionaria.
Febbraio 1904
Stalin e' a Tiflis e prende la direzione dell´Unione del Caucaso del POSDR.
Febbraio-dicembre 1904
Svolge un intenso lavoro di orientamento, di direzione e di costruzione del partito in tutta la Transcaucasia e dirige la lotta per la convocazione del III°Congresso.
13 dicembre 1904
Stalin e' alla testa di un poderoso sciopero generale di 20 giorni scoppiato a Baku, il primo grande movimento del periodo della rivoluzione del 1905.
1905
A febbraio, in risposta ai provocatori zaristi che hanno causato un massacro, con devastazioni e saccheggi, fra tartari e armeni di Baku, e che tentano di provocare un massacro anche a Tiflis eccitando gli uni contro gli altri i cittadini delle varie nazionalita', l´organizzazione bolscevica diretta da Stalin organizza una grande manifestazione. Alcune migliaia di armeni, georgiani, tartari e russi si raccolgono nel recinto della cattedrale e si giurano aiuto reciproco. Il giorno dopo la manifestazione si rinnova: ottomila manifestanti partono dalla cattedrale ortodossa, si portano poi alla sinagoga, alla moschea, al cimitero persiano, rinnovando il giuramento di fraternita'. La provocazione zarista e' spezzata e un passo decisivo e' compiuto sulla via dell´unione fra i lavoratori delle varie nazionalita' del Caucaso.
La lV Conferenza bolscevica del Caucaso diretta da Stalin decide di intensificare la lotta per la preparazione dell´insurrezione e intensifica la lotta contro i menscevichi.
Alla I Conferenza generale dei bolscevichi che si tiene a Tammerfors incontra Lenin per la prima volta.
Aprile 1906
Stalin e' delegato al IV Congresso del POSDR a Stoccolma e difende a fianco di Lenin, contro i menscevichi, la linea seguita dai bolscevichi nella rivoluzione.
Aprile-maggio 1907
Si reca a Londra per partecipare al V Congresso del POSDR. Al ritorno si reca a Baku dove si impegna a fondo nella lotta contro i menscevichi. Pubblica e dirige vari giornali, tra cui il Proletario di Baku.
Giugno-dicembre 1907
Stalin dirige la campagna elettorale, guida gli operai dell´industria petrolifera alla conclusione di un contratto collettivo, pubblica giornali, mobilita le masse in lotte politiche contro lo zarismo, quando su tutta la Russia pesa gia' la cappa della reazione. Lenin definisce gli operai di Baku guidati da Stalin «Gli ultimi mohicani dello sciopero politico di massa» . In tutto il periodo della ritirata del movimento operaio e democratico, Stalin si batte per difendere l´esistenza e l´integrita' del partito contro coloro che vorrebbero liquidarlo: sostiene che anche nell´ora della ritirata bisogna rimanere al proprio posto «senza mai perdere la calma, la padronanza di sé, il sangue freddo e la prudenza».
25 marzo 1908
Stalin e' nuovamente arrestato.
Febbraio 1909
Dopo otto mesi di carcere, viene deportato in un villaggio del governatorato di Vologda. Durante il viaggio si ammala di tifo.
24 giugno 1908
Stalin evade di nuovo. Si reca prima a Pietroburgo, poi ritorna a Baku dove riprende il suo lavoro e dirige la lotta contro i menscevichi che si pronunciano per la liquidazione del partito.
Inizio del 1910
Stalin viene nominato rappresentante del Comitato centrale del partito.
28 marzo 1910
È nuovamente arrestato.
Settembre 1910
Dopo sei mesi di carcere viene nuovamente deportato nel governatorato di Vologda
Luglio 1911
È autorizzato a trasferirsi nella citta' di Vologda.
7 settembre 1911
Elude la sorveglianza della polizia e si reca a Pietroburgo.
9 settebre 1911
È arrestato e nuovamente tradotto a Vologda.
Gennaio 1912
A Praga, alla VI Conferenza del partito, nella quale i menscevichi vengono espulsi e i bolscevichi si organizzano in partito indipendente, Stalin, benche' assente, viene chiamato a far parte del Comitato centrale del nuovo partito e incaricato della direzione del lavoro politico all´interno della Russia. Informato da Ordzonikidze, fugge dalla deportazione a cui e' stato costretto nuovamente, ritorna nel Caucaso per organizzarvi il lavoro dei bolscevichi, e poi passa a Pietroburgo e fonda la Pravda (= verita'), un giornale per la classe operaia, di orientamento e guida per le lotte di massa.
22 aprile 1912
Lo stesso giorno in cui esce il primo numero della Pravda con il suo articolo «I nostri scopi», viene di nuovo arrestato.
2 luglio 1912
Dopo piu' di due mesi di carcere, e' deportato in Siberia da dove evade il 1° settembre. Il 12 dello stesso mese e' di nuovo a Pietroburgo dove dirige la campagna per le elezioni alla IV Duma.
Settembre-novembre 1912
Stalin organizza la lotta contro i menscevichi liquidatori, organizza uno sciopero contro un abuso elettorale ai danni degli operai, elabora il mandato degli operai pietroburghesi al loro deputato, si reca a Mosca per stabilire i collegamenti con i nuovi deputati bolscevichi alla Duma.
Primi giorni di novembre 1912
Si reca a Cracovia dove e' stato chiamato da Lenin per partecipare a una riunione. Rientra a Pietroburgo dove dirige per qualche tempo il lavoro del gruppo parlamentare bolscevico.
Dicembre 1912-gennaio 1913
Ritorna prima a Cracovia per una importante riunione del Comitato centrale, poi si trasferisce a Vienna dove fra l´altro scrive l´importante saggio teorico Il marxismo e la questione nazionale in cui si rivela conoscitore approfondito del problema dei rapporti tra le varie nazionalita'. Al rientro a Pietroburgo, il 23 febbraio, e' arrestato di nuovo e deportato prima nuovamente in Siberia, poi, per timore di una nuova evasione, in un piccolo villaggio oltre il circolo polare artico, da cui lo liberera' la rivoluzione del febbraio 1917.
1914-1916
Durante la prigionia prende contatto con altri bolscevichi deportati in altre localita' dell´estremo nord e partecipa, sia pure da lontano, al dibattito sulla guerra imperialista e contro l´opportunismo della II Internazionale e di Plekhanov.
Dicembre 1916
È chiamato alle armi, ma la comrnissione di leva lo esornera dal servizio al fronte e lo invia ad Acinsk dove lo raggiunge la notizia della rivoluzione di febbraio.
Marzo 1917
Stalin torna a Pietrogrado, dove il partito lo incarica della direzione della Pravda e lo delega a far parte del Comitato esecutivo del Soviet di Pietrogrado. Mentre si attende il ritorno di Lenin dalla Svizzera, Stalin, insieme a Molotov, e' alla testa della maggioranza del Comitato centrale, fa fronte alle tendenze opportuniste che si manifestano nel partito e che chiedono una politica di appoggio incondizionato al governo provvisorio.
Aprile 1917
Stalin accoglie alla stazione Lenin che torna dal lungo esilio ed e' costantemente al suo fianco. Nella VII Conferenza del partito sostiene il piano rivoluzionario esposto nelle "tesi di aprile" che vengono approvate, con la prospettiva della lotta per il passaggio ininterrotto dalla rivoluzione democratica alla rivoluzione socialista. È in questo periodo che si acutizzano le divergenze e le contraddizioni contro il trotzkismo e l´opportunismo di Kamenev. Presenta anche un rapporto sulla questione nazionale riconfermando il diritto delle nazioni di decidere delle loro sorti e di costituirsi in Stati indipendenti. Dopo la Conferenza viene costituito l´ufficio politico del Comitato centrale del partito e Stalin e' chiamato a farne parte. Si occupa attivamente della propaganda tra i soldati, scrive regolarmente sui giornali del partito, partecipa al lavoro del Comitato del partito di Pietrogrado, presenta un rapporto sul movimento nazionale e i reggimenti nazionali a una Conferenza militare del partito.
Giugno 1917
Organizza a Pietrogrado la grande manifestazione operaia del 18 giugno.
20 giugno 1917
Il I Congresso dei Soviet elegge Stalin membro del Comitato esecutivo centrale.
Luglio 1917
Dopo le giornate del luglio, Stalin contribuisce in modo decisivo a salvare Lenin, ricercato dalla polizia di Kerenski, impedendogli di costituirsi come volevano Kamenev, Rykov e Trotzky. Lenin e' costretto a nascondersi, e, come dira' la Krupskaia nelle sue memorie, fu proprio Stalin a salvargli la vita convincendolo a non consegnarsi.
Fine luglio-agosto 1917
Lenin passa nell´illegalita', e Stalin, assieme a Sverdlov, dirige i lavori del Vl Congresso del Partito nel quale tiene il rapporto principale sull´attivita' del Comitato centrale e sulla situazione politica, fissando i compiti e la tattica del partito nella lotta per la rivoluzione socialista, sostenendo, in aspra polemica con i trotskisti, che la rivoluzione poteva vincere in Russia prima che in occidente. Il Congresso da' ragione alla tesi di Lenin e Stalin e decide la preparazione dell´insurrezione. Stalin mantiene i contatti del partito con Lenin, costretto a restare lontano da Pietrogrado, per organizzare la battaglia decisiva.
16 ottobre 1917
Il Comitato centrale costituisce il "Centro rivoluzionario militare", un organismo ristretto che ha il compito di preparare e dirigere l´insurrezione. Stalin viene posto alla testa di questo Centro.
24 ottobre 1917
Stalin respinge un attacco armato del governo di Kerenski contro il quotidiano del partito e pubblica l´articolo Che cosa ci occorre, che e' un appello all´insurrezione.
25 ottobre 1917
Preso il potere con la vittoria della rivoluzione, Stalin entra a far parte del governo dei soviet come commissario del popolo per le questioni nazionali. Terra' questo incarico fino al 1923. È un posto decisivo per tutti i grandi avvenimenti che seguono e portano, via via, alla nascita delle repubbliche sovietiche dell´Ucraina, della Bielorussia, della Transcaucasia, dell´Asia Centrale, delle repubbliche e regioni autonome.
Novembre 1917-estate 1919
Oltre a portare avanti la sua azione nel governo sovietico, Stalin si impegna nelle lotte interne al partito e nella liquidazione di Kerenski e dei vecchi generali zaristi. Partecipa alla elaborazione della prima costituzione sovietica e, per incarico del Comitato centrale, organizza una conferenza di socialisti della corrente rivoluzionaria di vari partiti d´Europa e d´America. Sulla questione della pace di Brest-Litovsk e' decisamente schierato con Lenin contro Trotski, le cui posizioni avventuriste consentono alla Germania di penetrare ancora piu' all´interno del territorio sovietico e ostacolano lo sviluppo dell´alleanza tra la classe operaia e i contadini-soldati che vogliono la pace. Nel marzo 1918 il VII Congresso del partito approva le posizioni di Lenin sulla questione della pace e nomina una commissione, sotto la direzione di Lenin, incaricata di elaborare il programma del partito. Stalin ne fa parte. Infine, iniziato l´intervento armato contro la rivoluzione, e' impegnato continuamente sul fronte politico e militare per difendere il potere sovietico. Ha un ruolo di enorme importanza nella guerra civile partecipando direttamente alla conduzione delle operazioni militari su tutti i fronti: prima spezza l´offensiva delle truppe controrivoluzionarie bianche a Zaritzin (che poi prendera' il nome di Stalingrado); organizza la liberazione di Karkov e di Minsk; batte Kolciak sul fronte orientale; piu' tardi dirige la difesa di Leningrado; combatte sul fronte di Smolensk e, sul fronte meridionale, guida la controffensiva che annienta Denikin. Nell´offensiva contro le truppe polacche e' commissario politico della leggendaria armata a cavallo di Budionny. Combatte in Crimea, ributtando a mare Wrangel e ponendo fine alla guerra civile.
Nel frattempo, nel novembre 1918, e' stato chiamato a far parte del Consiglio della difesa dove esercita le funzioni di sostituto di Lenin. Nel marzo 1919 e' nominato Commissario del popolo per il controllo statale e poi, nel 1921, dirigente del "Rabkin" (Ispezione operaia e contadina), organismo voluto da Lenin per la lotta al burocratismo e all´inefficienza. Terra' questo incarico fino all´aprile 1922 e, in quella responsabilita', organizza la piu' larga partecipazione dei lavoratori alla direzione dello Stato.
1921
Su proposta di Stalin, l´Armata Rossa entra in Georgia e stronca l´ultimo focolaio controrivoluzionario. Al termine della guerra civile, Stalin si impegna a fianco di Lenin nella lotta sul fronte interno del partito. Bisogna risolvere il problema di passare dal comunismo di guerra a una politica che incoraggi i contadini a produrre e permetta la ripresa economica del Paese. Contro i trotzkisti che vogliono ancora stringere la vite del comunismo di guerra, Stalin e' in prima linea. Al X Congresso si oppone, insieme a Lenin, al tentativo di Trotsky di sottoporre gli operai ad una disciplina militare, sottolineando la necessita' della persuasione, e che i sindacati siano scuola di comunismo. Il Congresso respinge anche le posizioni ultra-democraticistiche e anarcoidi della cosiddetta "Opposizione operaia" e proibisce i gruppi frazionisti. In questo periodo Stalin presenta anche una relazione per una politica che acceleri il progresso delle Repubbliche sovietiche arretrate.
3 aprile 1922
Il Comitato centrale del partito, su proposta di Lenin, elegge Stalin Segretario generale del Comitato centrale del Partito, nuova carica istituita dall´XI Congresso.
Aprile 1923
Stalin presenta la relazione del Comitato centrale al XII Congresso del partito, al quale Lenin, malato, non puo' partecipare; respinge le manovre dei trotzkisti e dei bukariniani che considerano la "NEP" (nuova politica economica) come una capitolazione; promuove la lotta contro le tendenze nazionalistiche.
21 gennaio 1924
Muore Lenin.
29 gennaio 1924
Stalin viene rieletto membro del Comitato esecutivo centrale dell´U.R.S.S.
23-31 maggio 1924
Stalin dirige i lavori del XIII Congresso del partito. Il 24 presenta al Congresso la relazione organizzativa del Comitato centrale. Il 29 viene rieletto membro del Comitato centrale.
2 giugno 1924
Alla riunione del Comitato centrale Stalin viene eletto membro dell´Ufficio politico, dell´Ufficio di organizzazione, della Segreteria e Segretario generale del C.C.
17 giugno-8 luglio 1924
Stalin partecipa attivamente ai lavori del V Congresso dell´Internazionale Comunista; viene eletto alla presidenza del Congresso stesso e chiamato a far parte delle principali commissioni e presiede i lavori di quella politica. Al termine del Congresso viene eletto membro del Comitato esecutivo dell´Internazionale e nella sua presidenza.
1924-1927
Guida la lotta del Partito contro le posizioni disfattiste dei trotzkisti che sostengono sia impossibile edificare il socialismo in URSS se prima non interviene la rivoluzione in Occidente. Stalin sostiene il principio leninista che e' possibile costruire il socialismo anche in un solo paese e che la rivoluzione russa non deve "marcire" nell´attesa della rivoluzione in Occidente. Sconfigge anche le posizioni di Kemenev e Zinoviev che si oppongono all´industrializzazione dell´U.R.S.S. La lotta contro le posizioni del blocco trotzkista e zinovievista si conclude il 14 novembre 1927 con la espulsione dal partito di Trotzky e Zinoviev decisa in riunione congiunta dal Comitato centrale e dalle commissioni di controllo. Il XV Congresso del partito, nel dicembre successivo, approva la proposta di Stalin di superare il ritardo dell´agricoltura sovietica procedendo alla collettivizzazione attraverso il raggruppamento delle piccole aziende contadine.
1928-1929
Inizia l´offensiva dei contadini poveri e medi contro i "kulaki" (contadini ricchi) e contro il loro "sciopero del grano". Il Partito, diretto da Stalin, batte e respinge la deviazione di destra di Bucharin e Rykov, sostenitori della via capitalistica di sviluppo delle campagne ("arricchitevi"!). Viene approvato il primo piano quinquennale.
1930-1933
Stalin e' impegnato nella realizzazione del piano quinquennale che, in realta', raggiunge i suoi obbiettivi in quattro anni. Dopo l´andata al potere di Hitler, da' una precisa definizione del fascismo che e' rimasta famosa: «dittatura terroristica aperta degli elementi piu' reazionari, piu' sciovinisti e piu' imperialisti del capitale finanziario».
1934
Al XVII Congresso, il partito si presenta con un ricco bilancio di vittorie in tutti i campi. Ogni opposizione aperta e' scomparsa. Di fronte agli incontestabili successi e all´inevitabile isolamento cui sarebbero condannati con una tattica di attacco aperto, i nemici del partito ricorrono all´azione clandestina, al sabotaggio e al terrorismo. Il 1° dicembre, a Leningrado, e' assassinato Kirov, uno dei massimi dirigenti bolscevichi, stretto collaboratore e compagno di lotta di Stalin.
1935-1939
Al Comitato Centrale, Stalin afferma che bisogna respingere la teoria opportunista della estinzione della lotta di classe man mano che procede la costruzione del socialismo. Al contrario: i nemici di classe non disarmano e ricorrono a nuove e piu' disperate forme di lotta.
In questo periodo, il Partito e lo Stato sovietico, con una azione energica e con l´attivo contributo delle masse, smascherano e pongono fine all´attivita' controrivoluzionaria di spie, sabotatori e agenti del nemico infiltrati. Se vi sono eccessi, come Stalin stesso riconoscera' autocriticamente al XVIII Congresso, e che del resto erano inevitabili, nell´essenza il movimento di epurazione colpisce nel giusto e grazie ad esso il fronte interno si presenta piu' che mai solido di fronte alla guerra imminente. I legami del Partito con le masse si rafforzano e si estendono sempre di piu'. Il movimento stachanovista testimonia dell´attaccamento della classe operaia al potere sovietico, e del grande slancio nella edificazione del socialismo.
1935
Il VII Congresso dell´Internazionale Comunista, contro i pericoli di guerra rappresentati dal nazifascismo, lancia la parola d´ordine dei fronti popolari e della piu' ampia unita' antifascista. L´URSS e' alla testa nella denuncia e nello smascheramento delle manovre nazifasciste: avanza alla Societa' delle Nazioni precise proposte per il disarmo e la sicurezza collettiva, ma Francia e Inghilterra le respingono.
Novembre 1936
L´VIII Congresso dei Soviet approva il progetto di nuova Costituzione dell´URSS.
Aprile 1937
Il secondo piano quinquennale viene realizzato con nove mesi di anticipo.
1939
Il patto di non aggressione tra URSS e Germania spezza il tentativo delle potenze capitalisliche occidentali di dirottare le ambizioni naziste esclusivamente verso l´URSS, tentativo che aveva avuto nella vergognosa conclusione della conferenza di Monaco la piu' clamorosa manifestazione.
1941
Al momento dell´aggressione hitleriana l´URSS si e' enormemente rafforzata e il fronte antifascista si e' fatto molto piu' esteso. Il 6 maggio Stalin e' nominato Presidente del Consiglio dei Commissari del Popolo. Il 22 giugno la Germania aggredisce l´URSS. Il 30 giugno Stalin e' nominato presidente del Comitato di Difesa dello Stato e assume personalmente la direzione della guerra e di tutte le forze armate sovietiche. In un celebre discorso radiotrasmesso, esorta i popoli sovietici e di tutto il mondo alla resistenza e alla riscossa (3 luglio). Batte il tentativo di Hitler di occupare Mosca: per la prima volta, le armate naziste si vedono ricacciate indietro per oltre quattrocento chilometri.
1942
L´Esercito Rosso e il popolo, per ordine di Stalin, impegnano ogni energia nella gloriosa battaglia di Stalingrado: prima nella sua difesa strenua ed eroica, poi nella controffensiva che segna la svolta decisiva nella seconda guerra mondiale.
1943
Il 6 marzo il Presidium del Soviet Supremo dell´URSS nomina Stalin Maresciallo dell´Unione Sovietica. In agosto vengono gia' prese misure urgenti per la ricostruzione dei territori liberati dall´occupazione tedesca. A novembre Stalin partecipa con Roosevelt e Churchill alla Conferenza di Teheran nella quale viene approvata una dichiarazione sulle azioni di guerra comuni e sulla collaborazione delle tre potenze nel dopoguerra.
1944
Su proposta di Stalin, il Soviet supremo delI´URSS decide la costituzione di Commissariati del Popolo per gli esteri e per la difesa nelle singole repubbliche federali dell´Unione Sovietica.
1945
In gennaio, per aiutare gli alleati che sul fronte occidentale sono in pericolo nelle Ardenne, Stalin anticipa di otto giorni l´offensiva prevista sul fronte russo dal Baltico ai Carpazi. L´offensiva tedesca sul fronte occidentale viene interrotta. Churchill esprime "con tutta l´anima" la sua gratitudine a Stalin per "la gigantesca offensiva" sovietica.
In febbraio Stalin partecipa alla Conferenza di Yalta con i dirigenti degli Stati Uniti e dell´Inghilterra. Il 21 aprile firma un trattato di amicizia con la Repubblica polacca liberata.
L´Armata Rossa che ha sostenuto il principale peso militare della guerra - gli Alleati si sono decisi ad aprire un secondo fronte in Normandia solo nel giugno 1944 - giunge in una rapidissima avanzata fino nel cuore della Germania. II nazismo e' sconfitto, a Berlino sventola la bandiera rossa.
Il 27 giugno Stalin viene nominato generalissimo dell´Unione Sovietica.
Dal 17 luglio al 2 agosto Stalin partecipa alla Conferenza di Potsdam dove sostiene l´applicazione delle misure pratiche tendenti a rendere stabile e solida la pace in Europa. Per accelerare la fine della guerra su tutti i fronti, a nome del governo sovietico, accetta di intervenire nella guerra contro il Giappone che si arrende il 2 settembre.
1946-1953
Stalin si dedica alla ricostruzione e allo sviluppo delle forze della societa' socialista e prepara il quarto piano quinquennale. L´imperialismo ha avviato la "guerra fredda" e Stalin ammonisce i fomentatori di guerre a desistere dalla loro azione. Chiede un controllo internazionale sull´energia atomica e riconferma la sua persuasione che la coesistenza pacifica dei due sistemi socialista e capitalista e' possibile a condizione che i trattati internazionali vengano scrupolosamente rispettati, che l´indipendenza delle nazioni e la loro sovranita' vengano difese, che le nazioni abbiano uguali diritti.
Denuncia il revisionismo di Tito e, nel frattempo, guida all´interno la rapida opera di ricostruzione e all´esterno il fronte mondiale dei popoli contro l´imperialismo. Orienta la politica sovietica verso il rispetto della sovranita' e dell´indipendenza delle piccole nazioni e verso la coesistenza pacifica. Ma non rinuncia, pero', ad un´attenta difesa del campo socialista, a rafforzare le forze che lottano per la pace e a sostenere la lotta dei lavoratori e dei popoli.
5 marzo1953
Il 5 marzo muore. In tutto il mondo la sua scomparsa suscita una emozione senza precedenti tra i rivoluzionari, i lavoratori e tutta l´umanita' progressista.
Nome: A ----- Data e ora: 11/07/2010 - 19.05.45 ----- Titolo: un grande marxista dimenticato ma attualissimo beralismo / libertarismo, secondo il filosofo marxista Michel Clouscard
pubblicata da Antonio Dangelo il giorno giovedi' 30 settembre 2010 alle ore 15.18
Michel Clouscard
Michel Clouscard (nato a Montpinier, dipartimento di Tarn (Francia), 1928 - morto il 21 febbraio 2009), e' stato un filosofo e sociologo marxista francese
Ha compiuto gli studi universitari in Lettere e Filosofia si laureo nel 1965 avendo come relatori della tesi, Henri Lefebvre e Jean-Paul Sartre.
È stato poi professore di sociologia presso l'Universita' di Poitiers 1975-1990.
Dall'inizio del 1970, Michel Clouscard diviene un acerrimo critico del libertarismo.
Secondo Clouscard, nel "Il capitalismo di seduzione", libertarismo, deriva dall'evoluzione del modo di produzione capitalistico. Testimonia un salto di qualita' del modo di produzione capitalista e dei relativi meccanismi dell’accumulazione tramite piu’ sofisticati strumenti che utilizzano i metodi della psicologia delle masse il capitalismo e’ arrivato poi strutturare un falso modello societa' libertaria, che approda al consumismo piu’ sfrenato (Consumo indotto e corcitivo, surrogato delle liberta'’ borghesi,tramite l’uso spregiudicato e sofisticato del marcketing pubblicitario globale) Con il "libertarismo", il liberalismo, completa il suo concetto,
Michel Clouscard con le sue analisi ci avverte, che l’approdo di queste due facci della stessa medaglia, puo' portare alla catastrofe finale l’umanita', che per Clouscard, la catastrofe s’identifica nel fascismo.
Michel Clouscard e' stato uno dei principali riferimenti di Alain Soral, riferimenti espliciti e pubblici, come risulta la citazione di questo autore in un articolo di Soral, intitolato "Agli antipodi del mio pensiero" ("Aux antipodi pensée de ma"), pubblicato sul quotidiano "L ' Humanité ".
Il metodo di lavoro di Michel Clouscard si basa su di una analisi profonda sulla societa' francese dal 1945 ad oggi.
È quello di esplorare in modo molto profondo delle tesi e le proposte Clouscard Michel. I suoi studi e riflessioni contribuiscono a mettere in luce la pratica liberale nell'attuale fase della globalizzazione, indicando la provenienza, influenze ideologiche della politica liberale e libertaria fondamenti della strategia del modello americano,da cui questa discende e che e’emersa dalla seconda guerra mondiale.
Le asserzioni e le intuizioni di Clouscard ci indicano un'alternativa progressista, alla globalizzazione e al neoliberismo infine ci dicono, che per uscire fuori d questa fase storica e' urgente la figura marxiana del lavoratore collettivo,che e' il vero soggetto rivoluzionario che si contrapone al morente modo di produzione capitalista .
Il lavoro misconosciuto di questo grande “scienziato sociale e’ essenziale , per alimentare il dibattito sociologico e filosofico, piu' ampio, che alla fine ci ha portano a considerare con urgenza una nuova fase della lotta rivoluzionaria, tale da mettere fine alla attuale e devastante fase storica dell’ umanita', porre fine al modo di produzione capitalista.
* I tatufi della Rivoluzione editori riuniti 1975
* La critica del liberalismo libertario, la genealogia della controrivoluzione.
* Ediciones Delgado, 2005 *
* Rifondazione progressista contro la controrivoluzione liberale,
* le edizioni Harmattan, 2003
* * NeoFascismo e ideologia del desiderio, 1973. Edit: Il Castor Astral, 1999, edizione 2008 Delga *
* La metamorfosi della lotta di classe, il tempo dei Ciliegi, 1996
* * Trattato di un folle amore. Genesi del West, sociale Scandéditions-Edizioni, 1993 * I Danni della pratica liberale o le metamorfosi della societa' francese, la Nuova Padiglione Publishing, 1987 *
* Dalla modernita': Problemi da Rousseau a Sartre, sociali, 1985 * La belva selvaggia , Metamorfosi della societa' capitalistica e strategia rivoluzionaria AMB Tematiche Sociali, 1983 *
* Capitalismo della seduzione - Critica alla socialdemocrazia sociale,
* Tematiche Sociali 1981, Delgado edizione 2006 *
* La frivolezza e serieta', Albin Michel, 1978
* * L’Essere e il codice, Edizioni Mouton, 1972
Nome: antonio d'angelo ----- Data e ora: 11/07/2010 - 19.03.02 ----- Titolo: Stalin sintetizza in modo grandioso il Leninismo Stalin sintetizza in modo grandioso Leninismo e Marxismo nell'epoca imperialista
pubblicata da Antonio Dangelo il giorno lunedi' 27 settembre 2010 alle ore 22.47
Stalin sintetizza in modo grandioso Leninismo e Marxismo nell'epoca imperialista
Risposta data da Stalin alla prima di dodici domande postegli in un colloquio con la prima delegazione operaia americana avvenuto il 9 settembre 1927. In questa prima risposta Stalin dimostra in modo splendido e in estrema sintesi il rapporto del leninismo con il marxismo spiegando che l'uno non puo' essere separato e tantomeno contrapposto all'altro ma va considerato come la continuazione e lo sviluppo nell'epoca dell'imperialismo e delle rivoluzioni proletarie.
PRIMA DOMANDA.
Quali nuovi principi sono stati praticamente aggiunti al marxismo da Lenin e dal partito comunista? Sarebbe giusto dire che Lenin credeva nella "rivoluzione creatrice" mentre Marx era piu' propenso ad attendere che lo sviluppo delle forze economiche raggiungesse il punto culminante?
RISPOSTA.
Penso che Lenin non "ha aggiunto" nessun "nuovo principio" al marxismo, cosi come non ha abolito nessuno dei "vecchi" principi del marxismo. Lenin e' stato e rimane il discepolo piu' fedele e coerente di Marx ed Engels, un discepolo che si e' basato interamente e completamente sui principi del marxismo.Ma Lenin non e' soltanto stato I'esecutore della dottrina di Marx ed Engels. Egli e' stato nello stesso tempo il continuatore di questa dottrina.Che cosa significa cio'?Significa che egli ha sviluppato ulteriormente la dottrina di Marx ed Engels in conformita' con le nuove condizioni di sviluppo, con la nuova fase del capitalismo, con l'imperialismo. Significa che sviluppando ulteriormente la dottrina di Marx nelle nuove condizioni della lotta di classe, Lenin ha apportato al comune tesoro del marxismo qualcosa di nuovo rispetto a quanto era stato dato da Marx ed Engels, rispetto a quanto si poteva dare nel periodo del capitalismo preimperialistico, e quel che di nuovo ha apportato di Lenin al tesoro del marxismo si basa interamente e completamente sui principi enunciati da Marx ed Engels.Appunto in questo senso noi diciamo che il leninismo e' il marxismo dell'epoca dell'imperialismo e delle rivoluzioni proletarie.Ecco alcune questioni, sulle quali Lenin ha apportato qualcosa di nuovo sviluppando ulteriormente la dottrina di Marx.In primo luogo, la questione del capitalismo monopolistico, dell'imperialismo, inteso come nuova fase del capitalismo. Nel Capitale Marx ed Engels hanno analizzato le basi del capitalismo. Ma Marx ed Engels vivevano nel periodo del capitalismo premonopolistico, nel periodo della evoluzione senza scosse del capitalismo, della sua "pacifica" diffusione in tutto il mondo.Questa vecchia fase e' terminata tra la fine del XIX secolo e l'inizio del XX, quando Marx ed Engels non erano piu' in vita. Si capisce che Marx ed Engels potevano soltanto intuire le nuove condizioni di sviluppo del capitalismo, sopravvenute come risultato della nuova fase del capitalismo subentrata alla vecchia, come risultato della fase monopolistica, imperialistica di sviluppo, quando all'evoluzione senza scosse del capitalismo e' subentrato uno sviluppo a salti, catastrofico, in cui l'ineguaglianza dello sviluppo e le contraddizioni del capitalismo si sono manifestate con particolare forza, in cui la lotta per i mercati di sbocco e di esportazione del capitale, data l'estrema ineguaglianza di sviluppo, ha reso inevitabili le guerre imperialistiche periodiche per nuove periodiche spartizioni del mondo in sfere d'influenza.Il merito di Lenin, e di conseguenza quel che c'e' di nuovo in Lenin, e' che egli, sulla base dei principi fondamentali del Capitale, ha fatto una argomentata analisi marxista dell'imperialismo come fase suprema del capitalismo, mettendone a nudo le piaghe e scoprendo le condizioni che ne determinano la fine inevitabile. Questa analisi costituisce la sostanza della nota tesi di Lenin secondo cui nelle condizioni dell'imperialismo e' possibile la vittoria del socialismo in singoli paesi capitalistici presi separatamente.In secondo luogo, la questione della dittatura del proletariato.L'idea fondamentale della dittatura del proletariato, come dominio politico del proletariato e come metodo per abbattere il potere del capitale mediante la violenza, e' stata enunciata da Marx ed Engels. In questo campo quel che in Lenin c'e' di nuovo e' che egli:
a) ha scoperto il potere sovietico come la forma migliore di governo della dittatura del proletariato, valendosi a questo scopo dell'esperienza della Comune di Parigi e della rivoluzione russa;
b) ha chiarito la formula della dittatura del proletariato dal punto di vista del problema degli alleati del proletariato, definendo la dittatura del proletariato come una forma particolare di alleanza di classe tra il proletariato, che e' la forza dirigente, e le masse sfruttate delle classi non proletarie (contadini ecc.), che vengono dirette;
c) ha sottolineato con particolare forza il fatto che la dittatura del proletariato e' il tipo piu' elevato di democrazia in una societa' di classe, e' la forma della democrazia proletaria che esprime gli interessi della maggioranza (gli sfruttati), contrapposta alla democrazia capitalistica che esprime gli interessi della minoranza (gli sfruttatori). In terzo luogo, la questione delle forme e dei metodi atti ad edificare vittoriosamente il socialismo nel periodo della dittatura del proletariato, nel periodo del passaggio dal capitalismo al socialismo in un paese accerchiato da stati capitalistici. Marx ed Engels ritenevano che la dittatura del proletariato avrebbe abbracciato un periodo piu' o meno lungo, pieno di scontri rivoluzionari e di guerre civili, durante il quale il proletariato al potere avrebbe preso tutti quei provvedimenti di carattere economico, politico, culturale e organizzativo necessari per creare al posto della vecchia societa' capitalistica una nuova societa' socialista, una societa' senza classi, senza stato. Lenin ha fondato interamente e completamente la sua dottrina su questi principi fondamentali di Marx ed Engels.In questo campo, quel che c'e' di nuovo in Lenin e' che egli:
a) ha provato che e' possibile costruire una societa' socialista integrale in un paese a dittatura proletaria accerchiato da stati imperialistici, a condizione che questo paese non sia soffocato dall'intervento militare degli stati capitalistici che lo circondano;
b) ha tracciato le linee concrete della politica economica (la "nuova politica economica"), mediante le quali il proletariato, avendo nelle sue mani le piu' importanti leve economiche (industria, terra, trasporti, banche ecc.), salda l'agricoltura all'industria socializzata ("alleanza dell'industria con la agricoltura") e conduce in questo modo tutta l'economia nazionale verso il socialismo;
c) ha tracciato le vie concrete attraverso le quali immettere e attrarre gradualmente le masse fondamentali dei contadini nell'alveo dell'edificazione socialista mediante la cooperazione, la quale nelle mani della dittatura proletaria e' il mezzo piu' importante per trasformare la piccola economia contadina e rieducare le masse fondamentali dei contadini nello spirito del socialismo. In quarto luogo, la questione dell'egemonia del proletariato nella rivoluzione, in ogni rivoluzione popolare, sia nella rivoluzione contro lo zarismo che nella rivoluzione contro il capitalismo.Marx ed Engels hanno formulato nelle sue linee fondamentali l'idea dell'egemonia del proletariato. Quel che c'e' di nuovo in Lenin e' che egli ha sviluppato ulteriormente queste linee nell'armonico sistema dell'egemonia del proletariato, nell'armonico sistema della direzione delle masse lavoratrici della citta' e della campagna da parte del proletariato, non soltanto ai fini dell'abbattimento dello zarismo e del capitalismo, ma anche ai fini dell'edificazione socialista durante la dittatura del proletariato. E' noto che, grazie a Lenin e al suo partito, l'idea dell'egemonia del proletariato e' stata attuata magistralmente in Russia. Cio' tra l'altro spiega perché la rivoluzione in Russia ha portato il proletariato al potere. In passato di regola accadeva che durante la rivoluzione gli operai si battevano sulle barricate, versavano il loro sangue, rovesciavano il vecchio ordine, ma il potere finiva nelle mani dei borghesi, i quali, poi, opprimevano e sfruttavano gli operai. Cosi' fu in Inghilterra e in Francia. Cosi' fu in Germania. Ma non cosi' fu da noi in Russia. Da noi gli operai non sono stati soltanto la forza d'urto della rivoluzione. Pur essendo stato la forza d'urto della rivoluzione, il proletariato russo ha cercato nello stesso tempo di essere l'egemone, il dirigente politico di tutte le masse sfruttate della citta' e della campagna, stringendole attorno a sé, strappandole alla borghesia, isolando politicamente la borghesia. Egemone delle masse sfruttate, il proletariato russo ha lottato per prendere il potere nelle proprie mani e servirsene per il proprio interesse contro la borghesia, contro il capitalismo. Proprio questo spiega perché ogni grande scoppio della rivoluzione in Russia, sia nell'ottobre 1905 che nel febbraio 1917, abbia portato sulla scena i Soviet dei deputati operai, come embrioni del nuovo apparato del potere avente la funzione di schiacciare la borghesia, in opposizione al parlamento borghese, vecchio apparato del potere avente la funzione di schiacciare il proletariato.Due volte, da noi, la borghesia ha tentato di restaurare il parlamento borghese e metter fine ai Soviet: nel settembre 1917 al tempo del Preparlamento, prima della presa del potere da parte dei bolscevichi, e nel gennaio 1918 al tempo dell'Assemblea costituente, dopo la presa del potere da parte del proletariato, ed entrambe le volte e' stata sconfitta. Perché? Perché la borghesia era gia' politicamente isolata, perché le larghe masse dei lavoratori guardavano al proletariato come all'unico capo della rivoluzione, perché i Soviet erano gia' stati provati e sperimentati dalle masse come il loro proprio potere operaio, e perché cambiare questo potere con un parlamento borghese sarebbe stato un suicidio. Non c'e' quindi da meravigliarsi se il parlamentarismo borghese non ha attecchito da noi. Ecco perché la rivoluzione ha portato in Russia al potere del proletariato.Questi sono i risultati dell'applicazione del sistema leninista dell'egemonia del proletariato nella rivoluzione.In quinto luogo, la questione nazionale e coloniale.Marx ed Engels, analizzando a loro tempo gli avvenimenti in Irlanda, India, Cina, nei paesi dell'Europa centrale, in Polonia e Ungheria, enunciarono le idee essenziali, basilari sulla questione nazionale e coloniale. Nelle sue opere Lenin si e' basato su queste idee.In questo campo quel che c'e' di nuovo in Lenin e' che egli:
a) ha raccolto queste idee in un armonico sistema di concezioni sulle rivoluzioni nazionali e coloniali nell'epoca dell'imperialismo;
b) ha legato la questione nazionale e coloniale alla questione dell'abbattimento dell'imperialismo;
c) ha dichiarato che la questione nazionale e coloniale e' parte integrante della questione generale della rivoluzione proletaria internazionale. Infine, la questione del partito del proletariato. Marx ed Engels hanno tracciato i lineamenti fondamentali del partito come reparto d'avanguardia del proletariato, senza il quale (partito) il proletariato non puo' ottenere la sua emancipazione né nel senso della presa del potere, né nel senso della trasformazione della societa' capitalistica.In questo campo quel che c'e' di nuovo in Lenin e' che egli ha ancora sviluppato questi lineamenti in conformita' con le nuove condizioni di lotta del proletariato nell'epoca dell'imperialismo, dimostrando che:
a) il partito e' la forma piu' elevata dell'organizzazione di classe del proletariato rispetto alle altre forme di organizzazione del proletariato (sindacati, cooperazione, apparato dello stato); al partito spetta di generalizzare e dirigere il lavoro di queste organizzazioni;
b) la dittatura del proletariato puo' essere attuata solo attraverso il partito, che ne e' la forza dirigente;
c) la dittatura del proletariato puo' essere completa solo nel caso in cui essa sia diretta da un solo partito, il partito dei comunisti, il quale non condivide né deve condividere la direzione con altri partiti;
d) se nel partito non c'e' una disciplina ferrea non possono essere adempiuti quei compiti della dittatura del proletariato consistenti nella repressione degli sfruttatori e nella trasformazione della societa' di classe in una societa' socialista. Ecco in sostanza il contributo che Lenin ha dato nelle sue opere, concretando e sviluppando la dottrina di Marx conformemente alle nuove condizioni della lotta del proletariato nell'epoca dell'imperialismo. Ecco perché noi diciamo che il leninismo e' il marxismo dell'epoca dell'imperialismo e delle rivoluzioni proletarie.Da questo appare chiaro che il leninismo non si puo' separare dal marxismo, e tanto meno puo' essere contrapposto al marxismo. Inoltre nella sua domanda la delegazione chiede:"Sarebbe giusto dire che Lenin credeva nella "rivoluzione creatrice" mentre Marx era piu' propenso ad attendere che lo sviluppo delle forze economiche raggiungesse il suo punto culminante?". Penso che dirlo sarebbe assolutamente errato. Penso che ogni rivoluzione popolare, se effettivamente e' tale, e' una rivoluzione creatrice poiché abbatte il vecchio ordine e crea, mette al mondo un ordine nuovo.Naturalmente non vi puo' essere nulla di creativo nelle "rivoluzioni", se cosi' si possono chiamare, che talvolta avvengono in certi paesi arretrati sotto forma di "insurrezioni" in sedicesimo di alcune tribu' contro altre. I marxisti non hanno mai considerato come rivoluzioni tali "insurrezioni" in sedicesimo. e' chiaro che qui si tratta non gia' di queste "insurrezioni", ma della rivoluzione popolare, di massa in cui le classi oppresse si sollevano contro le classi che opprimono. E questa rivoluzione non puo' non essere creatrice. Marx e Lenin sostenevano precisamente questa rivoluzione e soltanto questa. Di conseguenza e' comprensibile che una rivoluzione di questo tipo non puo' nascere in qualsiasi condizione, ma puo' scoppiare solo in determinate condizioni favorevoli di natura politica ed economica.
Nome: antonio d'angelo ----- Data e ora: 11/07/2010 - 18.52.01 ----- Titolo: Sulla liquidaizone dell'URSS: fascicoli falsificat Sulla liquidaizone dell'URSS: fascicoli falsificati alla base della propaganda anti staliniana
pubblicata da Antonio Dangelo il giorno mercoledi' 27 ottobre 2010 alle ore 14.12
Sulla liquidaizone dell'URSS: fascicoli falsificati alla base della propaganda anti staliniana
TRADOTTA DALLO SPAGNOLO da Walter MadChef El Nagar il giorno martedi' 28 settembre 2010 alle ore 3.14
http://www.youtube.com/CommunistPartyRF#p/u/64/QGr7eNmyPMY
Viktor Ilyujin (PCFR), vicepresidente del Comitato per lo Sviluppo Costituzionale della Duma e avvocato onorario della Russia, ha denunciato durante la sessione plenaria della Duma, tenutasi in giugno, la falsificazione su grande scala degli archivi sovietici. Ilyujin ha sollecitato ancora una volta, di fronte alla Duma, l'istituzione di un comitato d'indagine per chiarire una volta per tutte la verita sui fatti di Katyn. Infatti, Ilyujin ha proposto di modificare la legislazione e il codice penale russo perche venga introdotta la sanzione per la falsificazione e la frode degli archivi storici.
Ilyujin ha affermato che il suo gruppo parlamentare dispone di informazioni riguardanti la creazione, negli anni 90 del secolo passato, sotto la presidenza Yeltsin, di un poderoso gruppo di esperti in manipolazione e falsificazione dei documenti storici dell'Unione Sovietica e, ovviamente, di documenti inerenti al periodo staliniano.
“sono disposto a dimettermi dalla mia carica di deputato, se Serguéi Mirónenko dimostra che nessun documento di questo fascicolo si riferisce ai fatti storici degli anni 30 e 40 del secolo passato...” ha detto Ilyuhin poco prima che il suo microfono spento, come si puo vedere dal video.
Trascrizione della denuncia del deputato russo (PCFR):
“stimati colleghi: e' opinione comune che la storia la scrivano e la interpretino giornalisti e scrittori. Il qualche modo questa opinione e' corretta. Tuttavia noi disponiamo di tutte le prove per affermare che la storia moderna del nostro paese e' stata scritta anche da falsificatori.
Il nostro gruppo parlamentare dispone di prove che, ovviamente, vanno sottoposte ad un accurata e accorta investigazione parlamentare. Negli anni 90 del secolo passato, durante il mandato e l'amministrazione del presidente Yeltsin, e' stato creato un poderoso gruppo di esperti in falsificazione di documenti storici della Unione Sovietica e, in particolare, di documenti riguardanti il periodo staliniano. L'obbiettivo di questa attivita falsificatoria ha consistito nel discreditare l'opera del governo sovietico e nel creare il paragone tra stalinismo e fascismo.
Detto gruppo fu formato da membri del servizio segreto russo e vide implicato anche il 6º Instituto di Stato Maggiore Generale delle Forze Armate. Questo gruppo occupava i locali degli edifici dell'ex Comitato Centrale del PCUS nella citta di Nagorniy, nella regione di Mosca. E' possibile che questo gruppo o alcuna delle sue diramazioni continui ad essere operativo tutt'oggi.
La sua maggiore attivita coincise con la declassificazione dei documenti del Politburo e del Comitato Centrale, effettuata nel principio degli anni novanta da una commissione governatita capeggiata da Mijail Potoranin. Secondo le informazioni in nostro possesso, questi manipolatori falsificarono migliaia di documenti che furono introdotti negli archivi.
E' gia chiaro che il cosidetto “testamento di Lenin” fu falsificato, cosi come molti altri documenti relativi alla rinuncia al trono da parte dello zar Nicola II o, per esempio, i documenti socondo cui lo stesso Stalin fosse un agente della Ojranka, la polizia segreta zarista, cosi come molti altri.
Oggi possiamo affermare che la famosa “lettera di Beria”, datata marzo del 1940, in cui Beria sollecita il Politburo del VKP (acronimo del futuro PCUS) ad autorizzare l'esecuzione di 27,000 prigionieri di guerra polacchi, sia una falsificazione.
Noi abbiamo gia presentato precedentemente un rapporto su di una investigazione di esperti per dimostrare documentalmente quanto ho appena affermato.
E' stata falsificata anche la nota riguardante la risoluzione del Politburo in cui si concedeva l'autorizzazione per l'esecuzione dei prigionieri polacchi.
Vi presento il rapporto degli esperti sulla falsificazione dei documenti riguardanti la presunta collaborazione tra la GESTAPO e la NKVD. Ecco qui il rapporto.
Siamo enormemente allarmati e preoccupati per una serie di ragioni, principalmente per la falsificazione dei documenti, i quali sono stati utilizzati in pubblicazioni accademiche; questi documenti sono presentati come autentici nella letteratura storica, in documentari e opere d'arte, creando nella popolazione una visione distorta del nostro passato recente.
Ci saremmo astenuti dal fare queste dichiarazioni se non sapessimo che al principio degli anni novanta le porte degli archivi russi si aprirono liberamente alla fuori uscita di questi documenti e che lo Stato non si oppose ma anzi fomento questo disastro.
La nostra tesi si rafforza per il fatto che l'ex consigliere di Yeltsin, Dmitri Volkogonov, consegno alla Biblioteca del Congresso degli USA centinaia di documenti d'archivio, copie come originali, bollati come “Segretissimo” e “Segreto”
Oggi questi documenti circolano per tutt'Europa
Disponiamo di timbri e postille falsificate, stampe falsificate con la firma di Stalin, di Beria e di altri. Cosi come di formati in bianco degli anni 30 e 40, materiale utilizzato per fabricare i documenti falsi.
Qui vi presento il fascicolo con i documenti d'archivio: e' la corrispondenza del NKVD, del NKGB e del Commissariato del Popolo per la Difesa dell'URSS dell'epoca di Stalin. Questo fascicolo fu creato con un unico proposito: legalizzare una documentazione falsa, includendo la lettera creata a nome dello Stato Maggiore Generale dell'Armata Rossa. Per disgrazia, questa legalizzazione fu compiuta e questi documenti falsificati circolano liberamente, anche tra gli ambienti accademici.
Nel fascicolo ci sono timbri che dicono “proibita la declassificazione” e “secretare in eterno”. Quindi la domanda e': come e' possibile che questi documenti non si trovano piu negli archivi, come e' possibile che circolino liberamente e che siano accessibili a una gran quantita di persone?
In relazione alle mie dichiarazioni alla stampa, il direttore dell'Archivio Statale del paese Serguei Mironenko ha dichiarato che questo fatto sia impossibile e si tratti di una speculazione. Da questa latta tribuna dichiaro che: sono disposto a dimettermi dalla mia carica di deputato, se Mironenko dimostra che nessuno dei documenti di questo fascicolo si riferiscono ai fatti storici degli anni 30 e 40 del secolo passato e non era obbligatorio che rimanessero negli archivi. E se lui non e' capace di dimostrarlo che si dimetta dai suoi incarichi.
Torniamo a perorare la necessita di effettuare una investigazione parlamentare sull'esecuzione dei prigionieri di guerra polacchi vicono a Smolensk, cosi come sulla falsificazione dei documenti storici. In un futuro prossimo che si introducano modifiche al Codice Penale in materia di responsabilita' per frode e falsificazione di documenti d'archivio che hanno valenza storica
se qualcuno pensa che tutto questo sia relazionato con il passato si sbaglia profondamente, tutto ha a che fare con il presente.”
NOTA ORIGINALE DELLA COMPAGNA
Laura Flores
Top Secret: Denuncian falsificación a gran escala de documentos históricos en Rusia
pubblicata da Laura Flores il giorno martedi' 28 settembre 2010 alle ore 1.02
‘CAMACOL’ ‘FELAP’ Lic. Silvia Elena Gómez Partida
SUB-DIRECTORA GENERAL DE ‘ARGOS IS-INTERNACIONAL’
… ‘El gran poder mundial no ha encontrado aún el arma para destruir los sueños. Mientras no la encuentre, seguiremos soñando, es decir, seguiremos triunfando’...
@: argosusbdirecciongeneral@yahoo.com - argosisinternacional@yahoo.com
Web: http://www.facebook.com/ArgosIsInternacional
http://espanol.groups.yahoo.com/group/ArgosIs-Internacional
http://espanol.groups.yahoo.com/group/ArgosIs-MiamiFloridaEEUU
http://espanol.groups.yahoo.com/group/ArgosIs-ContraInformacion
TOP-SECRET… ARGOS: SEPTIEMBRE 25 DE 2010…
xNorelys Morales Aguilera
Viktor Ilyujin, vicepresidente del Comité de Desarrollo Constitucional del Parlamento y abogado honorario de Rusia, denunció durante sesión plenaria de la Duma del Estado en nombre del grupo parlamentario del PCFR (junio, 2010) la falsificación a gran escala de documentos de archivo rusos. El diputado Ilyujin solicitó formalmente una vez más a la Duma Estatal el inicio de una investigación parlamentaria sobre las verdaderas circunstancias del caso Katyn. Además, Ilyujin propuso eliminar el vacío legal existente en la legislación rusa y modificar el Código Penal para que éste contemple la responsabilidad por fraude y falsificación de archivos de importancia histórica.
Ilyujin afirmó que su grupo parlamentario dispone de información sobre la creación en los años 90 del siglo pasado, durante el mandato de la administración del presidente Yeltsin, de un poderoso equipo de expertos en falsificación de documentos históricos de la Unión Soviética y, fundamentalmente, de documentos correspondientes al período estalinista.
“Estoy dispuesto a dimitir de mi cargo de diputado, si Serguéi Mirónenko demuestra que ningún documento de este tomo se refiere a los acontecimientos históricos de los años 30 y 40 del siglo pasado…”, dijo Ilyuhin, cuando le cierran el micrófono, según puede apreciarse en el video.
Transcripción de las palabras del diputado ruso durante denuncia
“Estimados colegas: Existe una opinión generalmente aceptada según la cual la historia la escriben y formulan periodistas y escritores. En cierto modo esto es correcto. Pero nosotros disponemos de todas las pruebas para afirmar que la historia moderna de nuestro país también la escriben los falsificadores.
Nuestro grupo parlamentario dispone de información que, evidentemente, necesita ser cuidadosamente revisada por una investigación parlamentaria. En los años 90 del siglo pasado, durante el mandato de la administración del presidente Yeltsin, se creó un poderoso equipo de expertos en falsificación de documentos históricos de la Unión Soviética y, fundamentalmente, de documentos correspondientes al período estalinista. El objetivo de estas actividades consistió en desacreditar la gestión del gobierno soviético y equiparar el estalinismo con el fascismo.
Dicho grupo estuvo formado por miembros de los servicios secretos rusos, viéndose también implicado el 6º Instituto del Estado Mayor General de las Fuerzas Armadas del país. Ese grupo ocupaba los locales de las casas rurales del ex Comité Central del PCUS en la población de Nagorniy, en el extrarradio de Moscú. Es posible que ese grupo o algunas de sus partes sigan aún operativos hoy en día.
Su mayor actividad coincidió con el período de la desclasificación de documentos del Politburó y del Comité Central, efectuada a principios de los 90 por una comisión del gobierno liderada por Mijail Poltoranin. Según la información que obra en nuestro poder, estos manipuladores falsificaron miles de documentos que fueron introducidos en los archivos.
Ya quedó determinado que el denominado "Testamento de Lenin” fue falsificado, así como algunos otros documentos relativos a la renuncia al trono de parte del zar Nicolás II o, por ejemplo, los documentos según los cuales Stalin era un agente de la Ojranka [policía secreta zarista, n. de. T], así como muchos otros documentos.
Hoy en día podemos afirmar que la famosa “Carta de Beria” fechada en marzo de 1940, en la que Beria supuestamente solicita al Politburó del VKP (b) [siglas del partido comunista antes de pasar a llamarse PCUS, n. de T.] que diese su consentimiento para ejecutar a 27.000 prisioneros de guerra polacos, es una falsificación.
Nosotros presentamos un informe procedente de una investigación de expertos (Ilyujin muestra el documento) para demostrar documentalmente lo que acabo de decir.
También fue falsificada la nota de la resolución del Politburo en la que supuestamente da su consentimiento para la ejecución de los polacos.
Les presento el informe de los expertos sobre la falsificación de documentos acerca de la presunta colaboración entre la GESTAPO y el NKVD. Aquí está el informe (Ilyujin muestra los documentos).
Estamos enormemente alarmados y preocupados por una serie de razones, principalmente por la falsificación de documentos, los cuales han sido introducidos en circulación científica; estos documentos son presentados como auténticos en la literatura histórica, en documentales y obras de arte, creando en la población una visión distorsionada de nuestro pasado reciente.
Lo más probable es que nosotros nos hubiéramos abstenido de hacer tales declaraciones si no fuera por tener conocimiento de que a principios de los 90 muchos archivos rusos abrieron sus puertas para que los documentos se extraviasen libremente, y que el Estado no se opuso a estos hechos, sino que incluso fomentó este desastre.
Nuestra tesis se refuerza por el hecho de que el ex asesor de Yeltsin, Dmitri Volkogónov, entregó a la Biblioteca del Congreso de EEUU centenares de documentos de archivo, tanto copias como originales sellados como "Ultra secreto" y "Secreto".
Tales documentos hoy en día circulan por toda Europa.
Disponemos de sellos y apostillas falsificados, estampas falsificadas de la firma de Stalin, de Beria y de otros (Ilyujin muestra la bolsa). También de formularios “en blanco” de los años 30 y 40, que fueron utilizados para fabricar documentos falsos.
Aquí les presento (Ilyújin muestra la carpeta) el tomo con los documentos de archivo: ésta es la correspondencia del NKVD, del NKGB y del Comisariado del Pueblo de Defensa de la URSS de la época de Stalin. Este tomo fue creado con un único propósito: legalizar una documentación falsa, incluyendo la carta creada en nombre del Estado Mayor General del Ejército Rojo. Por desgracia, esa legalización tuvo lugar y estos documentos falsificados circulan libremente, incluso entre los organismos científicos.
En el tomo (Ilyújin muestra la carpeta) hay un sello que dice "guardar eternamente”, “prohibido descalificar”. Entonces, la pregunta es: ¿Cómo es posible que estos documentos no estén en los archivos, que circulen fuera libremente y que sean accesibles a una gran cantidad de personas?
En relación con mis declaraciones a la prensa, el director de los Archivos Estatales del país Serguéi Mirónenko ha declarado que esto era imposible y que supuestamente estoy especulando. Desde esta alta tribuna declaro lo siguiente: estoy dispuesto a dimitir de mi cargo de diputado, si Mirónenko demuestra que ningún documento de este tomo se refiere a los acontecimientos históricos de los años 30 y 40 del siglo pasado (aquí le cortan el micrófono) y no era obligatorio que permaneciese en los archivos. Y si él no es capaz de demostrarlo, que dimita de su cargo.
Volvemos a plantear la necesidad de efectuar una investigación parlamentaria sobre el fusilamiento de los prisioneros de guerra polacos cerca de Smolensk (Katyn), así como sobre la falsificación de documentos históricos. En un futuro próximo vamos a proponer que se introduzcan modificaciones en el Código Penal en materia de responsabilidad por fraude y falsificación de documentos de archivo que tienen importancia histórica.
Si alguien piensa que todo esto está relacionado con el pasado está profundamente equivocado. Todo esto tiene que ver con el presente."
Fuente: http://accioncomunista.blogspot.com/2010_09_01_archive.html
Nome: antonio d'angelo ----- Data e ora: 11/07/2010 - 18.50.30 ----- Titolo: Brest-Litovsk e il "decreto sulla pace" Brest-Litovsk e il "decreto sulla pace"
Lenin e Stalin, fianco a fianco a dirigere l'insurrezione rivoluzionaria d'Ottobre e, successivamente a dare vita al grande capolavoro storico della costruzione del primo Stato socialista. È un'immagine non retorica dovuta al ruolo di artefici che questi due grandi maestri del proletariato internazionale hanno avuto in questa titanica impresa, ma che emerge dalla realta' concreta dell'impegno quotidiano dei due dirigenti bolscevichi, da tanti vissuta o semplicemente vista e che, qualcuno, ha anche descritto. È il caso di Pestovsky, bolscevico di origine polacca, funzionario del Commissariato del popolo per le nazionalita', che con Stalin divideva l'ufficio a palazzo Smolny, quasi attiguo a quello di Lenin. "Lenin non poteva fare a meno di Stalin neppure per un solo giorno - scrisse Pestkovski -. Durante la giornata lo chiamava un numero infinito di volte oppure compariva nell'ufficio mio e di Stalin e se lo portava via. Stalin passava la maggior parte delle ore con Lenin nello studio di quest'ultimo". È questa una delle tante, semplici testimonianze che rendono pero' viva e palpabile l'affinita' del pensiero, l'impegno comune nell'analizzare e nell'affrontare le diverse situazioni e nel condurre il partito a vincere le piu' dure, difficili e decisive battaglie politiche. Una delle prime che il partito affronto' all'indomani della vittoria della Rivoluzione d'Ottobre, fu la battaglia per la pace.
Immediatamente dopo la promulgazione da parte del Congresso dei Soviet del "Decreto sulla pace" il governo sovietico, attraverso la nota ufficiale dell'8 novembre, propose a tutti i governi degli Stati belligeranti di intavolare negoziati di pace, accludendo ad essa il testo del Decreto dei Soviet. Seguirono poi altri atti volti a raggiungere l'obiettivo. Uno fu trasmesso ai paesi neutrali: Svezia, Danimarca, Norvegia ecc., nel quale si chiedeva di favorire, con un loro intervento, l'inizio di negoziati. Successivamente, il 28 novembre, il 6 dicembre e ancora il 30 gennaio 1918, altri appelli furono rivolti direttamente ai governi di Stati Uniti, Francia e Inghilterra. A questi atti ufficiali e note non venne mai data risposta.Visto che i governi dell'Intesa rifiutarono sprezzantemente, lasciandola cadere nel silenzio, la proposta sovietica di negoziare una pace giusta e democratica, il governo sovietico decise, su mandato dei Soviet, di impegnarsi in trattative con Germania e Austria, per raggiungere un armistizio. Gli incontri iniziarono il 2 dicembre a Brest-Litovsk e portarono, il 15 dicembre 1917, alla firma dell'armistizio tra la Russia sovietica e la coalizione austro-tedesca. In base a quest'accordo l'esercito tedesco rimaneva attestato su tutto il territorio russo che in quel momento occupava, ma, e queste erano le clausole irrinunciabili che aveva posto il governo sovietico, l'Austria e la Germania non potevano trasferire truppe sul fronte occidentale, sfruttando l'armistizio per rafforzare la loro posizione militare nei confronti dell'Intesa e, inoltre, non dovevano ostacolare la politica sovietica di "fraternizzazione al fronte" che, attraverso materiale di propaganda e contatti organizzati fra le truppe, puntava allo sviluppo e al rafforzamento di relazioni amichevoli tra i popoli. L'armistizio aveva una durata di 28 giorni e si intendeva tacitamente rinnovato, se non in presenza di un avviso di ripresa delle ostilita' comunicato con un anticipo di almeno sette giorni da parte di chi intendesse riaccendere il conflitto. Durante l'armistizio poteva essere avviato il negoziato per giungere alla stipula di un trattato di pace. Negoziato che in effetti si apri' il 22 dicembre 1917. La delegazione sovietica propose il suo progetto volto a concludere una pace giusta e democratica senza annessioni, né riparazioni. Ma la delegazione della "Quadruplice Alleanza" (Germania, Austria-Ungheria, Bulgaria e Turchia) guidata dal ministro degli esteri tedesco Kuhlmann, il 18 gennaio 1918 presento' in termini pressoché ultimativi un piano che prevedeva la perdita per la Russia di circa 150 mila kmq. di territorio comprendente l'Ucraina, parte dei paesi baltici e della Bielorussia. Trotzki, capodelegazione sovietico, chiese a quel punto una sospensione di dieci giorni del negoziato per tornare a Pietrogrado, consultare il suo governo e riceverne le dovute istruzioni.La situazione in cui, in quel periodo, si trovava la giovane Repubblica sovietica era di drammatica durezza sia sul piano economico e sociale, che su quello militare e delle condizioni materiali di vita della popolazione. Il potere operaio e contadino non era ancora saldamente consolidato, né stabilmente avviato era il processo di costruzione del nuovo ordinamento economico e sociale. Il vecchio esercito era in completa dissoluzione e vi era la necessita' di avviare in breve tempo l'opera di costruzione dell'Esercito rosso.Per ottemperare a questi compiti era necessario finire la guerra. Finché la Russia continuava ad essere in guerra contro l'Austria e la Germania, in quel momento la piu' rapace e pericolosa coalizione imperialista, non sarebbe stato possibile affrontare e risolvere quelle che erano le necessita' improcrastinabili e vitali per la classe operaia e i contadini poveri della Russia: consolidare il potere sovietico e il processo di trasformazione socialista del paese e di costruzione del nuovo esercito rosso.Il negoziato di Brest-Litovsk aveva reso evidente che l'imperialismo tedesco voleva per sé una parte cospicua dei territori dell'ex impero zarista ed asservire alla Germania la Polonia, l'Ucraina e le regioni del Baltico proseguendo nella sua politica predatoria e di rapina. L'altro fronte imperialistico, costituito dai paesi dell'Intesa, voleva a sua volta che la Russia continuasse la guerra sia per lasciare aperto il fronte orientale nel conflitto che li vedeva impegnati contro i paesi dell'Impero centrale, sia per indebolire il nuovo Stato socialista e annientarne il potere sovietico utilizzando a questo fine le armate tedesche e unificando e organizzando tutte le forze controrivoluzionarie all'interno del paese. Il giovane Stato sovietico affronto' allora la sua prima, profonda crisi e l'aspra battaglia politica che essa scateno'. Una battaglia che il partito bolscevico sostenne e vinse dopo un durissimo scontro con la borghesia, i proprietari fondiari e la vecchia casta burocratico-militare; contro i partiti menscevico, socialista-rivoluzionario di destra e di sinistra (quest'ultimo entrato in un primo momento a far parte del governo sovietico). Tutti questi controrivoluzionari scatenarono una forsennata agitazione per impedire la firma del trattato di pace, trovando, in questa loro azione, degli alleati anche all'interno del partito. Bucharin in particolare, assieme a Radek e Piatakov, aveva infatti formato una frazione interna all'organizzazione bolscevica: i cosiddetti "comunisti di sinistra". Questo gruppo, mascherandosi dietro una fraseologia pseudorivoluzionaria, lancio' la parola d'ordine della "guerra rivoluzionaria" e, in alleanza con Trotzki, si scaglio' contro Lenin nel tentativo di isolarlo all'interno del Comitato centrale e imporre cosi' la continuazione della guerra. Lenin, rispetto all'evolvere della situazione interna ed internazionale, aveva preparato le "Tesi sulla conclusione immediata di una pace separata e annessionistica" nelle quali analizzava dettagliatamente i motivi che imponevano la firma del trattato imposto dai tedeschi, chiedendo al partito di non tergiversare oltre e criticando con forza e lungimiranza la politica e l'azione svolta da Trotzki e Bucharin. "Il marxismo - scrive Lenin nel Poscritto alle "Tesi sulla conclusione immediata di una pace separata e annessionistica" - esige che si tenga conto delle condizioni obiettive e del loro mutamento, bisogna porre la questione in modo concreto, in funzione di queste condizioni, e il mutamento radicale consiste ora nella creazione della Repubblica dei soviet di Russia: al di sopra di tutto, sia per noi che dal punto di vista del socialismo internazionale, vi e' la salvaguardia di questa repubblica, della rivoluzione socialista gia' iniziata, in questo momento la parola d'ordine della guerra rivoluzionaria da parte della Russia significherebbe o una frase vuota e un inutile gesto dimostrativo, o equivarrebbe obiettivamente a cadere in una trappola tesaci dagli imperialisti che vogliono trascinarci nella continuazione della guerra imperialistica come una particella ancora debole, e schiacciare, pagando il minimo prezzo, la giovane Repubblica dei soviet".62 Nella riunione del 24 gennaio il Comitato centrale bolscevico, grazie alla chiara e ferma azione politica in esso condotta da Lenin e Stalin sostenuta, tra gli altri, da Sverdlov responsabile dell'organizzazione del partito, respinse le posizioni sostenute da trotzkisti e "comunisti di sinistra", dando mandato alla delegazione sovietica a Brest-Litovsk di protrarre quanto piu' possibile la trattativa ma, quando cio' non fosse piu' stato possibile, di firmare la pace. Trotzki, infrangendo a tradimento e in modo irresponsabile le decisioni del CC del partito e il preciso mandato del governo sovietico, ribadite in un telegramma che Lenin e Stalin inviarono alla delegazione da lui diretta, ruppe, il 10 febbraio 1918, le trattative rifiutandosi di firmare la pace alle condizioni poste dalla Germania dichiarando ai rappresentanti della coalizione austro-tedesca, che la Russia non avrebbe continuato la guerra né avrebbe interrotto la smobilitazione dell'esercito.Fu un atto inqualificabile, che arreco' un danno gravissimo alla Repubblica sovietica e che avrebbe perfino potuto comprometterne l'esistenza.Il 18 febbraio in sleale violazione dell'armistizio, le armate austro-tedesche attaccarono la Russia sovietica, sviluppando l'offensiva principale sulla capitale Pietrogrado e conquistando in un breve lasso di tempo, una parte considerevole di territorio sovietico, di equipaggiamenti, materiale bellico e munizioni. Trotzkisti e buchariniani avevano esposto la Russia sovietica a un pericolo mortale.Lenin richiese il 19 febbraio la convocazione urgente del Consiglio dei Commissari del popolo. Il CCP invio' un radiogramma al governo tedesco annunciando la disponibilita' sovietica alla firma del trattato di pace sulla base delle condizioni poste a Brest-Litovsk, ma non ottenne alcuna risposta, mentre l'esercito tedesco continuava nella sua avanzata. Il 21 febbraio Lenin e Stalin danno direttiva alle organizzazioni di partito di Pietrogrado di organizzare la resistenza contro gli invasori tedeschi. La stessa direttiva Stalin da' ai bolscevichi di Kiev. Il 22 febbraio il Consiglio dei Commissari del popolo lancio' l'appello al popolo sovietico per la mobilitazione generale. Il giorno successivo gli operai e la popolazione di Pietrogrado in armi si schierarono a fianco dei reparti rivoluzionari ancora operativi del vecchio esercito respingendo nei pressi di Pskov e Narva, nell'immediata periferia della capitale, l'assalto dell'esercito tedesco. Fu grazie a questa eroica resistenza di popolo, che verra' ricordata anche come l'atto di nascita dell'Armata Rossa, che l'avanzata delle armate tedesche fu bloccata. Il governo tedesco invio' il suo ultimatum chiamando i sovietici a Brest-Litovsk per la firma del trattato di pace.Nello stesso giorno, il 23 febbraio, si riuni' il CC bolscevico. A maggioranza il massimo organo dirigente del partito approvo' la linea leninista favorevole alla conclusione del trattato di pace con la Germania. Trattato che venne infine siglato a Brest-Litovsk il 3 marzo 1918. Ma anche in questa riunione trotzkisti e "comunisti di sinistra" non mancarono di attaccare in modo aperto Lenin e, con lui, il partito bolscevico. Il loro intento ormai era chiaro: dividere i militanti e i dirigenti dell'organizzazione, lacerare il tessuto unitario del partito per favorire una scissione e provocare la disgregazione del partito. Cio' emerse in modo evidente quando, dopo la conclusione del CC, si riuni' il Comitato di partito di Mosca di cui si erano provvisoriamente impadroniti i "comunisti di sinistra". Quella riunione approvo' una risoluzione con annesso un testo esplicativo nei quali, tra l'altro, si leggeva testualmente: "...il Comitato della regione di Mosca del POSDR esprime la sua sfiducia nel CC, a causa della sua linea politica e delle persone che ne fanno parte... non si ritiene obbligato a sottomettersi comunque a quelle decisioni del CC che saranno connesse all'applicazione delle condizioni del trattato di pace con la Germania e l'Austria". E, ancora: "Il Comitato della regione di Mosca ritiene difficilmente evitabile una scissione nel prossimo futuro... Nell'interesse della rivoluzione internazionale riteniamo oppurtuno ammettere la possibilita' di perdere il potere sovietico, che sta diventando ora puramente formale". Lenin marchio' a fuoco quella ignobile risoluzione, bollandola come un atto "strano e mostruoso".
La battaglia che, in questa occasione, Lenin, Stalin e Sverdlov sostennero e vinsero contro Trotzki e Bucharin, fu una delle piu' accanite lotte in cui venne trascinato il Comitato centrale e l'intero partito.Per risolvere definitivamente questa e altre questioni importanti, venne convocato il VII Congresso del POSDR(b) che svolse i suoi lavori dal 6 all'8 marzo 1918. Il Congresso approvo' con una mozione la conclusione della pace di Brest-Litovsk, sottolineando inoltre l'inevitabilita' di nuovi attacchi alla Repubblica dei soviet da parte degli Stati imperialisti, mobilitando tutto il partito ad assolvere nel migliore dei modi agli impegni di rinsaldare la disciplina al suo interno e fra le masse operaie e contadine; a preparare la difesa della patria socialista; a dare un'istruzione militare generale al popolo e ad organizzare l'Esercito Rosso.Stalin sottolineo' la giustezza di questa scelta politica: "La conclusione della pace di Brest-Litovsk - scrisse nella Storia del Partito comunista (bolscevico) dell'URSS - permise al partito di guadagnare tempo per consolidare il potere sovietico, per riordinare l'economia del paese. La conclusione della pace permise di valersi dei conflitti nel campo dell'imperialismo (la guerra che continuava tra il blocco austro-tedesco e l'Intesa), di disgregare le forze dell'avversario, di organizzare l'economia sovietica, di creare l'Esercito Rosso. La conclusione della pace permise al proletariato di conservare l'appoggio dei contadini e di raccogliere le forze per battere i generali bianchi, durante la guerra civile. Nel periodo della Rivoluzione d'Ottobre Lenin aveva insegnato al partito bolscevico l'arte di attaccare arditamente e risolutamente quando esistono le condizioni necessarie. Nel periodo di Brest-Litovsk Lenin insegno' al partito anche l'arte di ripiegare in buon ordine quando le forze dell'avversario sono evidentemente superiori alle nostre, per potere, con la massima energia, preparare una nuova offensiva contro il nemico".63 Il VII Congresso modifico' il nome del partito che venne denominato Partito Comunista (bolscevico) di Russia - P.C.(b) R. - e delibero' anche di formulare il nuovo programma del partito sulla base di un progetto preparato da Lenin. L'8 marzo il VII Congresso elesse Stalin membro della Commissione per l'elaborazione del programma del partito, riconfermandolo anche nel nuovo Comitato centrale.Il 10 marzo il Soviet di Pietrogrado elesse Stalin delegato al IV Congresso straordinario dei Soviet di tutta la Russia. Lo stesso giorno Stalin, con tutti i membri del governo, lascio' Pietrogrado per Mosca, nuova capitale della RSFSR.Il 16 marzo il IV Congresso straordinario dei Soviet ratifico' ufficialmente il trattato di pace di Brest-Litovsk e nomino' il suo nuovo Comitato Esecutivo Centrale (CEC), di cui Stalin venne eletto membro.
Nome: antonio d'angelo ----- Data e ora: 11/07/2010 - 18.47.45 ----- Titolo: Il 'che fare?' dei comunisti contro la guerra Il 'che fare?' dei comunisti contro la guerra Intervista a Domenico Losurdo
pubblicata da Antonio Dangelo il giorno domenica 3 ottobre 2010 alle ore 16.59
Il 'che fare?' dei comunisti contro la guerra
Intervista a Domenico Losurdo
Nel tuo articolo su "L’Ernesto", per il centesimo anniversario del Che fare?, richiami l’attenzione su un’importante lezione di Lenin: un progetto autenticamente rivoluzionario presuppone la comprensione e la capacita' di utilizzazione di ogni contraddizione e persino di ogni "incrinatura" nel campo nemico. E’ un’indicazione ancora oggi attuale?
Ancor prima di Lenin, e' gia' Marx a farsi beffe della visione del mondo che vorrebbe contrapporre la "classe operaia" ad un’unica e indifferenziata "massa reazionaria". Sembrerebbe una visione del mondo assai radicale: i suoi sostenitori si atteggiano a rivoluzionari inflessibili che combattono con lo stesso rigore ogni frazione e ogni settore delle classi sfruttatrici. In realta' - fa notare la Critica del programma di Gotha -, questa notte in cui tutte le vacche sono nere consente a Lassalle e ai suoi seguaci di praticare e giustificare patteggiamenti coi settori piu' reazionari delle classi sfruttatrici, e cioe' coi ceti feudali e con l’assolutismo monarchico. Ai giorni nostri Hardt e Negri contrappongono la "moltitudine" ad un Impero planetario unificato. E, di nuovo, la notte in cui tutte le vacche sono nere consente operazioni che piu' difficilmente potrebbero essere compiute alla luce del giorno. In teoria, la "moltitudine" e' chiamata a rovesciare l’"Impero" nel suo complesso; in realta', il bersaglio principale della polemica di Hardt e Negri sono "gli ultimi sciovinisti della nazionalita'", e cioe' coloro che si ostinano a difendere la sovranita' nazionale contro la pretesa di interventismo universale di Washington. Non a caso, a suo tempo, Hardt ha giustificato la guerra contro la Jugoslavia: "Dobbiamo riconoscere che questa non e' un’azione dell’imperialismo americano. E’ in effetti un’operazione internazionale (o, per la verita', sovranazionale). Ed i suoi obiettivi non sono guidati dai limitati interessi nazionali degli Stati Uniti: essa e' effettivamente finalizzata a tutelare i diritti umani (o, per la verita', la vita umana)" ("Il manifesto" del 15 maggio 1999). Indipendentemente peraltro da questa o quella presa di posizione, Impero e' una chiara apologia degli USA.
Fra le tante critiche che sono state rivolte a Hardt e Negri, questa e' la critica o meglio l’accusa piu' pesante. E’ realmente giustificata?
Ai giorni nostri, autorevoli studiosi statunitensi di orientamento liberal descrivono la storia del loro paese come la storia di una Herrenvolk democracy, cioe' di una democrazia che vale solo per il "popolo dei signori" (per usare il linguaggio caro poi a Hitler) e che, per un altro verso, non esita a schiavizzare i neri e a cancellare i pellerossa dalla faccia della terra. Hardt e Negri, invece, parlano sempre in tono compunto di una "democrazia americana" che rompe con la visione "trascendente" del potere, propria della tradizione europea. Né l’apologia si ferma qui. Prendiamo una figura centrale della storia dell’imperialismo americano, e cioe' Wilson. Nel momento in cui egli inizia la sua carriera politica il Sud, da cui proviene, vede lo scatenarsi delle squadracce del Ku Klux Klan contro i neri: i linciaggi, spesso dopo torture prolungate e feroci, diventano uno spettacolo di massa, che e' preannunciato sui giornali locali e al quale assistono anche donne e bambini. Ma il futuro presidente degli USA prende la parola, con un articolo dell’Atlantic Monthly del gennaio 1901, per pronunciare una requisitoria contro le vittime: i neri, anzi i "negri" - come sprezzantemente vengono chiamati - sono "eccitati da una liberta' che non comprendono", sono "insolenti e aggressivi, sfaticati e avidi di piaceri"! A questa piattaforma ideologica e politica Wilson rimarra' sempre fedele. Divenuto presidente, mentre intensifica gli interventi militari in America Latina, dopo essersi fatto eleggere promettendo che avrebbe impedito il coinvolgimento del popolo americano nel massacro in atto in Europa, interviene nella prima guerra mondiale in nome della missione democratica universale degli Stati Uniti e stronca con pugno di ferro ogni tentativo di propaganda pacifista. Cosi' esaltata e' l’idea di missione e di primato degli USA, che la guerra da essi condotta si configura letteralmente come una "crociata", come una "guerra santa": a questo punto, i dissidenti interni, oltre che traditori, risultano essere degli infedeli o uno strumento di Satana. Ma ora leggiamo Hardt e Negri: a caratterizzare Wilson e' "un’ideologia pacifista internazionalista", ben lontana dall’"ideologia imperialista di marca europea"! Da sempre gli ideologi della missione planetaria e unica degli Stati Uniti insistono sul primato morale e politico degli americani, sull’eccezione ovvero sull’"eccezionalismo" rappresentato da un paese, che e' l’unica isola di liberta' in uno sconfinato oceano di dispotismo: questo e' il punto di vista anche di Hardt e Negri.
Ma, allora, come spiegare il successo del loro libro a sinistra?
Per la verita', il loro successo e' stato in primo luogo consacrato da giornali quali The New York Times e Time. Per quanto riguarda la sinistra, si puo' fare una riflessione: negli ultimissimi anni, in Italia, i libri che hanno suscitato maggior attenzione e entusiasmo sono Oltre il Novecento (di Marco Revelli) e, ora, Impero. I due libri si completano a vicenda: il primo liquida la storia iniziata con la conquista del potere da parte dei bolscevichi come una storia criminale; il secondo celebra la storia degli Stati Uniti come storia della liberta'. Lo dico senza gridare allo scandalo: dopo la sconfitta strategica da essi subita, i comunisti devono percorrere una strada lunga e tortuosa prima di potersi scrollare di dosso la subalternita' rispetto all’ideologia dominante. Se trova la sua espressione piu' compiuta nel libro di Hardt e Negri, la teoria dell’unica "massa reazionaria" fa sentire la sua infausta presenza ben al di la' della cerchia dei loro amici e dei loro fedeli. Anche tra le file di coloro che realmente si richiamano al marxismo e al leninismo, la lotta contro l’imperialismo perde la sua efficacia a causa di una diffusa visione che vede moltiplicarsi le potenze imperialiste, messe tutte sullo stesso piano. Si assiste cosi' ad una banalizzazione che confonde la categoria di imperialismo con la categoria di grande potenza.
Quali distinzioni bisognerebbe operare?
In primo luogo, e' necessario non perdere di vista il ruolo peculiare della Cina, e non solo per il fatto che essa e' diretta da un Partito Comunista: chi non e' frastornato dal bombardamento multimediale dell’ideologia dominante non dovrebbe avere difficolta' a comprendere che si tratta di un paese impegnato ad uscire definitivamente dal sottosviluppo e a difendere l’indipendenza nazionale e l’integrita' territoriale. L’imperialismo americano non ha rinunciato ai suoi progetti di smembramento della Cina. Ma le speranze di poter conseguire tale obiettivo mediante una sovversione dall’interno, che pure sembravano assai prossime alla realizzazione nel 1989, ora sono diventate decisamente piu' fragili. Ed ecco che gli Stati Uniti intensificano il loro espansionismo militare, cercando di completare l’accerchiamento. Il grande paese asiatico pero' risponde dando ulteriore impulso al suo sviluppo economico e tecnologico e rafforzando i suoi rapporti, grazie anche a tale sviluppo, coi paesi ad esempio del Sud-Est asiatico, che pure sono chiamati, nel progetto strategico di Washington, a isolare e "contenere" la Cina. Tutto cio' puo' sembrare banale e prosaico a quanti sono capaci di entusiasmarsi per una lotta di emancipazione, solo quando essa e' perdente o condotta in condizioni disperate. Ma a coloro che hanno un minimo di memoria storica non puo' sfuggire un elemento fondamentale: l’odierna politica dei comunisti cinesi ha alle spalle l’esperienza storica della lotta delle zone rosse per consolidarsi sul piano economico e politico e rompere l’accerchiamento imposto dalla reazione interna e dall’imperialismo giapponese. Ma lasciamo pure da parte la Cina, i paesi che si richiamano al socialismo e il Terzo Mondo nel suo complesso. Dobbiamo considerare come un’unita' indifferenziata l’Occidente, il mondo capitalistico in quanto tale?
La superpotenza americana non puo' essere messa sullo stesso piano neppure delle altre grandi potenze capitalistiche. Diamo uno sguardo alle modalita' con cui oggi si svolge la corsa al riarmo: nel 2003 gli Stati Uniti spenderanno da soli piu' dei 15-20 paesi inseguitori messi assieme. Incolmabile sembrerebbe essere il vantaggio di cui dispongono gli aspiranti padroni del mondo, i quali, tuttavia, continuano ad accelerare: solo per il settore della Ricerca e dello Sviluppo militare Washington destina risorse finanziarie superiori ai bilanci militari complessivi della Germania e della Gran Bretagna messi assieme. Per quanto riguarda la NATO, la situazione prima dell’ultimo allargamento era la seguente: gli USA spendono per la Difesa quasi il doppio dell’insieme degli altri membri dell’Alleanza. L’odierna situazione internazionale e' in primo luogo caratterizzata dall’ambizione di una superpotenza di costruire un impero di dimensioni planetarie. Se tale ambizione incontra il suo principale ostacolo nel rapido sviluppo di un grande paese asiatico per di piu' diretto da un Partito Comunista, essa suscita diffidenza, preoccupazione e allarme anche nei paesi capitalistici. Ignorare questo dato di fatto significare fuorviare e condurre in un vicolo cieco la mobilitazione e la lotta antimperialista.
L’Unione Europea e' pero' una risposta rilevante alla sfida americana.
Certamente. Eppero', si commette un grave errore quando, a partire dal tendenziale mutamento dei rapporti di forza sul piano economico tra Unione Europea e Stati Uniti, si afferma che un processo analogo e' all’orizzonte anche sul piano militare. In realta', e' privo di senso un confronto tra due grandezze cosi' eterogenee: l’Unione Europea non e' uno Stato! Da che parte si schiererebbe l’Inghilterra nella fantomatica ipotesi di un conflitto tra le due rive dell’Atlantico? E da che parte si schiererebbe l’Italia di Berlusconi? E riuscirebbe a sopravvivere l’odierno, malfermo, asse franco-tedesco all’eventuale ritorno al potere in Germania dei democristiani e in Francia di un partito socialista dai forti legami con Israele? In questo come in altri casi l’economicismo si rivela fuorviante. Ai dati gia' riportati precedentemente ne aggiungo un altro che desumo da un autorevole storico statunitense (Paul Kennedy): "Tutte le altre Marine del mondo messe insieme non potrebbero minimamente intaccare la supremazia militare americana". E non si dimentichi che lo strapotere navale, sommato al controllo delle aree piu' ricche di petrolio e di gas naturale, da' agli USA la possibilita' di tagliare le vie di rifornimento energetico ai potenziali nemici. Cio' costituisce un motivo di ulteriore debolezza per i paesi europei e, in misura ancora maggiore, per il Giappone. Una conclusione s’impone: gli Stati Uniti sono in grado di stritolare anche i loro "alleati" e, in caso di necessita', non esiteranno a farlo. Ancora una volta, e' da questo dato di fondo che i comunisti devono prendere le mosse se vogliono analizzare e contrastare adeguatamente l’imperialismo.
Si', torniamo al punto di partenza. In che modo e' possibile oggi attualizzare l’insegnamento di Lenin, secondo cui si e' rivoluzionari nella misura in cui si e' capaci di individuare e utilizzare le contraddizioni e le incrinature esistenti nel campo nemico?
Oltre che da Lenin (e da Marx), dobbiamo saper imparare dalla storia del movimento comunista nel suo complesso. A suo tempo, esso ha pagato a caro prezzo il ritardo con cui ha imparato a distinguere tra nazifascismo da un lato e normali regimi borghesi dall’altro. Nel suo memorabile rapporto al VII Congresso dell’Internazionale Comunista, Dimitrov definisce il fascismo come "la dittatura terroristica aperta degli elementi piu' reazionari, piu' sciovinisti e piu' imperialisti del capitale finanziario", come "lo sciovinismo e la guerra di conquista piu' sfrenati". Piu' sfrenato che mai, lo sciovinismo di Washington ha oggi di mira il mondo intero, come risulta immediatamente non solo sul piano diplomatico-militare (l’invio di truppe e l’installazione di basi militari in tutto il mondo), ma anche sul piano ideologico. Diamo la parola a Clinton: l’America "deve continuare a guidare il mondo"; "la nostra missione e' senza tempo". E ora ascoltiamo Bush jr.: "La nostra nazione e' eletta da Dio e ha il mandato della storia per essere un modello per il mondo". Nell’analisi di Dimitrov, oltre lo sciovinismo a caratterizzare il fascismo e' anche "la dittatura terroristica aperta". Mentre sul piano interno scatenano la caccia all’arabo e all’islamico, gli Stati Uniti, imitando Israele, non esitano a condannare a morte senza processo, ogni individuo sospettato di "terrorismo" e, in realta', di resistenza al reale terrorismo di Stato statunitense e israeliano. Lo squadrismo nazifascista dei giorni nostri imperversa non coi manganelli, i pugnali e le pistole, ma in modo piu' micidiale e piu' vile, lanciando missili da aerei e da elicotteri, senza curarsi troppo delle vittime "collaterali". Soprattutto, gli Stati Uniti si riservano il diritto di colpire col loro mostruoso potenziale militare ogni paese ribelle e di assassinare o "processare" i loro dirigenti politici; non esitano neppure ad agitare la minaccia del primo colpo nucleare. "La dittatura terroristica aperta" ha ormai assunto dimensioni planetarie. Naturalmente, non bisogna dimenticare che la storia non e' mai la ripetizione dell’identico; ma se c’e' qualcosa che oggi rassomiglia al nazifascismo, questo e' l’asse che unisce Bush e Sharon: nel governo e nello schieramento del primo ministro israeliano non mancano coloro che professano un esplicito e odioso razzismo antiarabo e che esigono la deportazione dei palestinesi. E’ questo asse che bisogna in primo luogo isolare e denunciare.
Ma quale atteggiamento, allora, i comunisti, devono assumere nei confronti dei governi borghesi europei?
Non c’e' dubbio che non possiamo rinunciare alla critica, alla denuncia e alla lotta nei confronti dell’ideologia e del potere dominanti. Ma, ancora una volta, dobbiamo sapere distinguere. Berlusconi e Prodi sono equipollenti? I dirigenti e il popolo palestinese certamente non sottoscriverebbero questa assimilazione. In Germania, abbiamo da un lato Stoiber che punta il dito contro Schroeder, colpevole di non appiattirsi completamente sulla politica di provocazione e di guerra di Washington; dall’altro abbiamo non solo Schroeder, ma, soprattutto l’ex-cancelliere Schmidt che condanna come "unilateralista" e "imperialista" la politica statunitense. Qual e' lo schieramento piu' pericoloso e piu' succube nei confronti dell’asse imperialista di Bush e Sharon? A suo tempo, al momento dello scoppio della guerra fredda, Stalin ha chiamato i partiti comunisti dell’Europa occidentale a "risollevare" la "bandiera dell’indipendenza nazionale e della sovranita' nazionale [...] gettata a mare" dai governanti borghesi. Questi, cioe', venivano soprattutto criticati non gia' in quanto imperialisti in prima persona ma in quanto succubi dell’imperialismo americano. Ai giorni nostri, appoggiando la guerra contro l’Irak, i governanti europei possono si' sperare di partecipare alla spartizione del ricco bottino petrolifero di quel paese. Per un altro verso, pero', rafforzando il controllo militare statunitense sulle risorse energetiche da cui dipende l’economia dell’Europa, finiscono con lo stringere ulteriormente il cappio che Washington ha gia' predisposto al collo dei suoi "alleati" europei e giapponesi. Di cio' non si preoccupa un personaggio come Berlusconi, la cui massima aspirazione e' di diventare un Quisling coccolato e protetto dalla superpotenza americana; ma di cio' chiaramente si preoccupano statisti come Schmidt. Disagio e allarme per la guerra infinita che si profila all’orizzonte esprime anche la Chiesa cattolica, e non solo per ragioni religiose e ideologiche, della cui sincerita', peraltro, non c’e' motivo per dubitare. C’e' un’ulteriore motivazione. La politica di provocazione e di guerra degli Stati Uniti e di Israele non puo' non provocare nel Medio Oriente e nel Terzo Mondo una gigantesca contro-ondata islamica e antioccidentale, dalla quale i cattolici rischiano di essere travolti. Si diffonde la coscienza della gravita' dell’odierna situazione internazionale: mentre devono preoccuparsi di mantenere una rigorosa autonomia ad ogni livello, i comunisti devono saper costruire un fronte anti-imperialista il piu' ampio possibile. Se i teorici dell’unica e indifferenziata "massa reazionaria" finiscono inconsapevolmente al rimorchio della superpotenza che oggi incarna il piu' sfrenato sciovinismo e il piu' brutale terrorismo di Stato, i comunisti, enunciando con chiarezza e alla luce del sole le distinzioni che s’impongono, devono impegnarsi in primo luogo per smascherare e contrastare il nemico principale.
Domenico Losurdo
Nome: antonio d'angelo ----- Data e ora: 11/07/2010 - 18.45.36 ----- Titolo: Perché Liu Xiaobo ha conseguito il «Premio Nobel p Perché Liu Xiaobo ha conseguito il «Premio Nobel per la pace»
pubblicata da Antonio Dangelo il giorno mercoledi' 13 ottobre 2010 alle ore 0.03
Perché Liu Xiaobo ha conseguito il «Premio Nobel per la pace»
di Domenico Losurdo
Nel 1988 Liu Xiaobo dichiaro' in un’intervista che la Cina aveva bisogno di essere sottoposta a 300 anni di dominio coloniale per poter diventare un paese decente, di tipo ovviamente occidentale. Nel 2007 Liu Xiaobo ha ribadito questa sua tesi e ha invocato una privatizzazione radicale di tutta l’economia cinese.
Riprendo queste notizie da un articolo di Barry Sautman e Yan Hairong pubblicato sul «South China Morning Post» (Hong Kong) del 12 ottobre.
Non si tratta di un giornale allineato sulle posizioni di Pechino, che anzi in questo stesso articolo viene criticato per aver colpito un’opinione sia pure «ignobile» con la detenzione piuttosto che con la critica.
Da parte mia vorrei fare alcune osservazioni. Anche sui manuali di storia occidentali si puo' leggere che, a partire dalle guerre dell’oppio, inizia il periodo piu' tragico della storia della Cina: un paese di antichissima civilta' e' letteralmente «crocifisso» – scrivono storici eminenti; alla fine dell’Ottocento, la morte in massa per inedia divene noioso affare quotidiano. Ma, secondo Liu Xiaobo, questo periodo coloniale e' durato troppo poco; avrebbe dovuto durare tre volte di piu'! Il meno che si possa dire e' che siamo in presenza di un «negazinionismo» ben piu' spudorato di quello rimproverato ai vari David Irving. Ebbene, l’Occidente non esita a rinchiudere in galera i «negazionisti» delle infamie perpetrate ai danni del popolo ebraico, ma conferisce il «Premio Nobel per la pace» ai «negazionisti» delle infamie a lungo inflitte dal colonialismo al popolo cinese! Purtroppo, in modo non molto diverso si atteggia spesso la sinistra occidentale, che si e' ben guardata dal condannare l’arresto a suo tempo di David Irving e di altri esponenti della stessa corrente ancora in stato di detenzione, ma che in questi giorni inneggia a Liu Xiaobo.
Quest’ultimo, peraltro, non si e' limitato a esprimere opinioni, sia pure «ignobili» (come riconosce il South China Morning Post»). Dopo aver invocato nel 1988 tre secoli di dominio coloniale in Cina, l’anno dopo e' ritornato di corsa (di sua spontanea iniziativa?) dagli Usa in Cina, per partecipare alla rivolta di Piazza Tienanmen e impegnarsi a realizzare il suo sogno. E’ un sogno per la cui realizzazione egli continua a voler operare, come dimostra la sua celebrazione (in un’intervista del 2006 a una giornalista svedese) della guerra Usa per l’esportazione della democrazia in Iraq. Come si vede, siamo in presenza di un personaggio che contro il suo paese invoca direttamente il dominio coloniale e, indirettamente la guerra d’aggressione. E’ un sogno che gli ha procurato al tempo stesso la detenzione nelle galere cinesi e il «Premio Nobel per la Pace».
Nome: antonio d'angelo ----- Data e ora: 11/07/2010 - 18.43.28 ----- Titolo: LA CONTRAFFAZIONE DEL TESTAMENTO DI LENIN - LA CONTRAFFAZIONE DEL TESTAMENTO DI LENIN -
pubblicata da Antonio Dangelo il giorno lunedi' 18 ottobre 2010 alle ore 0.09
LA CONTRAFFAZIONE DEL TESTAMENTO DI LENIN - LA LINFA DEL TROSCHISMO E' UN FALSO STORICO
riferimentoa LA CONTRAFFAZIONE DEL "TESTAMENTO DI LENIN"di V. A. Sakharov Candidato di Scienze Storiche.
Pubblichiamo di seguito un'analisi di alcuni documenti attribuiti a Lenin prima della sua morte,notoriamente critici nei confronti di Stalin.Lo studio che presentiamo e' stato dapprima pubblicato sul giornale "Molniya", organo del movimento dimassa Trudovaya Rossiya, tradotto da Michael Lucas e pubblicato nella raccolta di articoli (Toronto, 1997).Successivamente e' apparso in "Revolutionary Democracy", Vol. VII, No. 1, Aprile 2001; tale testo e' statoutilizzato per la nostra traduzione, riscontrata nelle due versioni in lingua inglese e francese.L'articolo e' introdotto da estratti della "Lettera al Congresso", che fu esposta ai delegati del XIII Congresso tenuto nel maggio 1924, il quale riconfermo' all'unanimita' Stalin - che aveva presentato le sue dimissioni daSegretario generale - alla testa del partito.V. A. Sakharov solleva la questione della paternita' di tale lettera e dei relativi documenti. Data l'importanza,non solo storica ma anche politica della questione - da sempre utilizzata dai trozkisti per i loro attacchivelenosi e denigratori - abbiamo ritenuto utile sottoporre questa indagine ai nostri lettori, come contributoper la ricerca della verita' storica e la prosecuzione della lotta contro i nemici del leninismo.
Dalla "Lettera al Congresso":I."Il Compagno Stalin, divenuto Segretario Generale,ha concentrato nelle sue mani un'autorita' illimitata, eio non sono sicuro che egli sappia servirsene semprecon sufficiente prudenza. D'altro canto, il compagnoTrotsky, come ha gia' dimostrato la sua lotta contro ilCC nella questione del Commissariato del Popolo perle Comunicazioni, si distingue non solo per le sueeminenti capacita'. Personalmente egli e' forse il piu'capace tra gli uomini nell'attuale CC, ma haun'eccessiva sicurezza di sé e una tendenza eccessivaa considerare il lato puramente amministrativo dellavoro".25 dicembre 1922Registrato da M. V.(V. I. Lenin, Opere, Vol. 36, Mosca, 1971, pp. 594-595).II."Stalin e' troppo rude, e questo difetto, del tuttotollerabile nell'ambiente e nei rapporti tra noicomunisti, diventa intollerabile in un Segretariogenerale. Percio' io suggerisco ai compagni di pensarealla maniera di rimuovere Stalin da questo incarico edi nominare al suo posto un altro uomo che a partetutti gli altri aspetti, si distingua dal compagno Stalinnel presentare solo vantaggio, quello cioe' di esserepiu' tollerante, piu' leale, piu' cortese e piu' riguardosoverso i compagni, meno capriccioso, ecc. Questa circostanza puo' apparire come un dettagliotrascurabile. Ma io penso che dal punto di vista delle misure di sicurezza contro una scissione e dal puntodi vista di quanto ho scritto sopra sui rapporti traStalin e Trotsky non e' un dettaglio, ovvero e' undettaglio che puo' avere un'importanza decisiva".Registrato da L. F.4 gennaio 1923(op. cit. p. 596).L'attualita' politica e scientifica di una lotta diprincipio contro qualsiasi pseudo-creazioneriguardante V. I. Lenin, sta di fronte ai movimenticomunisti contemporanei. Questa lotta non e' solamente difensiva. Il fine non e' quello di dare aglioperai un'immagine di V. I. Lenin nella suagrandezza, ma quello di salvaguardare e promuoverela vittoria della rivoluzione comunista.
Queste lettere del cosiddetto testamento non appartengono a Lenin
Tra i miti che sono legati alla vita e all'opera di V. I.Lenin, il piu' subdolo, raffinato e al tempo stesso il piu'distruttivo nelle sue conseguenze politiche edideologiche e' il mito del cosiddetto "Testamento Politico" di V. I. Lenin, che raccoglie un certo numerodi documenti, conosciuti anche come "Ultimi articolie lettere". Il problema scientifico che ci troviamo difronte consiste nell'accertare che ciascuno di questidocumenti sia effettivamente opera di V. I. Lenin.Quindi l'esame di tutti questi documenti e' unaquestione di verifica.Queste lettere sono dattilografate. V. I. Lenin non ha firmato nessuno di questi documenti o lettere, ed essi non possono essere verificati come tali. La firma sotto il testo battuto a macchina e' "AM. V." o "L.F." Queste iniziali non possono sostituire un documento autografo o una copia firmata da Lenin. E' un fatto che la paternita' di Lenin riguardo questi documenti, resa pubblica fin dall'inizio, malauguratamente non e'mai stata messa in dubbio. Vi e' stato il riconoscimento del fatto che essi sono stati scritti da V. I. Lenin. Cio' e' stato accettato persino dallo stesso Stalin. Questa situazione, ovviamente, ha dato unconsiderevole aiuto ai revisionisti che erano ancoranella direzione del PCUS dopo la morte di Lenin. La storia dimostra che questi "documenti" sono diventatiparte di un "intrigo".Tuttavia, un'analisi scientifica esige che tali documenti siano esaminati dal punto di vista storico. Le analisi storiche non devono essere concepite per mostrare o provare che questo o quel documento non appartengono a V. I. Lenin. Piuttosto l'onere dellaprova deve pesare nell'altro senso: l'analisi deveprovare che queste lettere appartengono effettivamente all'insieme delle opere che ricadonosotto la paternita' di V. I. Lenin. L'autore ha studiato i documenti ed ogni possibile archivio disponibile di tutti i materiali, ed e' giuntoalla seguente conclusione. Parlando concretamente,nell'analisi del cosiddetto "Testamento" si applica laseguente logica: voi potete dividere i documenti indue parti:
(1) quelli in cui la paternita' di Lenin e' dimostrata completamente e senza alcun problema attraverso metodi differenti,
(2) quelli in cui la paternita' di Lenin non puo' essereprovata tramite alcun mezzo scientifico.A questo proposito dobbiamo dichiarare con forza che in nessuno dei testi di Lenin inconfutabilmente riconosciuti, e nella loro forma originale, e' presente alcun pensiero o un'espressione contro Stalin.Tuttavia, in questa parte del controverso"Testamento" di V. I. Lenin (vale a dire cio' che noi riteniamo non appartenere alla mano di Lenin) avviene esattamente l'opposto: essa e' piena di antistalinismo ed e' politicamente motivata a questo fine.
Il testamento
In realta', la parte del "Testamento" di Lenin e' basata sui seguenti articoli:
* Le "Pagine degli appuntamenti dal suo diario quotidiano ",
* "Come dobbiamo riorganizzare Rabkrin?",
* "Meglio meno, ma meglio",
* "Sulla nostra Rivoluzione".Questi articoli sono stati resi pubblici e pubblicati dall'inizio di gennaio fino ai primi di marzo del 1923
Inoltre la sua dettatura della "Lettera al Congresso" e' stata effettuata tra il 26 e il 29 dicembre del 1922, e tratta della riorganizzazione del Comitato Centrale e del livello delle ispezioni degli operai e dei contadinie dei compiti del Gosplan. Infine, un articolo: "Sulla Cooperazione", e' datato 4-6 gennaio 1923.Non tutti questi documenti sono firmati da Lenin. Ma il testo, il lavoro compiuto su di essi (o sulle lorosingole fasi) sono fissati in differenti documenti dalla segreteria di Lenin, durante l’attivita' svolta su di essi.Le date sono anche fissate nei documenti del Politburo. Tutto cio' conferma la loro autenticita'. In altre parole, e questa e' un'affermazione facile da verificare, cio' significa che quando V. I. Lenin lavorava su questi documenti, o dopo che essi sonostati terminati, egli era sempre in grado di sorvegliare il loro completamento. In definitiva, questi documenti concordano in parecchi punti, e sono confermati dai documenti che V. I. Lenin ha ricevuto dopo il loro perfezionamento da parte della segreteria. Lenin li ha ricevuti per dare la sua approvazione finale, oppure li ha usati comeriferimento, quando la discussione era ancora in corso all'interno del Comitato Centrale del partito. Questi documenti interni non sono contraddittori tra loro, né mostrano degli atteggiamenti antagonistici all'interno della direzione. In questi documenti ci sono delle idee sviluppate, ma nessuna distinzione principale dagli scopi di altri documenti. Infine, essi non sono in contrasto con altre raccomandazioni fatte da V. I.Lenin. Si puo' dire che c'e' coerenza in seno e tra questi documenti.
Attacco contro Stalin
Il secondo gruppo di documenti - in cui "le parti che non sono di Lenin" possono essere rintracciate nel "Testamento di Lenin", presenta assolutamente un altro tipo di problemi. Questi problemi possono essere riassunti come segue:
(1) Noi vediamo una nota caratteristica, che si legge come "dettata da V. I. Lenin". Questo accade il 24-25 dicembre 1922 e il 4 gennaio 1923. E' qui che noi troviamo la base per un attacco contro G. V. Stalin. Stalin era sicuramente, in effetti, il luogotenente di V.I. Lenin ed un leader del partito.
(2) Appare qui un cosiddetto "articolo" .
(3) Si sostiene la presunzione che esiste una lettera politica, "dettata" il 5-6 marzo 1923 (a Trotsky,Mdivani, Makharadze) con una dichiarazione di solidarieta' con loro.
(4) Si suppone la lettera-articolo indirizzata a Stalin con una "minaccia di interrompere i rapporti personali" tra Lenin e Stalin.Tutto cio' ci mostra che Lenin stesso non era l'autore,e che non vi e' alcun testimone esterno del fatto che Lenin scrisse questa lettera! Nondimeno il lettore puo' chiedere: da dove otteniamo questa informazione su questo documento? La nostra analisi e' confermata:
(1) dal cosiddetto "Diario quotidiano delle segretarie"di V. I. Lenin;
(2) dalle persone che hanno consegnato questidocumenti al Plenum del Comitato Centrale del PCUS.Esaminiamo questi due punti in dettaglio."Il Diario" della Segreteria e' il piu' rilevante e, finora,questo documento non e' mai stato messo indiscussione. Tuttavia esso non e' mai stato esaminato in dettaglio dal punto di vista scientifico e storico. In realta' era inutile fare cio', poiché oggi e' noto ed accettato che questo "Diario" dopo il 18 dicembre1922 non e' piu' considerato come un documento del lavoro quotidiano della Segreteria di Lenin. Cio' perché esso e' il lavoro di nuovi autori, allo scopo diassicurare dei cambiamenti da effettuare, laddove possibile, su datitemi teorici epolitici, da parte diartefici che a queltempo erano ben nascosti .Re a l i s t i c ame nt eparlando esso e' und o c u m e n t oinventato, falso.Giudicate voi stessi.L'inizio dellamalattia di Lenin, il18-19 dicembre1922, ha visto Lenindover di fattosmettere di occuparsi della fase centrale del suolavoro. Sfortunatamente, durante questo periodo lasua Segreteria ha praticamente cessato di funzionare,ed i diari quotidiani non sono registrati. I progettisono rimandati. Ma quando questi "Diari" vengono dinuovo redatti, noi troviamo delle "versioni"completamente nuove rispetto a cio' che si e' suppostoLenin abbia dettato. Nei "Diari" ci sono intere paginevuote, le annotazioni vi sono collocate soloirregolarmente. Tra le pagine dove c'e' qualcheannotazione, durante questo periodo ci sono delle pagine vuote. Cio' ha in effetti dato ai promotori del "Testamento" l'opportunita' di riempire le pagine che erano vuote.Miracoli cronologici. Questo e' confermato dai successivi periodi di tempoo dall'analisi cronologica, che provera' a dimostrareche L. A. Fotieva (una delle segretarie che redigevanoi "Diari") avrebbe dovuto fare un'annotazione per il 28 dicembre 1922 e per i giorni 4-9-19-24 gennaio1923. M. V. Volodicheva da parte sua promise diriempire queste date per il 26 dicembre ed il 17marzo.Ma questo non e' tutto, qualcos'altro "appare" nelcalendario del “Diario”, o nella Segreteria, ad operadi Fotieva e Volodicheva. Ne risulta una buffasequenza di date. Dopo il 30 gennaio c'e'un'annotazione, segnata il 26 gennaio, quindi dinuovo un'annotazione il 30 gennaio. Sembra chel'annotazione del 24 non sia peggioredell'annotazione del 30 (non del 31, come per erroremateriale e' riportato nel documento, N.d.T.).L'annotazione finale, in terza battuta, e' anch'essa del30 gennaio 1922.Le annotazioni di febbraio sono difettose come quelledi gennaio: il 10 febbraio, le segretarie scrivono nel"Diario" un'annotazione sulla mattina del 7; dopo cio'sulla mattina del 9;segue un'annotazioneper la sera del 7, poiun'annotazione per lamattina del 9 e quindiper la serata del 7. Manella mattina del 9 essespariscono perriapparire di nuovo perla seconda volta infebbraio. La fine diquesto balletto nelleannotazioni del“Diario” sopraggiungeil 9 febbraio.Cio' dimostra dunque inbreve che tutte queste date sono state manipolate, eche davanti a noi non c'e' il documento che questinemici tentano di presentarci come l'originale. Delleanalisi scientifiche sugli scritti del “Diario”quotidiano ci mostrano che, da dopo il 18 dicembre,la moglie di Stalin, N. S. Allieueva, non scriveva suquesto “Diario”, in quanto facente parte dellasegreteria di V. I. Lenin, sebbene essa abbiacontinuato a lavorare nella Segreteria con altrefunzioni.Nel "Diario", appaiono dunque degli inserimenti, allepagine del 23-24 dicembre e del 17 e 30 gennaio.Questo mostra che ci sono delle aggiunte inseritedopo che il “Diario” e' stato compilato. Tutti questi "stili ineguali" inseriti nel "Diario" si spiegano sulla base del fatto che il lavoro su di esso non era statocompletato. Qualcosa sembra aver impeditol'ulteriore falsificazione di questo "Diario" cosi' comeera stato deliberatamente deciso.A parte il "Diario" delle segretarie, esistono notescritte quotidianamente dei dottori che si occupavanodi V. I. Lenin. Tra i "diari" delle segretarie ed idocumenti scritti dai dottori, troviamo moltedifferenze riguardo ai dettagli, alle date e ad altreannotazioni.Ad esempio, le segretarie nel "Diario" mantengono ilsilenzio circa il lavoro di V. I. Lenin, mentre i medicine hanno scritto: il 25, 29, 31 dicembre, il 1-4, 10, 13,16-27 gennaio, quindi il 18-20, il 25-27 febbraio, edinfine il 2 e 3 marzo. Cio' ammonta a 20 giorni didifferenza tra le annotazioni dei dottori e la totalemancanza d'annotazioni da parte delle segretarie.Vi e' anche un esempio nella direzione opposta,allorché V.I. Lenin non ha lavorato con le segretarie,mentre invece le segretarie ci dicono che avevanoricevuto delle dettature da parte di V. I. Lenin il 24-26gennaio, e il 3,9,10,12,14 febbraio. Si tratta di unadiscordanza di ulteriori otto giorni con le altreannotazioni dei dottori. Immaginate un “diario", chee' una documentazione quotidiana degli eventi, in cui28 giorni su 72 non coincidono o sonocompletamente l'opposto (rispetto ad altre fonti,N.d.T.)!E' molto interessante notare cosa accadeva durantequeste "date discutibili", in cui il lavoro e' statopresumibilmente svolto dalle segretarie. E' in questoperiodo che compare l'informazione sul testamento diLenin e la sua critica contro G. V. Stalin, rispetto allaquestione della costruzione di uno stato nazionale;evento che ha tutti gli elementi essenziali di una"bomba" messa li' apposta per Stalin.Ne segue, che e' proprio questa informazione,"inserita" nel “Diario”, a diventare la base presuntadella tesi della paternita' di Lenin di tale "articolo", di e delle lettere del 5-6 marzo1923.
......Tutti questi esempi dimostrano che i documenti nonerano autentici. Ma vogliamo riflettere su chi eranogli autori del "Testamento"? Chi poteva trarre profittoda esso? Gli autori di questa leggenda del"Testamento di Lenin" sono Trotsky, Fotieva,Zinoviev, Bukharin. Essi "hanno inserito" questi testinell'arena politica assai prima della morte reale di V.I. Lenin. Essi hanno atteso finché Lenin non fosse piu' capace di scrivere, dettare o leggere i materiali, hanno redatto questi documenti come un metodo politico di lotta contro G. V. Stalin. Trotsky, con l'aiuto di una delle segretarie, la Fotieva, ha composto il cosiddetto"articolo", . Mentre hanno fatto questo, essi hanno apertamente dichiarato di non averricevuto alcuna direttiva, ma di essersi basati sullarichiesta di V. I. Lenin e di non aver saputo quandoquesta e' stata fatta.....
Nome: antonio d'angelo ----- Data e ora: 11/07/2010 - 18.40.43 ----- Titolo: La lotta al socialpacifismo Se non ora quando? La lotta al socialpacifismo Se non ora quando?
pubblicata da Antonio Dangelo il giorno giovedi' 28 ottobre 2010 alle ore 13.50
La lotta al socialpacifismo Se non ora quando?
Abbiamo l’impressione che in questi ultimi tempi, all’interno della sinistra che si definisce ‘di classe’ e di quelli che si considerano ‘comunisti’ si e' messa la sordina su alcuni passaggi politici che rappresentano un salto di qualita'’ dentro l’universo degli ‘antagonisti’. Cio' era accaduto gia' all’epoca degli anatemi di Bertinotti contro gli orrori novecenteschi del comunismo, che non avevano suscitato troppo scalpore, dal momento che i rifondatori del comunismo e i rivoluzionari di stampo neotrotskista convergevano sul fatto che la rivoluzione degenerata andava rimossa comunque, anche se con diverse modalita'. Il corollario della non violenza come strumento delle nuove rivoluzioni bertinottiane era stato pero' un serio campanello di allarme perche' modificava tutto l’impianto marxista sulla trasformazione sociale. Non si trattava piu', come per anni si era fatto credere, di una rifondazione che si sarebbe realizzata nel solco della tradizione comunista, al contrario, i teorici del nuovo mondo possibile tracimavano verso una dimensione tipica dell’anticomunismo di matrice socialdemocratica basato su tre cardini: condanna degli 'orrori del comunismo', rispetto delle regole del regime borghese contro la resistenza delle classi subalterne, rifiuto della categoria d’imperialismo.
A molti compagni, alcuni dei quali scrivono anche su Aginform, l’insistenza con cui abbiamo sollecitato una risposta adeguata all’anticomunismo bertinottiano e' sembrata una forzatura del dibattito che si andava sviluppando dentro e fuori Rifondazione, una sorta di rottura dei ponti che in questi decenni hanno collegato la ‘nuova sinistra’. Ci e' stato detto, anche su questo foglio: attenti a non isolarci come ci insegna l’esperienza dell’estremismo ideologico di questi decenni. Dicendo questo, pero', si vedeva l’albero e non la foresta. Difatti questi compagni, preoccupati di rimanere isolati, non si sono accorti che la mancata resistenza contro il Bertinotti-pensiero ha portato alla messa fuorilegge dei comunisti. Storia del comunismo e resistenza delle classi sfruttate ed oppresse sono le due cose che si presentano oggi, non solo nel pensiero delle classi dominanti, ma nella stessa sinistra, come estranee alla societa' civile e democratica, quindi passibili di ostracismo e di repressione. La cosa piu' grave e' che questi concetti sono diventati senso comune. Non e' solo Stalin ad evocare Hitler, ma tutto il movimento comunista ad essere condannato come fonte di orrori e la violenza, cioe' la resistenza degli oppressi, diventa un fattore di ‘eversione’. Sembra essere ritornati all’epoca dello spettro che si aggira per l’Europa. Anche qualche innocuo ‘disobbediente’ ha fatto le spese di questo nuovo clima, che consente al governo di utilizzare l’esercito nelle imprese criminali all’estero e punisce chi protesta contro questi crimini. Oggi per essere a sinistra bisogna passare per il salotto di Bruno Vespa, fare come Cossutta che condanna le foibe davanti agli esponenti di AN oppure garantire, come fa Bertinotti, dell’autenticita' non violenta del movimento antagonista.
Diciamo pure che in tutta questa fase si e' dimostrata l’inconsistenza e l’opportunismo di una sinistra radicale che non ha avuto la forza di frenare lo scempio che veniva fatto della storia e dei principi che hanno animato il conflitto di oltre un secolo tra classi sfruttate e sfruttatori, tra imperialisti e popoli oppressi. Impegnati in giochi e liturgie alternative, dal falso sindacalismo di base, alla cultura rebeldista dei centri sociali, quella che appariva la forza ‘eversiva’ dello schieramento antagonista e' andata rinchiudendosi dentro il recinto del sistema per diventarne una variante. Non e' un caso che l’unico, grande fattore di novita' nello scenario mondiale che rappresenta una controtendenza straordinaria, la resistenza irachena, viene rimosso e collocato dentro lo schema del terrorismo.
C’e' da domandarsi dunque, dove sta la sinistra? Per certi versi sembra di rivivere la situazione a ridosso della prima guerra mondiale, quando solo un gruppo di rivoluzionari, tra cui primeggiavano Lenin e i bolscevichi, dentro un mare di socialsciovinismo, resistevano alla capitolazione della seconda internazionale. Qual’e' la differenza da allora? Dal punto di vista della situazione in cui si trovano i comunisti che hanno mantenuto una lucidita' sugli avvenimenti in corso, possiamo affermare che sostanzialmente la condizione di isolamento e' la stessa. La differenza sostanziale e' che mentre in poco piu' di tre anni l’Europa dei partiti socialsciovinisti fu travolta da un’ondata rivoluzionaria, l’Europa attuale e l’Italia subiscono invece un consolidamento delle tendenze socialpacifiste e assorbono le spinte che emergono dagli avvenimenti internazionali e interni. E questo accentua ancora di piu' la condizione di isolamento dei comunisti.
Valga per tutto l’episodio del rapimento delle due Simone. La salita di Bertinotti e degli altri esponenti della sinistra a palazzo Chigi per condividere l’ansia di un rapimento ambiguo e prodotto anche dalle discutibili scelte delle ONG, non ha suscitato quella dura reazione che ci si sarebbe aspettata. Ma come, in presenza di un governo che occupa con le truppe italiane l’Iraq in una guerra truce come quella irachena, un esponente della sinistra alternativa puo' impunemente assumersi la responsabilita' di collaborare con Berlusconi senza che si apra uno scontro duro? A leggere le cronache del dibattito interno al PRC sembra davvero di essere in un 'altro mondo'. Ovvero siamo in un mondo di cui abbiamo sottovalutato le trasformazioni e le degenerazioni. In questo brusco risveglio c’e' anche un’autocritica per le ambiguita' che alcuni di noi hanno mantenuto finora verso la ‘sinistra’. E’ vero che questa e' l’unica sinistra che abbiamo, ma dobbiamo prendere atto che dentro questa sinistra dobbiamo condurre una durissima battaglia, con buona pace di coloro che invece ci incitano alla Realpolitik. Quale mediazione si puo' avere con coloro che nel PRC considerano Bertinotti un compagno e un comunista con cui si possono fare accordi? Quale mediazione si puo' avere con coloro che considerano il PRC la casa dei comunisti? Quale mediazione si puo' avere con coloro che definiscono la resistenza irachena terrorismo? Queste diventano ormai discriminanti che devono dividere a sinistra i nuovi socialpacifisti da coloro che hanno posizioni di lotta e di traformazione sociale.
Ricordate gli anni ’70 quando la deriva del PCI porto' alla formazione di una nuova sinistra? Ebbene e' arrivato il momento di riproporre una linea di scontro a sinistra che non riguardi solo le questioni storiche, ma l’attualita', ben sapendo che tra le due cose esiste un nesso preciso, come siamo andati sostenendo in molti interventi apparsi su Aginform. Qualche compagno ci ha ricordato che occorre utilizzare ancora il concetto di egemonia nello scontro politico. E proprio questo bisogna intendere quando si parla di scontro a sinistra. Non e' piu' riviabile un confronto strategico che divida la sinistra socialpacifista dai comunisti. Questa sinistra ha ormai permeato tutto il modo di essere di un movimento che era nato su ben altre premesse, ma che ha pagato il suo peccato originale dovuto alle ambiguita' sociali e di formazione teorica. I comunisti sono soli ,e' vero, ma coloro che si definiscono tali non pensino di poter superare questa condizione portando il culo a spasso di conferenza in conferenza o esibendo la propria posizione testimoniale. I comunisti possono uscire dal loro isolamento se sono disposti a rompere con il socialpacifismo, col teatrino dell’antagonismo e della disobbedienza, e definire con coraggio i termini della loro presenza nella nuova fase imperialista.
Roberto Gabriele
Nome: antonio d'angelo ----- Data e ora: 11/07/2010 - 18.25.17 ----- Titolo: La rivoluzione d’Ottobre, svolta decisiva nella st da Accademia delle Scienze dell'URSS, Storia universale vol. VIII, Teti Editore, Milano, 1975Capitolo I
La rivoluzione d’Ottobre, svolta decisiva nella storia dell’umanita'
Il 25 ottobre (7 novembre) 1917 trionfo' in Russia la grande Rivoluzione socialista d’Ottobre, che ha aperto una nuova era nella storia universale. Da quel momento il capitalismo ha cessato di essere l’unico e assoluto sistema economico-sociale. In una sesta parte della terra nasceva una nuova societa', quella socialista.
La grande Rivoluzione socialista d’Ottobre fu il risultato obiettivo di tutto il precedente sviluppo della societa' umana. Le sue premesse materiali si andarono formando nel periodo del dominio del capitale monopolistico e dell’imperialismo, che Lenin definisce “la vigilia della rivoluzione sociale del proletariato”. (V. I. Lenin: “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo”, Opere, vol. 22, pag. 196.). La guerra mondiale accelero a ritmi velocissimi il processo di maturazione della rivoluzione socialista, avviando la crisi generale del capitalismo.
La rivoluzione socialista ha vinto per la prima volta in Russia, l’anello piu' debole del sistema imperialistico mondiale, dove il capitalismo monopolistico conviveva con residui di rapporti feudali, rendendo particolarmente aspri l’oppressione e lo sfruttamento.
In Russia, nel corso delle lotte di classe, si era formata una potente forza sociale capace di abbattere il capitalismo, d’instaurare la dittatura del proletariato e di costruire una societa' socialista. La classe operaia russa, sotto la guida del partito bolscevico, seppe trascinare i contadini poveri con sé, nella lotta vittoriosa per la liberazione dal giogo sociale e nazionale e per la costruzione di una societa' comunista.
La classe operaia dei paesi capitalisti piu' sviluppati, egemonizzata dalla socialdemocrazia, sembrava lontana dal prendere iniziative rivoluzionarie.
Ma la Rivoluzione d’Ottobre, rivoluzione a carattere internazionale ancora prima che nazionale, avrebbe ben presto dato l’esempio al proletariato degli altri paesi che, traducendone gli insegnamenti nell’esperienza nazionale, avrebbero dato il loro contributo alla rivoluzione mondiale e alla difesa del primo Stato socialista.
La Russia alla vigilia della rivoluzione socialista
LA CRISI NAZIONALE GENERALE
La rivoluzione democratico-borghese del febbraio 1917, che aveva abbattuto l’autocrazia, rese possibile il passaggio della Russia alla rivoluzione socialista. Le crisi politiche di aprile, giugno, luglio e il tentativo sedizioso di Kornilov furono gli avvenimenti piu' importanti del periodo che va dal febbraio all’ottobre e costituirono le tappe della crisi generale del paese. La rivoluzione si andava sviluppando impetuosamente. Il partito bolscevico, con a capo Lenin, agi' come suo portabandiera.
Nel corso della lotta i bolscevichi unirono le piu' larghe masse, formarono l’esercito politico della rivoluzione, rafforzarono l’unita' della classe operaia con i contadini poveri: forza sociale determinante nella lotta per la vittoria della rivoluzione socialista. In Russia il processo di trasformazione della rivoluzione democratico-borghese in rivoluzione socialista ebbe, nel corso del suo sviluppo, due periodi fondamentali: fino alla crisi di luglio il partito bolscevico sostenne il corso dello sviluppo pacifico della rivoluzione; poi si preparo' ad abbattere il potere della borghesia e dei proprietari fondiari per mezzo dell’insurrezione armata.
Lo sviluppo pacifico della rivoluzione fu interrotto a causa del tradimento degli opportunisti, menscevichi e socialrivoluzionari, che consegnarono volontariamente il potere alla borghesia imperialista e si macchiarono nel luglio del 1917 del sangue di operai e soldati. Il VI congresso del Partito Operaio Socialdemocratico Russo (Bolscevico) oriento' il partito verso la preparazione dell’insurrezione armata e chiamo' le masse a prepararsi a impadronirsi del potere statale “per utilizzarlo a fini di pace e per la riorganizzazione socialista della societa'”. Le contraddizioni politiche ed economico-sociali, che si erano via via approfondite nel paese, accelerarono il processo di maturazione della crisi rivoluzionaria. Le masse popolari russe, con la classe operaia alla testa. furono portate, da tutto il corso dello sviluppo sociale, nell’ottobre 1917, alla rivoluzione socialista come unico mezzo di salvezza da una catastrofe nazionale e di liberazione dei lavoratori dall’oppressione sociale e nazionale.
Il governo provvisorio non aveva soddisfatto nessuna delle rivendicazioni popolari; non aveva dato al popolo né la pace, né la terra, né il parte. Nella sua politica economica esso era guidato dagli interessi del capitale monopolistico. I profitti delle banche, soprattutto della Banca Internazionale Riunita di Pietrogrado, della Banca di Sconto e della Banca Commerciale di Mosca. raggiunsero livelli favolosi. Uguali guadagni si dividevano i grossi monopoli, come il “Prodamet” e altri. Il governo provvisorio, aderendo alle loro richieste, concedeva sussidi finanziari e sanzionava docilmente l’aumento continuo dei prezzi dell’oro. Il potere borghese, d’altra parte, nulla faceva per combattere lo sfacelo in cui versava l’economia del paese e per migliorare le condizioni di vita delle masse lavoratrici.
L’industria versava in condizioni catastrofiche. La sua produzione globale, rispetto al 1916, era diminuita di quasi la meta'. Dal marzo all’agosto 1917 cessarono la loro attivita', per cause diverse, 568 imprese, molte delle quali a causa di serrate, adottate come rappresaglia contro gli operai rivoluzionari. Negli Urali chiusero sino al 50% delle imprese, né diversa era la situazione nel Donbass e in alcuni altri centri industriali del paese.
Il governo provvisorio incoraggiava il sabotaggio degli imprenditori. Nel settembre 1917 fu deciso di chiudere altre imprese a Charkov e nel bacino del Donez, e nell’ottobre a Mosca. Gli organi governativi definivano demagogicamente questa politica economica come “regolamentazione della produzione”, ma, in effetti, concedevano piena liberta' d’azione ai capitalisti. In tal modo pero' si minacciava una completa bancarotta finanziaria nel paese. L’emissione di cartamoneta e l’apertura di nuovi prestiti dovevano rappresentare le fonti di copertura per le spese militari, continuamente crescenti. Dal 1° luglio 1914 al marzo 1917 la circolazione di cartamoneta sali' da 1.600 a 9.500 milioni di rubli; in novembre toccava i 22 miliardi 400 milioni. L’indebitamento statale raggiungeva la colossale cifra di 50 miliardi di rubli, dei quali circa 16 erano per debiti contratti all’estero.
Cresceva costantemente la dipendenza economica della Russia nei confronti delle potenze imperialistiche dell’Occidente, che avevano trasformato il governo provvisorio in un loro servile commesso. La conferenza dei “circoli d’affari”, tenutasi nell’estate 1917 presso il Ministero del Commercio e dell’Industria, prese la decisione di dare in concessione al capitale americano le miniere di minerali ferrosi degli Urali, il bacino carbonifero di Mosca. le miniere aurifere degli Altai, il petrolio e il carbone dell’isola di Sahalin e le miniere di rame del Caucaso. Le condizioni di concessione erano, per la Russia, semplicemente catastrofiche. Approvando questa decisione, il presidente della conferenza speciale per la difesa, P. Palcinskij, ebbe a dire che l’attrazione di capitale americano era per la Russia “questione di saggezza statale e di necessita'”.
La guerra, lo sfacelo economico e la fame si abbattevano con tutta la loro gravita' sui lavoratori e in primo luogo sulla classe operaia. Il salario reale degli operai era sceso nel 1917 al 57,4% rispetto al 1913. I principali generi alimentari, durante gli anni della guerra, erano rincarati a Mosca di 9,5 volte e i generi di largo consumo di ben 12 volte.
La continuazione della guerra imperialistica e l’attivita' antipopolare del governo provvisorio accrebbero l’odio dei lavoratori. Verso l’autunno del 1917 la crisi del paese investi' tutte le sfere dei rapporti economici e politici e trovo' la sua espressione prima di tutto nello sviluppo dell’attivita' rivoluzionaria creativa delle masse popolari, che si rifiutavano di vivere alla vecchia maniera e decisamente rivendicavano trasformazioni rivoluzionarie del regime sociale.
Lo sviluppo della rivoluzione uni' le masse popolari sempre piu' strettamente attorno al partito bolscevico, guidato da Lenin. Esso accrebbe la sua influenza nei sindacati, nei comitati di fabbrica e nelle altre organizzazioni della classe operaia. I sindacati organizzavano oltre 2 milioni di operai e impiegati. I comitati di fabbrica, nell’autunno del 1917, sulla base di dati non completi, erano presenti in 34 grandi citta'. Nelle loro elezioni, che si tennero in ottobre, i bolscevichi ottennero una grande vittoria. Nel comitato di fabbrica della officina di tubi di Pietrogrado, per esempio, i bolscevichi conquistarono 23 seggi su 33.
Il movimento degli scioperi acquistava un chiaro e manifesto carattere politico, con parole d’ordine bolsceviche. Lo sciopero dei tipografi, iniziatosi nella prima meta' di settembre, si diffuse presto in tutto il paese. Nello stesso tempo lo sciopero generale dei ferrovieri costrinse il governo a fare alcune concessioni. Lo sciopero degli addetti all’industria del petrolio di Baku si concluse con una grande vittoria degli operai, che costrinsero gli imprenditori a sottoscrivere un contratto collettivo di lavoro. Dappertutto gli operai lottavano contro i tentativi della borghesia di fermare il lavoro delle fabbriche e ponevano con forza il problema del controllo sulla produzione e sulla distribuzione. Centomila persone parteciparono allo sciopero di protesta contro le serrate in massa negli Urali.
Gli scioperi erano accompagnati dalla instaurazione del controllo operaio in molte fabbriche degli Urali, di Pietrogrado, di Mosca, del Donbass, di Charkov, di Nižnij Novgorod. della regione tessile di Ivanovo-Kinešima eccetera. Il movimento operaio nel suo sviluppo approdo' alla instaurazione della dittatura del proletariato nella forma dei soviet.
La classe operaia riusci' a conquistare alla sua causa la gran massa dei contadini poveri, i quali si convinsero, sulla base dell’esperienza, della necessita' di allearsi al proletariato, perché i partiti dominanti dei cadetti, dei menscevichi e dei socialrivoluzionari non volevano risolvere la questione della terra nell’interesse del popolo. Una potente ondata di manifestazioni contadine investi', nell’autunno 1917, il 91,2% di tutti i distretti della Russia. In base a dati ufficiali governativi, nel maggio si ebbero 152 casi di occupazione delle terre e delle tenute dei proprietari fondiari, 440 in agosto e 958 in settembre. Dato che i contadini rappresentavano la stragrande maggioranza della popolazione attiva, questo manifestazioni erano il sintomo piu' evidente della crisi generale che investiva il paese.
Il rafforzamento dell’influenza dei bolscevichi nell’esercito concorse enormemente al successo dell’imminente rivoluzione socialista. Particolarmente forte era l’influenza bolscevica nelle guarnigioni dei grossi centri industriali, tra i marinai della flotta del Baltico e i soldati dei fronti settentrionale e occidentale. Lo spirito rivoluzionario crebbe rapidamente anche tra i soldati degli altri fronti. Il 1° (14) ottobre 1917 il giornale “Soldat” scriveva: “L’appello ‘Tutto il potere ai soviet!’ si diffonde irresistibilmente per tutto il fronte, dall’estremo sud all’estremo nord; non vi e' quasi nessuna rivoluzione che non lo riporti”.
In questo periodo si modifico' anche il carattere del movimento di liberazione nazionale. Le masse popolari delle nazioni oppresse si raggruppavano sempre piu' attivamente attorno alla bandiera internazionalista della classe operaia. E poiché piu' della meta' della popolazione della Russia era composta dai popoli oppressi delle diverse nazionalita', il fatto acquistava un’importanza eccezionale.
Il processo di penetrazione dello spirito rivoluzionario nelle masse popolari trovo' la sua chiara espressione nella bolscevizzazione dei soviet. Gli operai delle fabbriche e delle officine sostituivano i delegati socialrivoluzionari e menscevichi con delegati bolscevichi: avvenne cosi', per esempio, a Pietrogrado, in nove grosse fabbriche dei rioni Moskovskij e Narvskij, al cantiere navale dell’Ammiragliato, alle officine Skorochod ecc. Seguendo l’esempio delle risoluzioni prese dai soviet di Pietrogrado e di Mosca sul passaggio del potere ai soviet, in settembre centinaia di consigli locali si dichiararono per il passaggio di tutto il potere nelle mani degli operai e dei contadini.
La crisi era ormai manifesta anche nel campo della controrivoluzione borghese-latifondista, in preda alla confusione e alla discordia. La coalizione governativa dei partiti borghesi e opportunisti dimostrava chiaramente il suo carattere antipopolare. Il presidente del Consiglio dei ministri del governo provvisorio, A. F. Kerenskij, che dopo la repressione della rivolta di Kornilov occupava anche la carica di comandante supremo, si smaschero' agli occhi del popolo come difensore della borghesia russa e straniera, come meschino, presuntuoso aspirante ad avventure di tipo bonapartista.
Anche altri membri del governo di coalizione, e con essi i ministri socialisti V. M. Černov e M. I. Skobelev, si rivelarono difensori aperti della borghesia imperialista. Nei partiti menscevico e social-rivoluzionario aumento' il dissenso e si rafforzarono nuclei di opposizione alla politica dei gruppi dirigenti. I socialrivoluzionari di sinistra, sotto la pressione delle masse rivoluzionarie contadine, formarono una organizzazione autonoma. Tra i menscevichi si formo' il gruppo di opposizione degli internazionalisti.
Anche la situazione internazionale favori' il successo della lotta della classe operaia russa per la rivoluzione socialista. La guerra mondiale divideva e indeboliva le maggiori potenze imperialiste. Fra le masse popolari dei paesi in guerra: in Germania, in Austria-Ungheria, in Francia, in Italia, nei Balcani si rafforzava lo spirito pacifista. In alcuni di questi paesi, sotto l’influenza degli avvenimenti rivoluzionari russi, andava maturando una situazione rivoluzionaria. S’allargava il movimento di liberazione nazionale nei paesi coloniali e semicoloniali. Nel settembre 1917, sulla base di una profonda analisi della situazione interna e internazionale, Lenin rilevo' la presenza di una crisi nazionale generale: “La crisi e' matura”. (V. I. Lenin: “La crisi e' matura”, Opere, vol. 26 pag. 69.)
In risposta alla generale indignazione, il governo Kerenskij prese misure per sbarrare il passo all’avanzata rivoluzionaria. Concentro' nella capitale i reparti cosacchi per sostituire la guarnigione rivoluzionaria di Pietrogrado e varo' una riorganizzazione dell’esercito per isolare i reggimenti che simpatizzavano per i bolscevichi. Il comando supremo e il governo preparavano un nuovo complotto controrivoluzionario di tipo kornilovista.
I socialrivoluzionari e i menscevichi cercarono di contrapporre ai soviet, nei quali avevano perso la maggioranza, la cosiddetta “Conferenza democratica” e il “Consiglio provvisorio della repubblica” (il pre-Parlamento). Gli atti demagogici del governo Kerenskij (la proclamazione della repubblica, lo scioglimento della IV Duma) avevano lo scopo di mascherare il complotto controrivoluzionario: il governo era intenzionato a cedere Pietrogrado ai tedeschi per avere l’opportunita' d’infliggere una sconfitta al movimento rivoluzionario. I controrivoluzionari aprirono contro i bolscevichi una nuova campagna di menzogne e di insinuazioni. La potente ascesa rivoluzionaria delle masse popolari da una parte e la contemporanea offensiva delle forze controrivoluzionarie dall’altra obbligarono il partito bolscevico, in vista della salvezza del popolo e del paese, ad accelerare al massimo la preparazione dell’insurrezione armata.
LA PREPARAZIONE DELL’INSURREZIONE ARMATA
Lenin, dopo i fatti di luglio a Pietrogrado, si trovava nella piu' completa clandestinita' per sfuggire alle persecuzioni del governo provvisorio. Egli visse in tali condizioni in Finlandia nel settembre del 1917. Nelle sue lettere indirizzate al Comitato Centrale e ai comitati di partito di Pietrogrado e di Mosca, ai membri bolscevichi dei soviet di Pietrogrado e di Mosca, alla conferenza cittadina di Pietrogrado, ai partecipanti del congresso regionale dei soviet della regione settentrionale, Lenin svolse una completa argomentazione sulla necessita' storica dell’insurrezione armata e dimostro' che essa era dettata tanto dalle condizioni interne quanto da quelle internazionali, che portavano allo sviluppo della rivoluzione russa.
Il passaggio del potere al proletariato, capeggiato dal partito bolscevico, corrispondeva agli interessi vitali dei popoli della Russia e di tutta l’umanita' progressiva. “I bolscevichi possono e debbono prendere il potere”, questa era la conclusione sulla quale insisteva Lenin. Nella lettera del 13-14 (26-27) settembre al Comitato Centrale del partito bolscevico, “Il marxismo e l’insurrezione” egli scriveva: “Per riuscire, l’insurrezione deve fondarsi non su di un complotto, non su di un partito, ma sulla classe d’avanguardia. Questo in primo luogo. L’insurrezione deve fondarsi sullo slancio rivoluzionario del popolo. Questo in secondo luogo. L’insurrezione deve saper cogliere quel punto critico nella storia della rivoluzione in ascesa, che e' il momento in cui l’attivita' delle schiere piu' avanzate del popolo e' massima e piu' forti sono le esitazioni nelle file dei nemici e nelle file degli amici deboli, equivoci e indecisi della rivoluzione. Questo in terzo luogo”. (V. I. Lenin: “Il marxismo e l’insurrezione”, Opere, vol. 26, pagg. 12-13.)
Tutte queste condizioni erano allora presenti in Russia. “Dalla nostra parte - scrive ancora Lenin - e' la maggioranza della classe che e' l’avanguardia della rivoluzione, l’avanguardia del popolo, capace di trascinare le masse. Dalla nostra parte e' la maggioranza del popolo... La nostra vittoria e' certa...”. (V. I. Lenin: “Il marxismo e l’insurrezione”, Opere, vol. 26, pag. 14.). Lenin riteneva particolarmente importante per la vittoria dell’insurrezione avere nel momento decisivo e nei punti decisivi un rapporto di forze nettamente favorevole. Cio' riguardava in primo luogo Pietrogrado e Mosca, i vicini fronti settentrionale e occidentale, la flotta del Baltico.
Nella lettera “Il marxismo e l’insurrezione” vengono pure indicate proposte concrete sulle misure per preparare l’insurrezione: la necessita' di organizzare uno Stato Maggiore dell’insurrezione, di mobilitare la Guardia Rossa e la guarnigione rivoluzionaria della capitale, di prepararsi a occupare i piu' importanti punti della citta': il telefono, il telegrafo, le stazioni, gli edifici governativi, di arrestare nei giorno e nell’ora stabiliti il governo e i membri del Quartier generale militare.
Nelle lettere al Comitato Centrale V. I. Lenin avvertiva che prolungando la preparazione dell’’insurrezione si rischiava di compromettere l’esito della rivoluzione stessa e che “ogni ritardo equivale[va] alla morte”. (V. I. Lenin: “Lettera ai compagni bolscevichi, delegati alla conferenza ragionale dei soviet del nord”, Opere, vol. 26, pag. 168.). Il 7 (20) ottobre Lenin ritorno' dalla Finlandia illegalmente a Pietrogrado. Il giorno seguente scrisse l’articolo “Consigli di un assente”, nei quale indicava nuovamente le tesi fondamentali della dottrina marxista sull’insurrezione armata:
“1) Non giocare mai con l’insurrezione, ma, quando la si inizia, saper fermamente che bisogna andare sino in fondo.
2) È necessario raccogliere nel punto decisivo, nel momento decisivo, forze molto superiori a quelle dell’avversario, perché altrimenti questo, meglio preparato e meglio organizzato, annientera' gli insorti.
3) Una volta iniziata l’insurrezione, bisogna agire con la piu' grande decisione e passare assolutamente, a qualunque costo, all’offensiva: la difensiva e' la morte della insurrezione armata.
4) Bisogna sforzarsi di prendere il nemico alla sprovvista, di cogliere il momento in cui le sue truppe sono disperse.
5) Bisogna riportare ogni giorno (si potrebbe dire anche ‘ ogni ora ’ se si tratta di una solo citta') dei successi, sia pure di poca entita', conservando ad ogni costo la ‘ superiorita' morale ’” (V. I. Lenin: “Consigli di un assente”, Opere, vol. 26, pag. 166.)
Il 10 (23) ottobre si tenne una riunione del Comitato Centrale del partito. Presentando un rapporto sulla situazione del momento, Lenin indico' che le condizioni politiche per una vittoriosa insurrezione armata erano pienamente maturate e rilevo' la necessita' di dedicare particolare attenzione al lato tecnico-militare della questione, alla scelta del momento per assestare al nemico il colpo decisivo.
Il Comitato Centrale adotto' la risoluzione proposta da Lenin, nella quale era contenuta una analisi della situazione interna e internazionale e venivano precisati i compiti del partito nella lotta per la vittoria della rivoluzione socialista.
“Il Comitato Centrale - si diceva nella risoluzione - riconosce che tanto la situazione internazionale della rivoluzione russa (l’ammutinamento della flotta in Germania, come piu' alta manifestazione dello sviluppo, in tutta Europa, della rivoluzione socialista mondiale, nonché la minaccia di una pace separata da parte degli imperialisti allo scopo di soffocare la rivoluzione in Russia), quanto la situazione militare (l’incontestabile decisione della borghesia russa e di Kerenskij e consorti di consegnare Pietrogrado ai tedeschi), come pure la conquista della maggioranza nei soviet da parte del partito proletario - connesso tutto cio' con l’insurrezione contadina e con l’orientamento della fiducia del popolo verso il partito bolscevico (elezioni a Mosca), e infine l’evidente preparazione di una seconda avventura alla ‘Kornilov’ (allontanamento delle truppe da Pietrogrado, invio di cosacchi a Pietrogrado, accerchiamento di Minsk da parte dei cosacchi eccetera) mettono all’ordine del giorno l’insurrezione armata. Riconoscendo in tal modo che l’insurrezione armata e' inevitabile e completamente matura, il Comitato Centrale invita tutte le organizzazioni del partito a orientarsi sulla base di questa constatazione e a discutere e risolvere da questo punto di vista tutte le questioni pratiche” (V. I. LENIN: “Risoluzione approvata dal Comitato Centrale del POSDR nella seduta del 10 (23) ottobre 1917”, Opere, vol. 26. pag. 176.)
Contro la risoluzione leninista si schierarono solamente Kamenev e Zinov’ev. In sostanza, nei loro interventi essi approdavano alle posizioni mensceviche di difesa della repubblica borghese. Era un tradimento della rivoluzione. La loro posizione capitolarda rappresentava la diretta conseguenza di tutti i loro ondeggiamenti opportunistici. Il Comitato Centrale con 10 voti contro 2 adotto' la risoluzione proposta da Lenin, che divenne la direttiva del partito per preparare senza indugi l’insurrezione armata.
In concordanza con la decisione del Comitato Centrale del partito bolscevico, fu creato presso il soviet di Pietrogrado il Comitato militare rivoluzionario, organismo di lotta e centro legale di preparazione e direzione dell’insurrezione. Come aveva indicato Lenin in una lettera a N. I. Podvojskij, V. A. Antonov-Ovseenko, V. I. Nevskij, il Comitato militare rivoluzionario doveva diventare l’organismo, al di fuori del partito e con pieni poteri, dell’insurrezione, “legato con gli strati piu' larghi degli operai e dei soldati... Il punto essenziale era la vittoria della insurrezione e questo era l’unico obiettivo del Comitato militare rivoluzionario”. (Pubblicata in “Kommunist”, gennaio 1957, n. 1, pagina 37.). Esso fu composto da rappresentanti del Comitato Centrale e del comitato di Pietrogrado del partito bolscevico, della organizzazione militare presso il Comitato Centrale del partito, del presidium del Comitato Esecutivo e della sezione soldati del soviet di Pietrogrado, del comitato regionale finlandese dei soviet, dei sindacati, dei comitati di fabbrica, delle unioni sindacali dei ferrovieri e dei postelegrafonici e di altre organizzazioni.
Tutta l’attivita' del Comitato militare rivoluzionario era diretta dal Comitato Centrale, con alla testa Lenin. Tra i suoi membri vi erano, fra altri. A. S. Bubnov, F. E. Dzeržinskij, J. M. Sverdlov, J. V. Stalin, M. S. Urickij del Comitato Centrale del partito bolscevico; G. I. Bokij e M. J. Lacis del comitato di Pietrogrado; V. A. Antonov-Ovseenko, K. S. Eremeev, N. V. Krylenko, K. A. Mechonošin, V. I. Nevskij, N. I. Podvojskij, A. D. Sadovskij, G. I. Čudnovskij della organizzazione militare; P. E. Dybenko del centro del Baltico; I. P. Flerovskij del soviet di Kronstadt; P. E. Lazimir per i social-rivoluzionari di sinistra.
Sull’esempio del Comitato militare rivoluzionario di Pietrogrado altri ne sorsero in diversi centri. Essi si appoggiavano sui soviet nelle retrovie e sui comitati dei soldati al fronte, sulle guarnigioni rivoluzionarie e sulla Guardia Rossa. Gli operai di Pietrogrado e di altre citta' si dedicavano con entusiasmo all’istruzione militare nelle file della Guardia Rossa. Al momento dell’insurrezione la Guardia Rossa aveva preparato piu' di 20 mila operai armati a Pietrogrado, 12 mila a Mosca, 5 mila a Kiev, 3.500 a Charkov, 2.600 a Saratov, piu' di mille a Nižnij Novgorod; complessivamente in 62 citta' dell’intero paese (sulla base di dati incompleti) si contavano al3’incirca 200 mila membri della Guardia Rossa. Questo esercito armato della classe operaia aveva alla base la volonta' e l’appoggio di tutto il popolo lavoratore, che dava ai rivoluzionari una forza insuperabile.
La linea del Comitato Centrale di portare avanti l’insurrezione armata, riscosse il consenso di tutto il partito: l’11 (24) ottobre la III conferenza cittadina dei bolscevichi di Pietrogrado, che rappresentava 50 mila membri del partito, approvo' la risoluzione leninista sull’insurrezione. Negli stessi giorni una identica decisione venne presa dalla conferenza di partito di Mosca e dal comitato regionale bolscevico moscovita che dirigeva il partito in 13 province della Russia centrale. Tutte le conferenze di partito che si svolsero nel mese di ottobre posero all’ordine del giorno la preparazione e la mobilitazione di tutte le forze e di tutti i mezzi nella lotta per la rivoluzione socialista. Oltre alla piena approvazione della decisione del Comitato Centrale sulla insurrezione armata, tutte le risoluzioni parlavano della decisa volonta' di tutti i comunisti di giungere alla vittoria della rivoluzione socialista.
Cosi', per esempio, nella risoluzione della conferenza straordinaria di partito della Lettonia si diceva: “La conferenza ritiene che e' giunto il momento dell’ultima, decisiva battaglia, il momento in cui si decide il destino non solo della rivoluzione russa, ma della rivoluzione mondiale... Preparandosi alle imminenti battaglie, il proletariato della Lettonia si pone il compito di mantenere una stretta unita' con gli operai rivoluzionari di Pietrogrado e di Mosca e di sostenere con ogni forza e con ogni mezzo la lotta del proletariato russo nella conquista del potere statale”.
I bolscevichi lettoni assicurarono il Comitato Centrale che i reggimenti lettoni erano pronti a intervenire assieme al proletariato e alla guarnigione di Pietrogrado nella lotta per il potere dei soviet. In tutto il paese, contemporaneamente alle conferenze di partito, ebbero luogo i congressi dei soviet locali, nei quali vennero eletti i delegati al II congresso panrusso dei soviet dei deputati degli operai e dei soldati. I congressi dimostrarono che i bolscevichi avevano ottenuto successi decisivi nella lotta per la conquista delle masse. Nella maggioranza dei casi ai delegati al congresso panrusso veniva affidato il mandato di esigere il passaggio di tutto il potere ai soviet.
In un clima di crescente ardore rivoluzionario, il 16 (29) ottobre si tenne una seduta allargata del Comitato Centrale del partite bolscevico. A questa riunione, oltre ai membri del Comitato Centrale, parteciparono i rappresentanti del comitato di Pietrogrado, della organizzazione militare, del soviet di Pietrogrado, dei sindacati e dei comitati di fabbrica. Lenin presento' un rapporto sulla situazione politica del paese. Rendendo pubblica la risoluzione del Comitato Centrale del 10 (23) ottobre, egli dichiaro: “La situazione e' chiara: o la dittatura kornilovista o la dittatura del proletariato con gli strati poveri dei contadini... Dall’analisi politica della lotta di classe in Russia e in Europa deriva la necessita' di una politica estremamente decisa e attiva, che puo' essere soltanto l’insurrezione armata”. (V. I. Lenin: “Seduta del Comitato Centrale del POSDR del 16 (29) ottobre 1917”, Opere. vol. 26, pagg. 177-178.)
J. M. Sverdlov informo' sulla preparazione della insurrezione nei vari centri. Egli rilevo' il notevole aumento numerico del partito, che contava in quel periodo non meno di 400 mila iscritti, la sue vasta influenza nelle citta', nelle campagne, nell’esercito e nella flotta. I rappresentanti del comitato di Pietrogrado, dell’organizzazione militare e delle organizzazioni operaie dichiararono che gli operai e i soldati della guarnigione appoggiavano i bolscevichi. Il membro del Comitato militare rivoluzionario e della organizzazione militare N. V. Krylenko comunico', nel suo intervento, che i “reggimenti sono tutti con noi, senza eccezioni”.
Tutto cio' veniva a confermare pienamente la conclusione di Lenin che le condizioni per una insurrezione vittoriosa erano mature. Kamenev e Zinov’ev intervennero mantenendosi sulle loro posizioni opportunistiche, ma ricevettero una decisa risposta. Stalin, Sverdlov, Kalinin, Dzeržinskij e altri sostennero che si doveva passare all’insurrezione.
La seduta allargata del Comitato Centrale approvo' la risoluzione di Lenin che diceva: “L’assemblea approva pienamente e sostiene completamente la risoluzione del Comitato Centrale, invita tutte le organizzazioni, tutti gli operai e i soldati a preparare in tutti gli aspetti e con tutte le forze l’insurrezione armata, ad appoggiare il centro creato a questo fine dal Comitato Centrale, ed esprime la piena fiducia che il Comitato Centrale e il soviet indicheranno tempestivamente il momento favorevole e i metodi piu' opportuni per l’offensiva”. (V. I. Lenin: “Seduta del Comitato Centrale del POSDR del 16 (29) ottobre 1917”, Opere. vol. 26, pag. 179.)Il Comitato Centrale organizzo' un centro militare rivoluzionario cosi' composto: Bubnov, Dzeržinskij, Sverdlov, Stalin e Urickij. Questo centro di partito fu incorporato nel Comitato militare rivoluzionario del soviet di Pietrogrado e ne divenne il nucleo dirigente. Sconfitti nel Comitato Centrale, Kamenev e Zinov’ev compirono un inaudito tradimento. Il 18 (31) ottobre il giornale menscevico “Novaja Zizn” pubblico' un’intervista a Kamenev nella quale egli, a nome suo e di Zinov’ev, dichiarava di non concordare con la risoluzione del Comitato Centrale sulla insurrezione armata, svelando in tal modo ai nemici della rivoluzione la decisione segreta di preparare la insurrezione nei giorni seguenti.Lenin, profondamente indignato, defini' il gesto di Kamenev e Zinov’ev “scandaloso crumiraggio”. Il Comitato Centrale, nella seduta del 20 ottobre (2 novembre), dopo aver preso in esame una lettera di Lenin su questa questione, condanno' il tradimento di Kamenev e Zinov’ev e pretese che i due cessassero la loro attivita' disorganizzatrice, imponendo loro di non fare dichiarazioni contro le decisioni del Comitato Centrale e la linea di lavoro da esso stabilita.Lenin diresse personalmente tutta la preparazione della rivoluzione proletaria. “Interamente, senza risparmio - ricordera' in seguito la Krupskaja - Lenin visse questo ultimo mese con il pensiero all’insurrezione, pensava solo a questo trasmettendo ai compagni questo suo spirito, questa sua ferma fiducia”. Egli dava le direttive ai membri del Comitato militare rivoluzionario, precisandone il piano di azione; controllava se tutto era stato fatto per garantire ll successo dell’insurrezione. Come racconta nelle sue memorie il presidente del Comitato militare rivoluzionario N. I. Podvojskij, Lenin sottolineava che “...l’insurrezione e' la forma di lotta piu' acuta; e' una grande arte... I dirigenti che non conoscono la tattica della battaglia di strada perderanno l’insurrezione!”. In una lettera a Sverdlov, egli scriveva: “Attaccate con tutte le forze e vinceremo in pochi giorni”.
Il Comitato Centrale del partito bolscevico inviava propri rappresentanti in tutto il paese, aiutava con consigli e indicazioni i sindacati, i comitati di fabbrica e le organizzazioni militari rivoluzionarie.
Sottovalutandone la forza, la controrivoluzione borghese-latifondista guidata da Kerenskij e da altri esponenti del governo provvisorio sperava di potere ancora prevenire l’insurrezione e di distruggere il Comitato Centrale, centro dirigente della rivoluzione. Quando uno dei dirigenti del partito dei cadetti, V. D. Nabokov, espresse a Kerenskij il dubbio che il governo non potesse aver ragione dei bolscevichi, questi replico': “Ho piu' forze di quel che non mi occorra; i bolscevichi saranno schiacciati definitivamente”.
Tuttavia, alcuni ministri avevano gia' incominciato a capire che la situazione era disperata. Il 17 (30) ottobre, in una riunione segreta del governo provvisorio, vennero discusse le misure di lotta contro i bolscevichi. La maggioranza dei membri del governo chiedeva azioni decise, ma il ministro della difesa, generale Verchovskij, disse: “Intervenire decisamente non e' possibile. Il piano c’e', ma occorre aspettare che sia l’altra parse ad attaccare. I bolscevichi sono nel soviet dei deputati operai e le forze per sciogliere il soviet non ci sono. Io non posso offrire al governo provvisorio una forza effettiva e percio' rassegno le mie dimissioni”. L’intervento del ministro della difesa era una nuova testimonianza della crisi che travagliava i “vertici”.
Il governo provvisorio, allo scopo di sconfiggere la rivoluzione, ammasso' nella capitale truppe controrivoluzionarie. Al Quartier generale, che si trovava a Mogilëv, fu inviato l’ordine di accelerare l’invio di unita' dal fronte. I reggimenti cosacchi, che erano di stanza a Pietrogrado, furono messi in stato d’allarme. Per la difesa del palazzo d’Inverno, sede del governo, vennero fatti affluire gli junkers con cinque autoblinde; nella piazza antistante il palazzo furono installati cannoni e mitragliatrici; venne pure rafforzata la difesa degli altri edifici governativi. Il comando del distretto militare di Pietrogrado ordino' di rafforzare il servizio di pattuglia in citta' e di arrestare coloro che si fossero presentati nelle caserme con l’appello all’insurrezione.informato dei preparativi del governo, il giornale “Den” scriveva il 17 (30) ottobre: “I preparativi del governo provvisorio contro una possibile azione dei bolscevichi procedono assai energicamente. Il vice-presidente A. I. Konovalov e' in continuo contatto telefonico con il comandante del distretto e con le altre persone incaricate della lotta contro un’azione bolscevica... Konovalov ha dichiarato che il governo dispone di un numero sufficiente di forze organizzate per schiacciare un’eventuale azione...”. Il giornale, che presentava queste notizie con ingiustificato ottimismo, concludeva pero' riconoscendo che l’imminente azione dei bolscevichi era attesa dal governo con grande preoccupazione.
I rappresentanti americani, inglesi e francesi sollecitavano il governo provvisorio a rafforzare la repressione contro i rivoluzionari. In una speciale riunione dei rappresentanti delle missioni militari dei paesi dell’Intesa, che ebbe luogo il 20 ottobre (2 novembre) presso la sede della Croce Rossa americana, il generale inglese Knox invito' il governo provvisorio a “sparare sui bolscevichi”. Essi rimpiangevano il fallimento del putsch di Kornilov e suggerivano di tentarne uno simile,
Ma nessuna misura del governo provvisorio poteva ormai salvare il potere borghese. Il rapporto delle forze di classe nel paese, nell’ottobre 1917, era definitivamente a favore della rivoluzione socialista. Il 21 ottobre (3 novembre) la riunione generale dei comitati di reggimento della guarnigione di Pietrogrado, a nome di tutti i soldati, riconobbe che il Comitato militare rivoluzionario rappresentava lo Stato Maggiore della rivoluzione, permettendogli cosi' di nominare propri commissari in tutti reparti della guarnigione e, successivamente, in alcune altre organizzazioni. Il Comitato militare rivoluzionario rese noto che, nell’ambito della guarnigione, nessun ordine e nessuna disposizione potevano essere esecutivi senza la firma del commissario, in qualita' di rappresentante del soviet. Questo atto condiziono' tutta l’attivita' delle unita' militari.
Crebbe e si rafforzo' la Guardia Rossa operaia. Il 22 ottobre (4 novembre) la conferenza cittadina della Guardia Rossa di Pietrogrado adotto' uno statuto, il cui primo punto diceva: “La Guardia Rossa operaia e' l’organizzazione delle forze armate del proletariato nella lotta contro la controrivoluzione e per la difesa delle conquiste della rivoluzione”. L’incorporamento nel Comitato militare rivoluzionario della direzione dei reparti della Guardia Rossa e della guarnigione rivoluzionaria diede la possibilita' di una completa utilizzazione di tutte le forze combattenti della rivoluzione
Da Kronstadt e da Helsingfors furono chiamati a Pietrogrado i marinai della flotta del Baltico. All’incrociatore “Aurora” e ad altre navi furono assegnati compiti di combattimento. La flotta del Baltico contava allora oltre 100 mila uomini di equipaggio e 690 navi da combattimento e ausiliarie. La maggioranza dei marinai era pronta a sostenere decisamente gli operai della capitale.Il 22 ottobre (4 novembre) si celebro' la giornata del soviet di Pietrogrado, che rappresento' una specie di rassegna dei preparativi insurrezionali delle masse popolari rivoluzionarie. Un testimone degli avvenimenti storici dell’ottobre 1917 in Russia, lo scrittore americano John Reed, nel suo libro “Dieci giorni che sconvolsero il mondo” scrisse: “Pietrogrado presentava allora uno spettacolo curioso. Nelle officine le sale dei consigli erano piene di fucili; la Guardia Rossa si addestrava... In tutte le caserme si svolgevano ogni notte comizi, e le giornate trascorrevano in discussioni interminabili e appassionate. Verso sera la folla si addensava nelle strade; si spandeva in lente ondate, su e giu' per la Prospettiva Nevskij...”. Tutta questa gigantesca massa andava verso lo Smolnyj, il Quartier generate della rivoluzione.Il partito bolscevico, con alla testa Lenin, preparava al combattimento il potente esercito della rivoluzione socialista, pronto ad attaccare, nella battaglia decisiva contro il vecchio mondo dello sfruttamento che aveva ormai fatto il suo tempo.
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A Michele Trocini, Sonia Trigiante e Francesco Marchizza piace questo elemento.
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Tiziano RedDragon descrizione magnifica di uno dei piu' grandi eventi dell'umanita'... la grande rivoluzione di ottobre ha dimostrato che il capitalismo non e' l'unico sistema economico-sociale e il socialismo risponde alle esigenze di tutti e non dei pochi come fa il capitalismo....VIVA LENIN
29 ottobre alle ore 15.08 · Mi piaceNon mi piace piu'
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Nome: antonio d'angelo ----- Data e ora: 11/07/2010 - 17.49.12 ----- Titolo: A BERLINO È CADUTO IL MURO MA NON LA NECESSITÀ DEL A BERLINO È CADUTO IL MURO MA NON LA NECESSITÀ DEL SOCIALISMO
pubblicata da Antonio Dangelo il giorno domenica 31 ottobre 2010 alle ore 16.48
A BERLINO È CADUTO IL MURO MA NON LA NECESSITÀ DEL SOCIALISMO
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E anche per i tanti muri che ancora esistono e' sempre tempo di rivoluzione È dall’inizio dell’anno che i mass-media ci martellano con l’anniversario del crollo del muro di Berlino. Tra i tanti libri usciti per raccontare la sua storia ce n’e' anche uno illustrato, un’antologia di racconti firmati da grandi autori europei dal titolo: 1989. Dieci storie per attraversare i muri”. Autore per l’Italia Andrea Camilleri, che avrebbe fatto meglio a concentrarsi sui suoi apprezzabili gialli. Tutti recensiti e pubblicizzati con dovizia escluso uno, “Uccisi due volte” (ed. Zambon), che abbiamo recensito nei mesi scorsi e che consigliamo di leggere. L’autrice, Monika Zorn profonda conoscitrice della storia della resistenza tedesca documenta come sia in atto nella Germania unificata la “soluzione finale” della resistenza antifascista. l muro e' al centro anche della scelta per il Nobel letteratura 2009 assegnato alla romena Herta Muller (accostarla a Grazia Deledda e' un’offesa). Scrittrice di lingua tedesca, semisconosciuta, non certo per volere di Ceausescu come hanno scritto alcuni giornali, visto che lei ha 56 anni ed e' emigrata in Germania nel 1987, ma si e' laureata a Timisoara e il suo primo libro e' stato pubblicato in Romania dove lavorava come traduttrice e poi – come scrive la Nazione - “si e' ridotta a vivere lavorando come maestra in un asilo”. Non sapevamo che la maestra d’asilo fosse un impiego degradante. Ore e ore di trasmissioni sul muro di Berlino e nessuna parola sui tanti altri muri e non solo ideologici. A partire da quello indegno costruito dai sionisti in Palestina, muro che divide terre e famiglie e acqua per 600 km., quello del Messico dove i diseredati che cercano occupazione negli Stati Uniti muoiono come mosche uccisi dalle guardie armate. Ma per il mondo borghese conta solo il muro di Berlino (104 km.), definito fascia della morte, prigione, luogo di orrori e la ministra Gelmini non ha perso l’occasione dei 20 anni per inserire nei prossimi libri di testo questa storia del muro. Perché? Perché il muro di Berlino (caduto in coincidenza con l’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre) e' il pretesto per fare anticomunismo, e' la liberta' di sguazzare tra superficialita' e servilismo dei mezzi di informazione che, purtroppo per ignoranza di molti – anche di giovani studenti – trovano terreno facile. Sul muro si e' sentito di tutto e di piu'. In effetti alla sua caduta e' corrisposta la vittoria dei capitalisti. Tra le tante parole e i fiumi di scritti emerge l’assoluta disonesta' intellettuale perché gli stessi interpellati, intervistatori e autori ignorano e manipolano le posizioni di tanta parte della popolazione che sostiene il passato. Tacciono quando sentono gli abitanti dire che non chiudevano le porte a chiave. Tacciono anche sul divieto ai comunisti di lavorare, soprattutto negli enti pubblici, della Germania ovest. Martellano invece sul controllo capillare della Stasi e denunciano perfino l’uso totale di intercettazioni (?) senza fare paragoni con il potere dell’Occidente dove chi si oppone viene schedato, spiato, seguito ed intimidito e dove addirittura vogliono schedare tutti fin dalla nascita (il ruolo della Cia nel caso Abur Omar e' sintomatico). Parlano di comunismo mentre in tutti i paesi dell’Est si cercava di costruire il socialismo, un’esperienza che non ha avuto molto tempo per perfezionarsi. Ma se questo era un regime cosi' totalitario come ha fatto a cadere senza rivolte, scontri e morti? Noi abbiamo la nostra verita', quella che abbiamo visto e vissuto a Berlino come in altre parti della RDT: senza pressioni, senza militarismo, senza paure. Abbiamo visto una popolazione che viveva la piena occupazione, il completo diritto allo studio, alla sanita' e che poteva godere degli affitti, della cultura di alto livello: teatri, opera; dello sport (ad incredibili centri sportivi e piscine si accedeva con pochi centesimi), del tempo libero, potevano mangiare fuori casa, sebbene nei negozi non mancasse nulla, perché i prezzi erano veramente irrisori. È anche per questo che e' stato issato il muro. Perché nessuno dei soloni che si sono sfogati nelle piu' bieche falsita', compresi i servi dell’informazione, ha tenuto conto che i berlinesi, prima del muro, facevano i pendolari lavorando nella parte occidentale e non erano “prigionieri”, erano semmai sfruttati dal potere occidentale che tentava con ogni mezzo di recuperare quei lavoratori e quei professionisti – molto validi perché avevano avuto una formazione (gratuita) dal governo comunista -. La costruzione del muro ha determinato una crisi di mano d’opera e di produzione nella Germania occidentale, infatti Berlino ha perso 60mila operai pendolari qualificati e i cittadini dell’ovest hanno perso la possibilita' di recarsi a est per usufruire dei servizi a basso costo (a ovest guadagnavano di piu' ma la vita costava ancora di piu' e, quindi andavano a Est per risparmiare): dalle trattorie ai parrucchieri ai teatri a tutto svantaggio dell’economia e della vita dei berlinesi dell’est. Inoltre da ovest avanzava una campagna di sabotaggio economico e addestramento di gruppi che potessero compiere atti di terrorismo e delinquenza che indebolissero il governo socialista. Provocazioni (vi hanno fatto comizi anche Kennedy e Reagan) e violazioni, scritte neofasciste, lancio di molotov, stampa di propaganda, tentativi di corruzione delle guardie sono proseguite anche dopo la costruzione del muro, dove sono morte almeno 8 guardie di frontiera in seguito ad attentati da ovest e che nessun borghese ha interesse a ricordare. Anche l’argomentazione della bancarotta dell’RDT – rievocata in questi giorni, tra l’altro mentre il mondo e' caduto in una crisi economica abissale, e sbandierata per giustificare l’annessione da parte del governo Kohl – e' una falsita'. Nel 1988 il reddito nazionale era aumentato del 3%, come nei due anni precedenti e quello procapite del 4%; la produttivita' del lavoro aumentata del 7% nel settore industriale e del 4,8% in quello edile (219.243 alloggi nuovi e ristrutturati). La produzione dei beni industriali era stata incrementata del 3,7% e gli investimenti erano concentrati in importanti campi per potenziare l’economia e la politica sociale. Solo nell’agricoltura non avevano raggiunto gli indici prefissi che pero' erano sorpassati dalla produzione zootecnica. Sempre nell’88 la ricerca era concentrata sulla microelettronica che doveva prendere l’avvio della produzione nel 1989, anno in cui sarebbero aumentate le pensioni per la “terza eta'” che invece con la caduta del muro si sono ritrovati improvvisamente scaraventati nell’abbandono e nella totale poverta'. Proprio nel 1988 gli Stati socialisti perfezionarono la loro cooperazione con l’obiettivo di aumentare il livello di vita dei propri popoli. Non avevano fatto i conti con l’imperialismo che agiva per distruggerli e per questo anche noi li criticavamo. Evidentemente i servizi segreti non erano cosi' potenti! Non certo come quelli dell’Occidente che hanno tramato al servizio dei poteri reazionari, delle borghesie, del Vaticano. In piu' una bella spallata per svendere l’RDT l’ha data Gorbaciov con il quale Honnecker si e' incontrato dal 27 al 29 settembre - solo due mesi prima della caduta – per “intraprendere ulteriori sforzi per estendere la specializzazione e la collaborazione nei campi della scienza, della tecnica e della produzione”. Un’iniziativa ritenuta importante per i forti impulsi che ricadevano sulla cooperazione. Altra falsificazione della storia – gradita ai manipolatori dell’informazione - e' il totalitarismo ignorando (o volendo ignorare) che nell’RDT esisteva la Camera del popolo, cioe' il Parlamento, che era il massimo organo statale dove erano rappresentati cinque partiti politici (Sed, DBD-contadini, CDU-cristiani democratici, LDPD-liberaldemocratici, NDPD-nazionaldemocratico) e cinque organizzazioni di massa: sindacati, gioventu', donne, lega della cultura e il mutuo soccorso contadino. Noi comunisti, quindi, non festeggiamo la caduta del muro perché l’annessione, e non l’unificazione, ha rappresentato disoccupazione, poverta' per molti, prostituzione, emigrazione di tanti sfuggiti alla catastrofe sociale, nascita di gruppi neonazisti, cancellazione dell’antinazismo e dell’antifascismo. È stata fatta piazza pulita della memoria sia per la collusione dei capitalisti tedeschi con Hitler che per l’assassinio di Rosa Luxemburg e Karl Liebkneckt e si associano le vittime del nazismo ai carnefici delle SS definiti “vittime dello stalinismo”. E ci ripugna vedere traditori, potenti ed ex ormai cariatidi riesumate per l’occasione riunirsi e partecipare ad eventi mass-mediatici, demagogici e funzionali al sistema (come quello del 1989 quando i picconi usati erano forniti da opportuni venditori a caro prezzo in strada). Vogliamo distinguerci dalla Castellina che parla di “liberazione da regimi certamente oppressivi” e da Paolo Ferrero (segretario PRC) che saluta positivamente la caduta perché il socialismo senza liberta' non e' socialismo e del tentativo abortito di andare oltre il capitalismo. Quale liberta', per chi? Per i capitalisti di sfruttare? di imporre la cultura dell’individualismo? del libero mercato? di aver affossato le necessita' e le aspirazioni di cambiamento della classe operaia e dei popoli con demagogiche promesse di “un nuovo ordine mondiale”? Non a caso per l’imperialismo con la caduta del muro era finita la storia, ha decretato la fine delle ideologie sostenendo che l’unica soluzione era quella fondata sulla proprieta' privata dei mezzi di produzione. Honnecker (morto nel 1994) ha preferito l’esilio e oggi sua moglie Margot dal Cile dove si erano rifugiati manda a dire che il socialismo tornera' in Germania. Certo nonostante tutti gli sforzi dell’imperialismo, dei revisionisti e degli opportunisti i comunisti in tutti i paesi continuano ad esistere e lottano per liberare la classe sfruttata ed oppressa ed eliminare la borghesia. Ma pur essendo una necessita' oggi non e' cosi' facile. Quando si lasciano cadere i muri a Berlino, quando si sconquassa il movimento comunista, quando intellettuali e segretari di partito non parlano piu' di comunismo ma di generica sinistra, tutto diventa piu' difficile. Questo ci impone una lotta ancora piu' dura e costante per ricostruire le condizioni e ristabilire l’ideologia marxista e leninista con la quale sara' possibile dare una spallata al potere borghese e imperialista.
Nome: Stalin - Opere scelte Vol. 1- ----- Data e ora: 11/06/2010 - 19.35.35 ----- Titolo: IL MARXISMO E LA QUESTIONE NAZIONALE - STALIN Stalin - Opere scelte Vol. 1- Laboratorio Politico
IL MARXISMO E LA QUESTIONE NAZIONALE
I La nazione
II Il movimento nazionale
III Impostazione del problema
IV L’autonomia culturale nazionale
V Il Bund, il suo nazionalismo, il suo separatismo
VI I caucasiani e la conferenza dei liquidatori
Il periodo della controrivoluzione ha portato in Russia non soltanto «tuoni e fulmini», ma anche delusione nel movimento, sfiducia nelle forze comuni. Si era creduto in un «avvenire luminoso» e tutti avevano lottato uniti, senza tener conto della nazionalita': le questioni comuni innanzitutto! Poi si insinuo' negli animi il dubbio e la gente incomincio' a dividersi in scompartimenti nazionali: ognuno conti solo su di sé! La «questione nazionale» innanzitutto!
Al tempo stesso, si produceva un importante rivolgimento nella vita economica del paese. Il 1905 non era passato invano: le sopravvivenze del regime feudale nelle campagne ricevettero un altro colpo. Una serie di buoni raccolti dopo la carestia e l’ascesa industriale che segui' diedero nuovo impulso al capitalismo. La differenziazione nelle campagne e l’incremento delle citta', lo sviluppo del commercio e delle vie di comunicazione fecero un grande passo avanti. Cio' e' particolarmente vero per le regioni periferiche. Ma tutto questo non poteva non accelerare il processo di consolidamento economico delle nazionalita' della Russia. Queste ultime dovevano mettersi in movimento...
Il «regime costituzionale», instaurato in quel periodo, agiva nello stesso senso, favorendo il risveglio delle nazionalita'. Lo sviluppo dei giornali e in generale dell’attivita' editoriale, una certa liberta' di stampa e di organizzazione culturale, lo sviluppo dei teatri popolari, ecc., contribuirono senza dubbio al rafforzamento dei «sentimenti nazionali». La Duma (1), con la sua campagna elettorale e con i suoi gruppi politici, offri' nuove possibilita' al rianimarsi delle singole nazioni, una nuova e vasta arena per la loro mobilitazione.
E l’ondata di nazionalismo bellicoso che si scateno' dall’alto e tutta una serie di azioni repressive da parte dei «detentori del potere», che facevano scontare alle regioni periferiche il loro «amore per la liberta'», scatenarono una contro-ondata di nazionalismo dal basso, che talora si trasformava in grossolano sciovinismo. Il rafforzarsi del sionismo tra gli ebrei, lo svilupparsi dello sciovinismo in Polonia, del panislamismo fra i tartari, il rafforzarsi del nazionalismo tra gli armeni, i georgiani, gli ucraini, la generale propensione della gente comune per l’antisemitismo, tutti questi sono fatti di dominio pubblico.
L’ondata di nazionalismo avanzava con forza crescente, minacciando di travolgere le masse operaie. E quanto piu' si affievoliva il movimento di liberazione, tanto piu' rigogliosi sbocciavano i fiori del nazionalismo.
In quel momento difficile un alto compito incombeva alla socialdemocrazia: far fronte al nazionalismo, preservare le masse dall’«epidemia» generale. Infatti la socialdemocrazia, e solamente essa, poteva far questo, opponendo al nazionalismo l’arma provata dell’internazionalismo, l’unita' e l’indivisibilita' della lotta di classe. E quanto piu' impetuosamente avanzava l’ondata del nazionalismo, tanto piu' forte avrebbe dovuto risuonare la voce della socialdemocrazia per la fratellanza e l’unita' dei proletari di tutte le nazionalita' della Russia. Occorreva percio' una particolare fermezza nei socialdemocratici delle regioni periferiche, che si urtavano direttamente con il movimento nazionalista.
Ma non tutti i socialdemocratici si dimostrarono all’altezza del compito e meno degli altri i socialdemocratici delle regioni periferiche. Il Bund (2), che prima sottolineava i problemi generali, ha cominciato ora a mettere in primo piano i suoi scopi particolari, puramente nazionalistici: ed e' andato tanto oltre da proclamare la «celebrazione del sabato» e il «riconoscimento del gergo» punti principali della sua campagna elettorale. Al Bund ha tenuto dietro il Caucaso: una parte dei socialdemocratici del Caucaso, che prima avevano respinto, insieme ai restanti socialdemocratici del Caucaso, l’«autonomia culturale nazionale», ora la pongono come una rivendicazione attuale. Non parliamo neppure della conferenza dei liquidatori (3), che, in maniera diplomatica, ha sancito i tentennamenti nazionalistici.
Ma da questo risulta che le vedute della socialdemocrazia russa sulla questione nazionale non sono ancora chiare per tutti i socialdemocratici.
È necessario, evidentemente, un esame serio e completo della questione nazionale. È necessario un lavoro concorde ed instancabile dei socialdemocratici conseguenti per dissipare le nebbie del nazionalismo, da qualunque parte provengano.
I. La nazione
Che cos’e' la nazione?
La nazione e', innanzitutto, una comunita', una determinata comunita' di persone.
È una comunita' non di razza ne' di stirpe. L’attuale nazione italiana e' stata formata da romani, germani, etruschi, greci, arabi, ecc. La nazione francese e' stata costituita da galli, romani, britanni, germani, ecc. Lo stesso va detto degli inglesi, dei tedeschi e degli altri popoli, che si sono costituiti in nazioni con genti di diverse razze e stirpi.
La nazione non e' dunque una comunita' di razza ne' di stirpe, ma una comunita' di persone, formatasi storicamente.
D’altra parte, non c’e' dubbio che i grandi stati di Ciro o di Alessandro non possono esser chiamati nazioni, sebbene si siano formati anch’essi storicamente, si siano formati con stirpi e razze diverse. Non erano nazioni, ma conglomerati casuali e debolmente legati di gruppi che si disgregavano o si costituivano secondo i successi o le sconfitte di questo o quel conquistatore.
La nazione non e' dunque un conglomerato casuale ne' effimero, ma una stabile comunita' di persone.
Ma non ogni comunita' stabile costituisce una nazione. L’Austria e la Russia sono anch’esse comunita' stabili, tuttavia nessuno le chiama nazioni. In che cosa si differenzia una comunita' nazionale da una comunita' statale? Fra l’altro in questo, che una comunita' nazionale non e' concepibile senza lingua comune, mentre per una comunita' statale la lingua comune non e' indispensabile. La nazione ceca in Austria e quella polacca in Russia non sarebbero possibili se ciascuna di esse non avesse una lingua comune, mentre all’integrita' della Russia e dell’Austria non fa ostacolo l’esistenza, nel loro seno, di tutta una serie di lingue. Mi riferisco, naturalmente, alle lingue popolari parlate, e non a quelle ufficiali della burocrazia.
La lingua comune e' dunque uno dei tratti caratteristici della nazione.
Questo non vuol certo dire che nazioni diverse parlino sempre e dovunque lingue diverse o che tutti coloro che parlano una stessa lingua costituiscano necessariamente una sola nazione. Una lingua comune per ogni nazione, ma non necessariamente lingue diverse per nazioni diverse! Non c’e' nazione in cui si parlino nello stesso tempo lingue diverse, ma questo non vuol dire pero' che non vi possano essere due nazioni che parlino la stessa lingua! Gli inglesi e i nordamericani parlano la stessa lingua, e tuttavia non costituiscono una sola nazione. Lo stesso si deve dire dei norvegesi e dei danesi, degli inglesi e degli irlandesi.
Ma perché, per esempio, gli inglesi e i nordamericani non costituiscono una nazione, nonostante la lingua comune?
Prima di tutto perché non vivono insieme, ma in territori diversi. La nazione si forma soltanto come risultato di rapporti prolungati e regolari, come risultato di una vita comune di generazione in generazione. Ma una lunga vita in comune non e' possibile se non su un territorio comune. Gli inglesi e gli americani prima abitavano un solo territorio, l’Inghilterra, e costituivano una sola nazione. Poi, una parte degli inglesi si trasferi' dall’Inghilterra in un nuovo territorio, in America, e li', sul nuovo territorio, col passar del tempo, costitui' la nuova nazione dell’America del Nord. Territori diversi hanno condotto alla formazione di nazioni diverse.
Il territorio comune e' dunque uno dei tratti caratteristici della nazione.
Ma non basta. Il territorio comune, di per sé, non da' ancora la nazione. Occorre, inoltre, un vincolo economico interno che saldi le singole parti della nazione in un tutto unico. Tra l’Inghilterra e l’America del Nord non c’e' un tale vincolo e percio' esse costituiscono due nazioni diverse. Ma anche gli stessi nordamericani non meriterebbero il nome di nazione, se le diverse parti dell’America del Nord non fossero legate fra loro in un tutto economico, grazie alla divisione del lavoro tra loro, allo sviluppo delle vie di comunicazione, ecc.
Prendiamo, per esempio, i georgiani. I georgiani prima della riforma vivevano su un territorio comune e parlavano la stessa lingua, eppure non costituivano, a rigor di termini, una sola nazione, perché, divisi in tutta una serie di principati staccati l’uno dall’altro, non potevano vivere una vita economica comune, da secoli si facevano la guerra e si danneggiavano reciprocamente, aizzando gli uni contro gli altri persiani e turchi. L’unione effimera e casuale di principati, che talvolta qualche re fortunato riusciva a realizzare, nel migliore dei casi si limitava al lato amministrativo superficiale e si rompeva ben presto per il capriccio dei principi e per l’indifferenza dei contadini. E non poteva essere diversamente, dato lo sminuzzamento economico della Georgia... La Georgia, come nazione, e' nata solo nella seconda meta' del secolo XIX, quando la fine della servitu' della gleba e lo sviluppo della vita economica del paese, lo sviluppo delle vie di comunicazione e il sorgere del capitalismo introdussero una divisione del lavoro tra le regioni della Georgia, scossero definitivamente la economia chiusa dei principati, collegandoli in un tutto unico.
Lo stesso si deve dire delle altre nazioni, che hanno superato lo stadio del feudalesimo e nelle quali si e' sviluppato il capitalismo.
La comunanza della vita economica, la coesione economica sono dunque uno degli elementi caratteristici della nazione.
Ma neanche questo basta. Oltre a tutto cio' che si e' detto, bisogna prendere anche in considerazione le caratteristiche della conformazione spirituale delle persone unite nella nazione. Le nazioni si distinguono l’una dall’altra non solo per le loro condizioni di vita ma anche per la formazione intellettuale, che si esprime nelle caratteristiche della cultura nazionale. Se l’Inghilterra, gli Stati Uniti e l’Irlanda, che parlano un’unica lingua, costituiscono nondimeno tre differenti nazioni, cio' e' dovuto in misura non indifferente alla particolare conformazione psichica che si e' creata in esse col succedersi delle generazioni, per effetto delle diverse condizioni di esistenza.
Certo, la conformazione psichica in sé, o, come altrimenti viene chiamata, il «carattere nazionale», e' per l’osservatore qualche cosa di inafferrabile, ma nella misura in cui si esprime in una cultura originale, comune alla nazione, e' percepibile e non puo' essere ignorata.
Inutile dire che il «carattere nazionale» non e' qualche cosa di fissato una volta per sempre, ma muta col mutare delle condizioni di vita; pero', in quanto esiste in ogni dato momento, imprime il suo suggello alla fisionomia della nazione.
La comune conformazione psichica, che si esprime nella cultura comune, e' dunque uno dei tratti caratteristici della nazione.
In tal modo, abbiamo esaurito tutte le caratteristiche della nazione.
La nazione e' una comunita' stabile, storicamente formatasi, che ha la sua origine nella comunita' di lingua, di territorio, di vita economica e di conformazione psichica che si manifesta nella comune cultura.
Con cio' e' evidente che la nazione, come ogni altro fenomeno storico, sottosta' alla legge del mutamento; ha la propria storia, il proprio principio e la propria fine.
È necessario sottolineare che nessuna delle caratteristiche indicate, presa isolatamente, e' sufficiente a definire la nazione. Anzi, basta che manchi una sola di queste caratteristiche, perché la nazione cessi di essere tale.
Si possono immaginare popolazioni che abbiano un «carattere nazionale» comune, e tuttavia non si puo' dire che costituiscano una nazione, se non sono collegate economicamente, se vivono su territori differenti, se parlano lingue diverse, ecc. Tali sono, per esempio, i russi, i galiziani, gli americani, i georgiani, gli ebrei del Caucaso, che non costituiscono a nostro avviso un’unica nazione.
Si possono immaginare popolazioni che abbiano un territorio comune e una comune vita economica; e tuttavia esse non costituiscono una nazione se non hanno lingua e «carattere nazionale» comuni. Tali sono, per esempio, i tedeschi e i lettoni del Baltico.
Infine, i norvegesi e i danesi parlano la stessa lingua, ma non costituiscono una nazione, perché mancano gli altri caratteri.
Solo se tutti i caratteri esistono congiuntamente, si ha la nazione.
Puo' sembrare che il «carattere nazionale» non sia uno dei caratteri ma l’unico carattere essenziale della nazione e che tutti gli altri siano, propriamente, condizioni dello sviluppo della nazione, e non suoi tratti caratteristici. Sostengono quest’opinione, per esempio, i teorici socialdemocratici della questione nazionale ben noti in Austria, R. Springer (4) e, particolarmente, O. Bauer (5).
Esaminiamo la loro teoria della nazione.
Secondo lo Springer, «la nazione e' un’unione di persone che pensano nello stesso modo e parlano nello stesso modo ». La nazione e' una «comunita' culturale di gruppi di contemporanei, non legata alla “terra”» (il corsivo e' nostro).
È dunque un’unione di persone che pensano e parlano nello stesso modo, per quanto siano separate le une dalle altre e dovunque vivano.
Il Bauer si spinge piu' oltre.
«Che cos’e' la nazione? — domanda. — È forse la comunita' di lingua che unisce le persone in una nazione? Ma gli inglesi e gli irlandesi... parlano la stessa lingua, senza costituire, tuttavia, un unico popolo; gli ebrei non hanno affatto una lingua comune, e nondimeno costituiscono una nazione».
Che cos’e' dunque una nazione?
«La nazione e' una relativa comunita' di carattere».
Ma, in questo caso, che cos’e' il carattere, il carattere nazionale?
Il carattere nazionale e' «la somma dei caratteri che distinguono le persone di una nazionalita' da quelle di un’altra, il complesso delle qualita' fisiche e spirituali che distinguono una nazione dall’altra».
Il Bauer, naturalmente, sa che il carattere nazionale non cade dal cielo, e percio' soggiunge:
«Il carattere delle persone non e' determinato da nient’altro che dal loro destino»... «la nazione non altro che la comunanza del destino», determinata, a sua volta, «dalle condizioni nelle quali le persone producono i loro mezzi di esistenza e ripartiscono i prodotti del loro lavoro».
In tal modo, siamo giunti alla definizione piu' «completa», come si esprime il Bauer, della nazione.
«La nazione e' un insieme di persone unite da un carattere comune sulla base del comune destino».
Dunque: carattere nazionale comune sulla base del comune,destino, senza un nesso necessario con la comunanza di territorio, di lingua e di vita economica.
Ma che cosa rimane in questo caso della nazione? Di quale comunita' nazionale si puo' parlare, trattandosi di persone separate economicamente l’una dall’altra, che popolano territori diversi e che di generazione in generazione parlano lingue diverse?
Il Bauer parla degli ebrei come di una nazione, sebbene «non abbiano affatto una lingua comune»; ma di quale «destino comune» e di quale legame nazionale si puo' parlare, per esempio, per gli ebrei georgiani, daghestani, russi e americani, che sono completamente staccati gli uni dagli altri, abitano in territori diversi e parlano lingue diverse?
Gli ebrei cui ho accennato vivono senza dubbio una vita economica e politica comune con i georgiani, i daghestani, i russi e gli americani, in una atmosfera culturale comune con loro; questo non puo' non lasciare la sua impronta sul loro carattere nazionale; se qualcosa di comune e' rimasto loro, e' la religione, la comune origine e qualche residuo del carattere nazionale. Tutto questo e' certo. Ma come si puo' sostenere seriamente che dei riti religiosi fossilizzati e dei residui psicologici che vanno dileguandosi influiscano sul «destino» dei suddetti ebrei piu' fortemente del vivo ambiente economico-sociale e culturale che li circonda? Eppure solo con una simile ipotesi si puo' parlare degli ebrei in generale come di un’unica nazione.
In che cosa si distingue allora la nazione di Bauer dallo «spirito nazionale», mistico e autosufficiente degli spiritualisti?
Il Bauer pone una barriera insormontabile fra il «tratto caratteristico» della nazione (il carattere nazionale) e le «condizioni» di vita, scindendo l’uno dalle altre. Ma che cos’e' il carattere nazionale, se non il riflesso delle condizioni di vita, se non l’essenza delle impressioni ricevute dall’ambiente circostante? Come limitarci al solo carattere nazionale, isolandolo e staccandolo dal terreno che lo ha generato?
E poi, in che cosa precisamente si distingueva la nazione inglese da quella nordamericana alla fine del secolo XVIII e al principio del XIX, quando l’America del Nord si chiamava ancora «Nuova Inghilterra»?
Non gia', certamente, nel carattere nazionale, perché i nordamericani erano originari dell’Inghilterra, avevano portato con sé in America oltre alla lingua inglese anche il carattere nazionale inglese e, certamente, non potevano perderlo cosi' facilmente, benché sotto l’influsso di nuove condizioni, dovesse svilupparsi in loro un carattere particolare. E tuttavia, nonostante la maggiore o minore comunanza di carattere, essi costituivano gia', allora, una nazione distinta dall’Inghilterra! Evidentemente, la «Nuova Inghilterra» come nazione si distingueva allora dall’Inghilterra come nazione non per un particolare carattere nazionale, o non tanto per il carattere nazionale, quanto per l’ambiente, le condizioni di vita diverse da quelle dell’Inghilterra.
È quindi chiaro che in realta' non esiste un unico tratto caratteristico della nazione. Esiste solo una somma di tratti caratteristici, dei quali, quando si paragonino le nazioni, risalta con maggior rilievo ora l’uno (il carattere nazionale), ora l’altro (la lingua), ora un terzo (il territorio, le condizioni economiche). La nazione rappresenta l’incontro di tutti i tratti caratteristici presi insieme.
Il punto di vista di Bauer, che identifica la nazione col carattere nazionale, distacca la nazione dalla realta' e la converte in una forza misteriosa, per sé stante. Ne risulta non una nazione viva ed operante, ma un che di mistico, di inafferrabile e di trascendente. Perché, ripeto, che cos’e', per esempio, questa nazione ebraica, che si compone di ebrei georgiani, daghestani, russi, americani e altri, questa nazione i cui membri non si comprendono l’un l’altro (parlano lingue diverse), vivono in diverse parti del globo, non si vedono mai tra loro, non agiscono mai congiuntamente, ne' in tempo di pace, ne' in tempo di guerra?
No, la socialdemocrazia non stabilisce il suo programma nazionale per queste «nazioni» che esistono solo sulla carta. Essa puo' tener conto soltanto delle nazioni effettive, che agiscono e si muovono e costringono percio' a tener conto di loro.
Il Bauer, evidentemente, confonde la nazione, che e' una categoria storica, con la stirpe, che e' una categoria etnografica.
Del resto lo stesso Bauer, evidentemente, sente la debolezza della propria posizione. Pur affermando decisamente, all’inizio del suo libro, che gli ebrei sono una nazione, alla fine si corregge, affermando che «la societa' capitalistica generalmente non da' loro [agli ebrei] la possibilita' di continuare a esistere come nazione» e li assimila ad altre nazioni. A quanto pare, cio' e' dovuto al fatto che «gli ebrei non hanno una zona delimitata di colonizzazione», mentre una zona di questo genere l’hanno, per esempio, i cechi, che debbono, secondo il Bauer, continuare a esistere come nazione. In una parola: cio' e' dovuto alla mancanza di territorio.
Con questo ragionamento, il Bauer voleva dimostrare che l’autonomia nazionale non puo' essere una rivendicazione degli operai ebrei, ma con questo ha confutato inavvertitamente la sua stessa teoria, la quale nega che il territorio comune sia uno dei tratti caratteristici della nazione.
Ma Bauer va piu' in la'. All’inizio del suo libro dichiara precisamente che «gli ebrei non hanno affatto una lingua comune e costituiscono, nondimeno, una nazione» . Ma non e' ancor giunto a pagina 130 che gia' cambia posizione e dichiara altrettanto precisamente: «È certo che nessuna nazione e' possibile senza lingua comune» (il corsivo e' nostro).
Il Bauer qui voleva dimostrare che «la lingua e' lo strumento piu' importante dei rapporti fra gli uomini», ma con questo inavvertitamente ha anche dimostrato una cosa che non si proponeva di dimostrare, e precisamente l’inconsistenza della sua teoria della nazione, che nega l’importanza della lingua comune.
In questo modo si confuta da sé una teoria cucita col filo idealistico.
II. Il movimento nazionale
La nazione non e' soltanto una categoria storica, ma una categoria storica di un’epoca determinata, l’epoca del capitalismo ascendente.
Il processo di liquidazione del feudalesimo e di sviluppo del capitalismo e' al tempo stesso un processodi unificazione delle popolazioni in nazione. Cosi', per esempio, sono andate le cose nell’Europa occidentale. Gli inglesi, i francesi, i tedeschi, gli italiani e altri si sono fusi in nazione durante l’ascesa vittoriosa del capitalismo, che trionfava sul frazionamento feudale.
Ma nell’Europa occidentale la formazione delle nazioni significava al tempo stesso la loro trasformazione in stati nazionali indipendenti. La nazione inglese, francese e le altre sono al tempo stesso lo stato inglese e cosi' via. L’Irlanda, rimasta fuori di questo processo, non cambia il quadro generale.
In maniera piuttosto diversa sono andate le cose nell’Europa orientale. Mentre in Occidente le nazioni si sviluppavano in stati, in Oriente si formavano stati plurinazionali, stati composti di parecchie nazionalita'. Tali l’Austria-Ungheria e la Russia. In Austria i tedeschi, piu' progrediti dal punto di vista politico, si assunsero il compito di unificare le varie nazionalita' in un solo stato. In Ungheria si dimostrarono piu' adatti a organizzare lo stato i magiari, nucleo delle nazionalita' ungheresi ed unificatori dell’Ungheria. In Russia, il compito di unificare le nazionalita' fu assunto dai grandirussi, che avevano alla loro testa una burocrazia militare aristocratica, forte e organizzata, formatasi storicamente.
Cosi' sono andate le cose in Oriente.
Questo modo particolare di formazione degli stati poteva aver luogo solo nel quadro di un feudalesimo non ancor liquidato, nel quadro di un capitalismo debolmente sviluppato, in cui le nazionalita', ricacciate in secondo piano, non erano ancora riuscite a consolidarsi economicamente in nazioni unificate.
Ma il capitalismo incomincia a svilupparsi anche negli stati dell’Europa orientale. Si sviluppano commerci e vie di comunicazione. Sorgono grandi citta'. Le nazioni si consolidano economicamente. Irrompendo nella vita tranquilla delle nazionalita' oppresse, il capitalismo le desta e le mette in movimento. Lo sviluppo della stampa e del teatro, l’attivita' del Reichsrat (in Austria) e della Duma (in Russia) contribuiscono al rafforzamento dei «sentimenti nazionali». Gli intellettuali che sorgono si compenetrano dell’«idea nazionale» ed agiscono nello stesso senso...
Ma destandosi a vita indipendente, le nazioni oppresse non si uniscono ormai piu' in stati nazionali indipendenti: esse incontrano sul loro cammino una fortissima opposizione da parte degli strati dirigenti delle nazioni dominanti, che gia' da tempo sono alla testa dello stato. Sono arrivate troppo tardi!...
Cosi' si costituiscono in nazione i cechi, i polacchi, ecc., in Austria; i croati, ecc., in Ungheria; i lettoni, i lituani, gli ucraini, i georgiani, gli armeni, ecc., in Russia. Quella che era un’eccezione nell’Europa occidentale (l’Irlanda) e' divenuta la regola in Oriente.
In Occidente, l’Irlanda aveva reagito alla sua situazione eccezionale con un movimento nazionale. In Oriente, le nazioni risvegliate dovevano reagire nello stesso modo.
Cosi' si sono formate le circostanze che hanno spinto alla lotta le giovani nazioni dell’Europa orientale.
La lotta, per essere esatti, e' incominciata e si e' accesa non tra intere nazioni, ma tra le classi dirigenti delle nazioni dominanti e di quelle oppresse.
Abitualmente, conducono la lotta o la piccola borghesia cittadina della nazione oppressa contro la grande borghesia della nazione dominante (cechi e tedeschi), o la borghesia agricola della nazione oppressa contro l’aristocrazia fondiaria della nazione dominante (gli ucraini in Polonia), o tutta la borghesia «nazionale» delle nazioni oppresse contro la nobilta' che e' al governo della nazione dominante (Polonia, Lituania, Ucraina e Russia).
La borghesia e' la protagonista.
La questione fondamentale per la giovane borghesia e' il mercato. Vendere le proprie merci ed uscire vittoriosa dalla concorrenza con la borghesia di un’altra nazionalita', questo il suo scopo. Di qui il suo desiderio di assicurarsi un «proprio» mercato «nazionale». Il mercato e' la prima scuola dove la borghesia impara il nazionalismo.
Ma la questione, di solito, non si limita al mercato. Alla lotta prende parte la burocrazia semifeudale-semiborghese della nazione dominante con il suo metodo di «tirare e non mollare». La borghesia della nazione dominante, grande o piccola che sia, ha la possibilita' di avere il sopravvento «piu' rapidamente», «in modo piu' decisivo» sui suoi concorrenti. Si uniscono le «forze» e... incomincia contro la borghesia «allogena» tutta una serie di misure restrittive che degenerano in persecuzioni. La lotta passa dal campo commerciale al campo politico. Restrizioni alla liberta' di spostamento, limitazioni all’uso della lingua, limitazioni al diritto di voto, riduzione delle scuole, limitazioni nel campo religioso, ecc., si rovesciano addosso alla concorrente. Certo, queste misure non sono dirette a favorire soltanto gli interessi delle classi borghesi della nazione dominante, ma anche, piu' specificamente, i fini di casta, per cosi' dire, della burocrazia, che esercita il potere. Ma dal punto di vista dei risultati cio' non cambia nulla: in questo caso, le classi borghesi e la burocrazia vanno a braccetto, sia che si tratti dell’Austria-Ungheria, sia che si tratti della Russia.
Stretta da tutte le parti, la borghesia della nazione oppressa si mette naturalmente in movimento. Essa fa appello ai «fratelli del basso popolo» e incomincia ad inneggiare alla «patria» spacciando la propria causa particolare come causa di tutto il popolo. Essa recluta il suo esercito di «compatrioti», nell’interesse della... «patria». E il «basso popolo» non resta sempre sordo agli appelli e si raccoglie intorno alla bandiera della borghesia: le persecuzioni contro la borghesia opprimono anche il popolo e suscitano il suo malcontento.
Cosi' incomincia il movimento nazionale.
La forza del movimento nazionale dipende dalla misura in cui vi partecipano i larghi strati della nazione, il proletariato e i contadini.
Il proletariato si mettera' o no sotto la bandiera del nazionalismo borghese, secondo il grado di sviluppo delle contraddizioni di classe, secondo la sua coscienza e organizzazione. Un proletariato cosciente ha la propria bandiera provata, e non ha motivo di mettersi sotto la bandiera della borghesia.
Per quanto riguarda i contadini, la loro partecipazione al movimento nazionale dipende prima di tutto dal carattere della repressione. Se le repressioni toccano gli interessi della «terra», come e' accaduto in Irlanda, le grandi masse contadine passano immediatamente sotto la bandiera del movimento nazionale.
D’altra parte, se, per esempio in Georgia, non esiste un nazionalismo antirusso di una qualche importanza, cio' e' dovuto innanzi tutto al fatto che laggiu' non vi sono proprietari fondiari russi o grande borghesia russa, che potrebbero alimentare tale nazionalismo tra le masse. In Georgia esiste un nazionalismo antiarmeno, perché qui c’e' ancora una grande borghesia armena, la quale, opprimendo la piccola borghesia georgiana, non ancora consolidatasi, la orienta verso il nazionalismo antiarmeno.
In dipendenza di questi fattori, il movimento nazionale o assume un carattere di massa, sviluppandosi sempre piu' (Irlanda, Galizia), oppure si trasforma in una catena di piccole scaramucce, degenerando in scandali e in «lotte» per le insegne dei negozi (come in alcune cittadine della Boemia).
Il contenuto del movimento nazionale non puo' certo essere uguale dappertutto. Esso e' unicamente determinato dalle diverse rivendicazioni nelle quali si esprime. In Irlanda, il movimento ha un carattere agrario, in Boemia un carattere “ linguistico”; qui si rivendica l’eguaglianza di diritti civili e la liberta' di culto, la' si esigono «propri» funzionari o una propria Dieta. Nelle diverse rivendicazioni non di rado si manifestano vari tratti che caratterizzano la nazione in generale (lingua, territorio, ecc.). È degno d’attenzione il fatto che in nessun caso si avanzano rivendicazioni concernenti il «carattere nazionale» generale del Bauer. E si capisce: il «carattere nazionale» di per sé e' inafferrabile e, come ha giustamente osservato J. Strasser, la politica non vi ha niente a che fare. Queste, in generale, le forme e il carattere del movimento nazionale.
Da cio' che si e' detto risulta chiaramente che la lotta nazionale, nel quadro del capitalismo ascendente, e' una lotta delle classi borghesi tra loro. Talvolta la borghesia riesce ad attirare il proletariato nel movimento nazionale, ed allora la lotta nazionale assume, esteriormente, un carattere «popolare», ma solo esteriormente. Nella sua essenza, la lotta resta sempre borghese, vantaggiosa e utile soprattutto per la borghesia.
Ma da cio' non consegue affatto che il proletariato non debba lottare contro la politica di oppressione nazionale.
Le limitazioni alla liberta' di trasferirsi da un luogo all’altro, la privazione del diritto di voto, le limitazioni all’uso della lingua, la soppressione di scuole ed altre persecuzioni colpiscono gli operai altrettanto, se non piu', della borghesia. Una situazione simile non puo' che ritardare il processo di libero sviluppo delle forze spirituali nel proletariato delle nazioni oppresse. Non si puo' parlare seriamente di pieno sviluppo delle facolta' spirituali dell’operaio tartaro o ebreo, quando non gli si da' la possibilita' di usare la lingua materna nelle adunanze e nelle conferenze, quando gli si chiudono le scuole.
Ma la politica delle persecuzioni nazionalistiche e' pericolosa per la causa del proletariato anche da un altro punto di vista. Essa distoglie l’attenzione di larghi strati della popolazione dai problemi sociali, dai problemi della lotta di classe, per dirigerla verso i problemi nazionali, verso i problemi «comuni» al proletariato e alla borghesia. E cio' crea un terreno che si presta alla falsa predicazione della «armonia d’interessi», favorisce la tendenza a mettere in ombra gli interessi di classe del proletariato, l’asservimento spirituale degli operai. Cosi' si crea un ostacolo serio alla causa dell’unione dei proletari di tutte le nazionalita'. Se una parte notevole degli operai polacchi e' rimasta finora spiritualmente asservita ai nazionalisti borghesi, e' rimasta finora fuori del movimento operaio internazionale, cio' e' dovuto soprattutto al fatto che la tradizionale politica antipolacca dei «governanti» crea il terreno per tale asservimento e fa si' che difficilmente gli operai possano liberarsene.
Ma la politica di repressione non si limita a questo. Dal «sistema» dell’oppressione passa non di rado al «sistema» dell’istigazione, all’odio tra le nazioni, al «sistema» dei massacri e dei pogrom. Naturalmente, quest’ultimo sistema non e' possibile sempre e ovunque, ma dove e' possibile, quando mancano le liberta' elementari, assume spesso proporzioni terribili, minacciando di annegare nel sangue e nelle lacrime la causa dell’unione degli operai. Il Caucaso e la Russia meridionale offrono non pochi esempi. Divide et impera: questo il fine della politica di istigazione all’odio. E nella misura in cui riesce, questa politica rappresenta per il proletariato il peggiore dei mali, l’ostacolo piu' serio alla causa dell’unione degli operai di tutte le nazionalita' di uno stato.
Ma gli operai sono interessati ad unire tutti i loro compagni in un solo esercito internazionale, a liberarli rapidamente e definitivamente dall’asservimento spirituale alla borghesia e a dar pieno e libero sviluppo alle energie spirituali dei loro fratelli, a qualunque nazione appartengano.
Percio' gli operai si battono e si batteranno contro la politica di oppressione delle nazioni in ogni sua forma, dalla piu' raffinata alla piu' grossolana, come pure contro la politica di istigazione all’odio in tutti i suoi aspetti.
Percio' la socialdemocrazia di tutti i paesi proclama il diritto delle nazioni all’autodecisione.
Diritto all’autodecisione, cioe': solo la nazione stessa ha il diritto di decidere il proprio destino, nessuno ha il diritto di intromettersi a forza nella vita di una nazione, di distruggerne le scuole e altreistituzioni, di abolirne le usanze e i costumi, di vietarne la lingua, di menomarne i diritti.
Questo non significa certo che la socialdemocrazia sosterra' indistintamente tutte le usanze e le istituzioni di una nazione. Lottando contro la violenza esercitata ai danni di una nazione, essa difendera' solo il diritto della nazione a decidere il proprio destino e condurra' nel tempo stesso un’agitazione contro le usanze e le istituzioni dannose di questa nazione, affinché i lavoratori possano liberarsene.
Il diritto all’autodecisione significa che la nazione puo' organizzarsi secondo il proprio desiderio. Essa ha il diritto di organizzare la propria esistenza secondo i principi dell’autonomia. Essa ha il diritto di stabilire rapporti federativi con altre nazioni o di separarsi completamente da esse. La nazione e' sovrana e tutte le nazioni hanno eguali diritti.
Cio' non significa naturalmente che la socialdemocrazia debba difendere qualsiasi rivendicazione di una nazione. Una nazione ha il diritto di tornare anche ai vecchi ordinamenti, ma questo non significa ancora che la socialdemocrazia sottoscriva una decisione di questo genere, presa da una qualunque istituzione nazionale. I doveri della socialdemocrazia, che difende gli interessi del proletariato, e i diritti della nazione, che e' composta di diverse classi, sono due cose diverse.
Pur lottando per il diritto delle nazioni all’autodecisione, la socialdemocrazia si prefigge di metter fine alla politica di oppressione delle nazioni, di renderla impossibile, e con cio' di evitare la lotta fra le nazioni, di attenuarla, di ridurla al minimo.
È sostanzialmente questo che distingue la politica del proletariato cosciente da quella della borghesia, che cerca di approfondire e di estendere la lotta nazionale, di protrarre e di acuire il movimento nazionale.
Appunto per questo il proletariato cosciente non puo' mettersi sotto la bandiera «nazionale» della borghesia.
Appunto per questo la politica cosiddetta «nazional-evoluzionistica» preconizzata dal Bauer non puo' diventare la politica del proletariato. Il tentativo del Bauer di identificare la sua politica «nazional-evoluzionistica» con la politica «della classe operaiacontemporanea» e' un tentativo di adattare la lotta di classe degli operai alla lotta della nazione.
I destini del movimento nazionale, essenzialmente borghese, sono naturalmente legati al destino della borghesia. La caduta definitiva del movimento nazionale e' possibile solo con la caduta della borghesia. Solo nel regno nel socialismo puo' essere instaurata la pace completa. Ma ridurre al minimo la lotta nazionale, scalzarne le radici, renderla meno nociva per il proletariato e' possibile anche nell’ambito del capitalismo. Ne fanno fede, se non altro, gli esempi della Svizzera e dell’America. A tale scopo e' necessario democratizzare il paese e dare alle nazioni la possibilita' di un libero sviluppo.
III. Impostazione del problema
Una nazione ha il diritto di decidere liberamente il suo destino. Ha il diritto di organizzarsi come le aggrada, naturalmente senza calpestare i diritti delle altre nazioni. Questo e' fuori discussione.
Ma come precisamente dovra' organizzarsi, quali forme dovra' avere la sua futura costituzione, se si prendono in considerazione gli interessi della grande maggioranza della nazione e anzitutto del proletariato?
La nazione ha il diritto di organizzarsi in forma autonoma. Ha anche il diritto di staccarsi dallo stato di cui fa parte. Ma cio' non significa ancora che debba farlo in qualsiasi circostanza, che l’autonomia o la separazione siano, sempre e dovunque, utili alla nazione, cioe' alla sua maggioranza, alla popolazione lavoratrice. I tartari della Transcaucasia, come nazione, possono riunirsi, supponiamo, in una loro Dieta, e, sottomettendosi all’influenza dei loro bey e mullah, possono restaurare nel loro paese i vecchi ordinamenti, decidere la separazione dallo stato. Secondo il principio dell’autodecisione, hanno pieno diritto di farlo. Ma sarebbe conforme agli interessi dei lavoratori della nazione tartara? Puo' forse la socialdemocrazia considerare con indifferenza il fatto che i bey e i mullah trascinano al loro seguito le masse per la soluzione della questione nazionale? Non deve forse la socialdemocrazia intromettersi nella questione e influire in un determinato modo sulla volonta' della nazione? Non deve forse intervenire con un piano completo per una soluzione del problema che sia piu' vantaggiosa per le masse tartare?
Ma qual e' la decisione piu' conforme agli interessi delle masse lavoratrici? L’autonomia, la federazione o la separazione?
Tutti questi sono problemi la cui decisione dipende dalle condizioni storiche concrete nelle quali si trova la nazione data.
Anzi, le condizioni, come ogni altra cosa, mutano, e una decisione, giusta in un dato momento, puo' palesarsi assolutamente sbagliata in un altro momento.
Verso la meta' del secolo XIX Marx era per la separazione della Polonia russa, e aveva ragione, perché allora si trattava di liberare una cultura superiore da una inferiore, che l’annientava. E la questione esisteva allora non solo in teoria, accademicamente, ma in pratica, nella vita stessa...
Alla fine del secolo XIX i marxisti polacchi si esprimono gia' contro la separazione della Polonia, ed anch’essi hanno ragione, perché negli ultimi cinquant’anni sono avvenuti profondi mutamenti nel senso di un ravvicinamento economico e culturale della Russia e della Polonia. Inoltre in questo periodo la questione della separazione si trasforma da argomento pratico in argomento di dispute accademiche che preoccupano forse soltanto gli intellettuali emigrati. Cio' non esclude, s’intende, la possibilita' di certe circostanze interne ed estere, nelle quali il problema della separazione della Polonia possa ridiventare un problema d’attualita'.
Ne consegue che la soluzione della questione nazionale e' possibile solo in relazione alle condizioni storiche, considerate nel loro sviluppo.
Le condizioni economiche, politiche e culturali, nelle quali si trova una data nazione, sono l’unica chiave per deciderecome precisamente essa debba organizzarsi,quali forme debba assumere la sua futura costituzione. È possibile, quindi, che per ogni nazione occorra dare al problema una particolare soluzione. Se c’e' un caso nel quale sia necessario impostare dialetticamente un problema, questo caso e' proprio quello della questione nazionale.
Percio' dobbiamo decisamente pronunciarci contro un metodo molto diffuso, ma anche molto sommario, che ha la sua origine nel Bund di «risolvere» la questione nazionale. Alludiamo al facile metodo di ispirarsi alla socialdemocrazia dell’Austria e del Sud slavo, che ha gia' risolto la questione nazionale e dalla quale i socialdemocratici russi dovrebbero semplicemente prendere in prestito la soluzione. Con cio' si presupporrebbe che tutto cio' che e' giusto, diciamo cosi', per l’Austria, sia tale anche per la Russia. Si dimentica la cosa piu' importante, e nel nostro caso decisiva: le condizioni storiche concrete in Russia, in generale, e nella vita di ogni singola nazione nei confini della Russia, in particolare.
Ascoltiamo, per esempio, il noto bundista Kossovski:
«Al IV Congresso del Bund, quando si e' esaminata la prima parte della questione (si tratta della questione nazionale. G. St.), la proposta di un congressista di risolverla nello spirito della risoluzione del partito socialdemocratico del Sud slavo ha suscitato l’approvazione generale».
In conclusione, «il congresso si e' pronunciato alla unanimita'» per... l’autonomia nazionale.
E questo e' tutto! Nessuna analisi della realta' russa, nessun esame delle condizioni di vita degli ebrei in Russia: prima si prende a prestito la risoluzione del partito socialdemocratico del Sud slavo, poi si «approva» e poi «si accetta all’unanimita'» questa risoluzione. Cosi' i bundisti pongono e «risolvono» la questione nazionale in Russia...
Fra l’altro, l’Austria e la Russia presentano condizioni assolutamente diverse. Con questo si spiega anche perché la socialdemocrazia austriaca, che a Brünn (6) (1899) approvo' un programma nazionale nello spirito della risoluzione del partito socialdemocratico del Sud slavo (per la verita', con alcuni emendamenti insignificanti), non affronta affatto la questione, per cosi' dire, alla russa e, naturalmente, non la risolve alla russa.
Prima di tutto, l’impostazione della questione. Come formulano il problema i teorici austriaci dell’autonomia culturale nazionale, i commentatori del programma nazionale di Brünn e della risoluzione del partito socialdemocratico del Sud slavo, Springer e Bauer?
«Non rispondiamo qui — dice lo Springer — alla questione se sia possibile, in generale, uno stato plurinazionale e se le nazionalita' austriache, in particolare, debbano formare un’unica entita' politica; considereremo risolte queste questioni. Per chi non e' d’accordo sull’accennata possibilita' e necessita', la nostra conclusione, naturalmente, sara' infondata. La nostra tesi e': certe nazioni sono obbligate a condurre un’esistenza comune; quali forme giuridiche danno loro la possibilita' di vivere nel modo migliore?» (il corsivo e' di Springer).
Cosi', l’integrita' statale dell’Austria e' il punto di partenza.
Il Bauer dice la stessa cosa: «Noi partiamo dal presupposto che le nazionalita' dell’Austria restino nella stessa unione statale in cui vivono oggi e ci domandiamo quali debbano essere, nel quadro di questa unione, i rapporti delle nazioni tra loro e di tutte loro verso lo stato».
Di nuovo: l’integrita' dell’Austria e' il primo dovere.
Puo' la socialdemocrazia russa porre la questione in questo modo? No, non lo puo'. E non lo puo' perché fin dall’inizio e' partita dal principio dell’autodecisione delle nazioni, in virtu' del quale la nazione ha il diritto alla separazione. Perfino il bundista Goldblatt, al secondo congresso della socialdemocrazia della Russia, riconobbe che quest’ultima non poteva ripudiare il punto di vista dell’autodecisione. Ecco che cosa diceva allora il Goldblatt:
«Contro il diritto di autodecisione non si puo' obiettare nulla. Nel caso che una nazione lotti per l’indipendenza non e' possibile opporvisi. Se la Polonia non vuole contrarre un “matrimonio legale” con la Russia, non tocca a noi ostacolarla».
Le cose stanno cosi'; ma ne consegue che i punti di partenza dei socialdemocratici russi e austriaci non solo non sono simili, ma sono addirittura opposti. Dopo di che, si puo' forse parlare della possibilita' di prendere a prestito dagli austriaci il programma nazionale?
Ancora: gli austriaci pensano di realizzare «la liberta' delle nazionalita'» lentamente, per via di piccole riforme. Proponendo l’autonomia culturale nazionale come soluzione pratica, essi non contano affatto su un cambiamento radicale, su un movimento democratico di liberazione; questo non rientra nella loro prospettiva. Invece i marxisti russi, non avendo motivo di contare sulle riforme, legano la questione della «liberta' delle nazionalita'» a un probabile mutamento radicale, a un movimento democratico di liberazione. E questo cambia sostanzialmente la questione per quanto riguarda il probabile destino delle nazioni in Russia.
«Certo — dice il Bauer — e' difficile pensare che l’autonomia nazionale sia il risultato di una grande decisione, di un’azione audace, decisiva. L’Austria andra' verso la sua autonomia nazionale passo passo, con un processo lento e penoso, con una lotta difficile, in conseguenza della quale la legislazione e il governo si troveranno in una condizione di paralisi cronica. No, non per mezzo di un grande atto legislativo, ma con numerose leggi parziali emanate per le diverse regioni, per le diverse comunita', si creera' il nuovo ordinamento giuridico-statale».
La stessa cosa afferma lo Springer:
«So benissimo che istituzioni di questo genere (gli organi dell’autonomia nazionale. G. St.) non si creeranno ne' in un anno ne' in un decennio. La sola riorganizzazione dell’ amministrazione prussiana ha richiesto un lungo periodo di tempo... Alla Prussia sono occorsi due decenni per stabilire definitivamente le sue istituzioni amministrative fondamentali. Non si creda percio' che io non sappia quanto tempo e quante difficolta' occorreranno per l’Austria».
Tutto cio' e' chiaro. Ma possono i marxisti russi non legare la questione nazionale alle «azioni audaci, decisive»? Possono contare su riforme parziali, su numerose leggi parziali, come mezzo per conquistare «la liberta' delle nazionalita'»? E se non possono e non debbono far questo, non e' forse chiaro che i metodi di lotta e le prospettive degli austriaci e dei russi sono completamente diversi?
Come si puo', in tale situazione, limitarsi all’autonomia nazionale degli austriaci, unilaterale e parziale? Una delle due: o coloro che vogliono prendere a prestito il programma nazionale degli austriaci non contano su «azioni audaci e decisive», oppure ci contano, ma «non sanno quel che si fanno».
Infine la Russia e l’Austria si trovano di fronte a problemi di attualita' del tutto diversi e per conseguenza anche il modo di risolvere la questione nazionale dev’essere diverso. L’Austria vive in regime parlamentare e nelle condizioni attuali non e' possibile un’evoluzione senza il parlamento. Ma la vita parlamentare e l’attivita' legislativa in Austria non di rado sono completamente interrotte dai conflitti acuti dei partiti nazionali. Questo spiega anche la crisi politica cronica di cui l’Austria soffre da tempo. In conseguenza, la questione nazionale in Austria e' il perno della vita politica, e' questione vitale! Non c’e' quindi da meravigliarsi che in Austria gli uomini politici socialdemocratici si sforzino di risolvere, in una maniera o nell’altra, prima di tutto la questione dei conflitti nazionali, naturalmente sulla base del parlamentarismo gia' esistente, con mezzi parlamentari...
Non cosi' in Russia. In Russia, prima di tutto, «grazie a Dio non c’e' parlamento». In secondo luogo, e questo e' importante, l’asse della vita politica della Russia non e' la questione nazionale, ma la questione agraria. Percio' i destini della questione russa e, quindi, anche della «liberazione» delle nazioni, sono legati alla soluzione della questione agraria, cioe' alla distruzione dei residui feudali, cioe' alla democratizzazione del paese. Questo spiega perché in Russia la questione nazionale si presenti non come una questione a sé stante e decisiva, ma come una parte del problema piu' generale e piu' importante della liberazione del paese dal feudalesimo.
«La sterilita' del parlamento austriaco — scrive lo Springer — deriva esclusivamente dal fatto che ogni riforma genera in seno ai partiti nazionali delle contraddizioni, che ne minano la coesione, e percio' i capi dei partiti rifuggono attentamente da tutto cio' che sa di riforma. Il progresso dell’Austria e' concepibile in generale solo nel caso che alle nazioni siano date posizioni legali imprescrittibili; cio' le esonera dalla necessita' di mantenere nel parlamento veri e propri distaccamenti di combattimento e da' loro la possibilita' di consacrarsi alla soluzione dei problemi economici e sociali».
Lo stesso dice il Bauer:
«La pace nazionale e' innanzi tutto necessaria allo stato.Lo stato non puo' assolutamente tollerare che l’attivita' legislativa venga interrotta per una stupidissima questione di lingua, per ogni minima controversia di persone eccitate, in un posto qualunque entro i confini nazionali, per ogni nuova scuola».
Tutto cio' e' chiaro. Ma non e' meno chiaro che in Russia la questione nazionale si pone su di un piano completamente diverso. In Russia non e' la questione nazionale, ma la questione agraria che decide delle sorti del progresso. La questione nazionale é una questione subordinata.
Cosi', una diversa impostazione della questione, diverse prospettive e diversi metodi di lotta, diversi compiti immediati. Non e' forse evidente che in questa situazione solo dei topi di biblioteca che «risolvono» la questione nazionale fuori del tempo e dello spazio possono prendere esempio dall’Austria e pensare di prenderne in prestito il programma?
Ancora una volta: le condizioni storiche concrete, come punto di partenza; l’impostazione dialettica della questione, come unica impostazione giusta: questa e' la chiave per la soluzione della questione nazionale.
IV. L’autonomia culturale nazionale
Abbiamo parlato sopra dell’aspetto formale del programma nazionale austriaco, dei fondamenti metodologici in forza dei quali i marxisti russi non possono puramente e semplicemente seguire l’esempio della socialdemocrazia austriaca e farne proprio il programma.
Ora parleremo del programma stesso, della sua sostanza.
Qual’e' il programma nazionale dei socialdemocratici austriaci?
Si compendia in due parole: autonomia culturale nazionale.
Cio' significa, in primo luogo, che si deve dare l’autonomia, per esempio, non alla Boemia-Moravia o alla Polonia, abitate prevalentemente da cechi e da polacchi, ma ai cechi e ai polacchi in generale, indipendentemente dal territorio, indipendentemente dalla zona dell’Austria in cui risiedono.
Percio' quest’autonomia si chiama nazionale e non territoriale.
Cio' significa, in secondo luogo, che cechi, polacchi, tedeschi, ecc., disseminati nelle varie regioni dell’Austria, si organizzano in gruppi nazionali personalmente, come singoli individui, e come tali entrano a far parte dello stato austriaco. L’Austria non rappresenta in questo caso un’unione di province autonome,ma un’unione di nazionalita' autonome, costituite indipendentemente dal territorio.
Questo significa, in terzo luogo, che le istituzioni nazionali, che devono esser create a tale scopo dai polacchi, cechi, ecc., non si occuperanno di problemi «politici», ma solo di problemi «culturali». I problemi specificamente politici saranno di competenza del parlamento austriaco (Reichsrat).
Percio' questa autonomia si chiama anche culturale, culturale nazionale.
Ed ecco il testo del programma approvato dalla socialdemocrazia austriaca al Congresso di Brünn del 1899.
Dopo aver rammentato che «i dissensi nazionali in Austria ostacolano il progresso politico», che «una soluzione definitiva del problema nazionale... e' prima di tutto una necessita' culturale», «la soluzione e' possibile solo in una societa' effettivamente democratica, organizzata sulla base del suffragio universale, diretto ed uguale», il programma continua:
«Il mantenimento e lo sviluppo delle particolarita' nazionali dei popoli dell’Austria e' possibile solo con la piena eguaglianza di diritti e con la fine di qualsiasi oppressione. Percio' deve essere anzitutto abolito il sistema del centralismo burocratico statale e cosi' pure devono essere aboliti i privilegi feudali dei singoli territori. A queste condizioni e solamente a queste condizioni si potra' instaurare in Austria un ordine nazionale, invece di un disordine nazionale, e precisamente sulle basi seguenti:
1) l’Austria deve essere trasformata in uno stato che rappresenti l’unione democratica delle nazionalita';
2) al posto dei territori storici della corona devono essere create delle corporazioni nazionali autonome delimitate, in ognuna delle quali la legislazione e l’amministrazione siano nelle mani di camere nazionali elette a suffragio universale, diretto e eguale;
3) le regioni autonome di una stessa nazione formano insieme un’unica unita' nazionale, che decide le sue questioni nazionali in piena autonomia;
4) i diritti delle minoranze nazionali verranno garantiti da una legge particolare, emanata dal parlamento imperiale».
Il programma termina con un appello alla solidarieta' di tutte le nazioni dell’Austria .
Non e' difficile accorgersi che in questo programma sono rimaste alcune tracce di «territorialismo», ma nel complesso esso e' una formulazione dell’autonomia nazionale. Non per nulla lo Springer, il primo agitatore della autonomia culturale nazionale, l’accoglie con entusiasmo. Anche Bauer e' per questo programma e lo definisce una vittoria teorica dell’autonomia nazionale; solo nell’interesse di una maggior chiarezza egli propone di sostituire l’articolo 4 con una formulazione piu' precisa, che esprima la necessita' di «costituire in seno ad ogni regione autonoma le minoranze nazionali in corporazioni di diritto pubblico», per la direzione degli affari scolastici e degli altri affari culturali.
Tale il programma nazionale della socialdemocrazia austriaca.
Esaminiamone i fondamenti scientifici.
Vediamo come la socialdemocrazia austriaca giustifica l’autonomia culturale nazionale da essa propugnata.
Consultiamo i suoi teorici, Springer e Bauer.
All’origine dell’autonomia nazionale troviamo il concetto di nazione come unione di individui, indipendentemente da un territorio determinato.
«La nazionalita' — secondo Springer — non ha nessun rapporto effettivo col territorio, le nazioni sono unioni personali autonome».
Anche il Bauer parla della nazione come di una «unione di individui», alla quale non e' attribuita una sovranita' esclusiva in una regione determinata.
Ma gli individui che compongono la nazione non vivono sempre in una massa compatta, spesso si dividono in gruppi, e in questa forma si disperdono in altri organismi nazionali. Il capitalismo li spinge in diverse province e citta' in cerca di guadagno. ma trasferendosi in territori nazionali estranei e sostituendovi una minoranza, questi gruppi subiscono, da parte delle maggioranze nazionali del luogo, restrizioni quanto alla lingua, alla scuola, ecc. Di qui i conflitti nazionali. Di qui 1’«insufficienza» dell’autonomia territoriale. L’unica via d’uscita da tale situazione, secondo lo Springer e il Bauer, e' quella di organizzare le minoranze di ogni nazionalita' disseminate nelle varie parti dello stato in una unione nazionale interclassista. Secondo loro, soltanto una tale unione potrebbe difendere gli interessi culturali delle minoranze nazionali, soltanto essa e' atta a metter fine ai dissensi nazionali».
«È necessario — dice lo Springer — dare alle nazionalita' una giusta organizzazione, fissarne i diritti e i doveri». Certo, «e' facile fare una legge, ma avra' essa tutta l’efficacia che ci s’aspettava»?... «Se si vuole fare una legge per le nazioni, prima di tutto bisogna creare le nazioni stesse».... «Se non si costituiscono le nazionalita' non e' possibile creare un diritto nazionale ed eliminare i dissensi nazionali».
Nello stesso senso parla il Bauer quando propone, come «rivendicazione della classe operaia», «l’organizzazione delle minoranze in corporazioni di diritto pubblico sulla base del principio personale».
Ma come organizzare le nazioni? Come definire se un individuo appartiene ad una nazione o ad un’altra?
«Quest’appartenenza — dice lo Springer — si definisce per mezzo di certificati nazionali; tutti coloro che vivono in una regione devono dichiarare la loro appartenenza ad una nazione o ad un’altra».
«Il principio personale — afferma il Bauer — presuppone che la popolazione si divida per nazionalita' sulla base di libere dichiarazioni dei cittadini maggiorenni», e percio' «si devono preparare i registri nazionali».
E ancora:
«Tutti i tedeschi — dice il Bauer — che vivono in distretti omogenei dal punto di vista nazionale, e inoltre tutti i tedeschi iscritti nei registri nazionali dei distretti misti costituiscono la nazione tedesca ed eleggono il Consiglio nazionale».
Lo stesso va detto dei cechi, dei polacchi, ecc.
«Il Consiglio nazionale — secondo lo Springer — e' un parlamento culturale nazionale al quale spetta di fissare i principi e approvare i mezzi necessari per difendere la scuola nazionale, la letteratura, l’arte e la scienza nazionali, per fondare accademie, musei, gallerie, teatri, ecc.».
Tali dunque sono l’organizzazione della nazione e la sua istituzione centrale.
Creando questi istituti interclassisti, il partito socialdemocratico austriaco aspira, secondo il Bauer, a «rendere la cultura nazionale... patrimonio di tutto il popolo e ad unire con questo mezzo che e' l’unico possibile, tutti i membri della nazione in una comunita' culturale nazionale» (il corsivo e' nostro).
Si puo' pensare che questo riguardi soltanto l’Austria. Ma il Bauer non e' d’accordo. Egli afferma nettamente che l’autonomia nazionale e' obbligatoria anche per quegli altri stati che siano composti, come l’Austria, di parecchie nazionalita'.
«Alla politica nazionale delle classi abbienti, alla politica di conquista del potere in uno stato plurinazionale, il proletariato di tutte le nazioni contrappone — secondo il Bauer — la sua esigenza dell’autonomia nazionale».
Inoltre, confondendo inavvertitamente l’autodecisione delle nazioni con l’autonomia nazionale, il Bauer continua:
«Cosi', l’autonomia nazionale, l’autodecisione delle nazioni, diventa inevitabilmente il programma costituzionale del proletariato di tutte le nazioni, che vivono in stati plurinazionali».
Ma il Bauer va ancora piu' in la'. Egli e' profondamente convinto che le «unioni nazionali» interclassiste «costituite» da lui e dallo Springer saranno come il prototipo della futura societa' socialista. Egli sa infatti che «l’organizzazione socialista della societa'... dividera' l’umanita' in comunita' delimitate secondo la nazionalita'», che in regime socialista si creera' «un raggruppamento della umanita' in societa' nazionali autonome», che «in tal modo la societa' socialista rappresentera' sicuramente un quadro variopinto di unioni nazionali personali e di corporazioni territoriali», e che, per conseguenza, «il principio socialista della nazionalita' e' la piu' alta sintesi del principio nazionale e dell’autonomia nazionale».
E mi pare che basti...
Questa la giustificazione dell’autonomia nazionale culturale nei lavori del Bauer e dello Springer.
Prima di tutto, balza agli occhi la confusione del tutto incomprensibile e assolutamente ingiustificata tra autodecisione delle nazioni e autonomia nazionale. Una delle due: o il Bauer non ha capito che cos’e' l’autodecisione, ovvero lo ha capito, ma per una qualche ragione ne restringe il significato. Perché non c’e' dubbio che: a) l’autonomia culturale nazionale presuppone l’integrita' dello stato plurinazionale, mentre l’autodecisione esce dai limiti di tale integrita'; b) l’autodecisione da' alla nazione tutti integralmente i diritti, mentre l’autonomia nazionale le da' soltanto i diritti «culturali». Questo in primo luogo.
In secondo luogo, e' molto probabile che in avvenire si produca un tal concorso di circostanze interne ed esterne, per cui una nazionalita' o un’altra decida di uscire dallo stato plurinazionale, per esempio dall’Austria: al Congresso di Brünn i socialdemocratici ruteni hanno affermato di esser pronti a riunire le «due parti» del loro popolo in un tutto unico. Allora, che ne sara' dell’autonomia nazionale, «inevitabile per il proletariato di tutte le nazioni»?
Che cos’e' questa «soluzione» del problema che imprigiona meccanicamente le nazioni nel letto di Procuste dell’integrita' dello stato?
E ancora. L’autonomia nazionale e' in contraddizione con tutto il processo di sviluppo delle nazioni. Essa da' la parola d’ordine d’organizzare le nazioni; ma e' possibile saldarle artificialmente, se la vita, se lo sviluppo economico separa da esse interi gruppi e li sparpaglia in varie regioni? Non v’e' dubbio che agli inizi del capitalismo le nazioni si uniscono. Ma e' anche certo che nelle fasi superiori del capitalismo comincia un processo di dispersione delle nazioni, un processo di separazione dalle rispettive nazioni di tutta una serie di gruppi che partono in cerca di lavoro e poi si trasferiscono definitivamente in un’altra regione dello stato; in questo modo essi sciolgono i loro vecchi legami, ne allacciano dei nuovi nella nuova residenza, assimilano di generazione in generazione nuove usanze e nuovi gusti e forse anche una nuova lingua. Ci si domanda: e' forse possibile unire in una sola unione nazionale questi gruppi, che si differenziano a tal segno l’uno dall’altro? Dove trovare gli anelli miracolosi, grazie ai quali si possa unificare cio' che non e' unificabile? È concepibile «fondere in una sola nazione», per esempio, i tedeschi del Baltico e quelli della Transcaucasia? Ma se tutto questo e' inconcepibile e impossibile, in che cosa differisce allora l’autonomia nazionale dalle utopie dei vecchi nazionalisti, che tentavano di far girare all’indietro la ruota della storia?
Ma l’unita' della nazione non e' compromessa soltanto dall’emigrazione, e' anche compromessa all’interno in seguito all’acuirsi della lotta di classe. Agli inizi del capitalismo si puo' ancora parlare di una «comunita' culturale» del proletariato e della borghesia. Ma con lo sviluppo della grande industria e l’acuirsi della lotta di classe, la «comunita'» comincia a sparire. Non e' possibile parlare seriamente di «comunita' culturale», quando padroni e operai di una sola e stessa nazione non si comprendono piu' tra di loro... Di quale « comune destino» si puo' parlare, quando la borghesia vuole la guerra e il proletariato dichiara «guerra alla guerra»? Come organizzare con questi elementi contrastanti un’unione nazionale interclassista? Si puo', per conseguenza, parlare di «unione di tutti i membri di una nazione in una comunita' nazionale culturale»? Non risulta forse chiaro che l’autonomia nazionale e' in contrasto con tutto l’andamento della lotta di classe?
Ma ammettiamo pure per un momento che la parola d’ordine «organizzare la nazione» sia realizzabile. Tutto sommato e' comprensibile che dei parlamentari borghesi nazionalisti tentino di «organizzare» la nazione per ottenere un maggior numero di voti. Ma da quando in qua i socialdemocratici hanno incominciato ad «organizzare» le nazioni, a «costituire» le nazioni, a «creare» le nazioni?
Che socialdemocratici son codesti, che in un’epoca di estrema acutizzazione della lotta di classe organizzano unioni nazionali interclassiste?
Finora la socialdemocrazia austriaca, come ogni altra, aveva un compito: organizzare il proletariato. Ma questo compito, evidentemente, e' «sorpassato». Ora lo Springer e il Bauer indicano un «nuovo» compito, un compito piu' interessante: «creare», «organizzare» la nazione.
Del resto la logica impone che chi ha accettato l’autonomia nazionale debba accettare anche questo «nuovo» compito; ma accettare questo compito significa abbandonare la posizione classista e mettersi sulla via del nazionalismo.
L’autonomia culturale nazionale dello Springer e del Bauer e' una forma raffinata di nazionalismo.
E non e' certo un caso che il programma nazionale della socialdemocrazia austriaca faccia obbligo di preoccuparsi «della conservazione e dello sviluppo delle particolarita' dei popoli nazionali». Si pensi soltanto: «conservare» delle «particolarita' nazionali» come quella dell’autoflagellazione dei tartari della Transcaucasia nella festa dello Sciakhsei-Vakhsei, «sviluppare» delle «particolarita' nazionali» come quella dei georgiani del «diritto della vendetta»!...
Un paragrafo di questo genere sarebbe al suo posto in un programma sfacciatamente nazionalistico-borghese; e se e' stato incluso nel programma dei socialdemocratici austriaci, vuol dire che l’autonomia nazionale tollera tali cose, non vi si oppone.
Ma l’autonomia nazionale, inadatta per la societa' presente, e' ancora meno adatta per la futura societa' socialista.
La profezia del Bauer circa la «divisione dell’umanita' in delimitate societa' nazionali» e' confutata da tutto il processo di sviluppo dell’umanita' contemporanea. Le barriere nazionali non si rafforzano, ma si distruggono e cadono. Fin dalla meta' del secolo scorso, Marx diceva che «l’isolamento e gli antagonismi nazionali dei popoli vanno via via scomparendo», che «il dominio del proletariato li fara' scomparire ancora di piu'». Lo sviluppo ulteriore dell’umanita', con il gigantesco sviluppo della produzione capitalistica, con il mescolarsi delle nazionalita' e con l’unificazione delle genti in territori sempre piu' estesi, da' una conferma decisiva alla teoria di Marx.
Il desiderio del Bauer di rappresentare la societa' socialista come «un quadro variopinto di unioni nazionali individuali e di corporazioni territoriali» e' un timido tentativo di trasformare la concezione marxista del socialismo in una concezione bakunista riformata. La storia del socialismo insegna che tutti i tentativi di questo genere racchiudono in sé gli elementi del loro inevitabile fallimento.
Non parliamo neppure del cosiddetto «principio socialista delle nazionalita'» esaltato dal Bauer, che si risolve, a nostro parere, nel sostituire il principio socialista della lotta di classe col «principio» borghese «della nazionalita'». Se l’autonomia nazionale parte da un principio cosi' equivoco, bisogna riconoscere che puo' soltanto nuocere al movimento operaio.
È vero che questo nazionalismo non e' molto limpido, perché e' abilmente mascherato con frasi socialiste, ma esso e' tanto piu' nocivo al proletariato. Si puo' sempre aver ragione di un nazionalismo aperto: non e' difficile riconoscerlo. Molto piu' difficile e' lottare contro un nazionalismo mascherato e irriconoscibile sotto la sua maschera. Coprendosi con la corazza del socialismo, esso e' meno vulnerabile e piu' vitale. Vivendo poi tra gli operai, avvelena l’atmosfera, diffondendo le idee nefaste della diffidenza reciproca e della separazione degli operai delle diverse nazionalita'.
Ma non soltanto per questo l’autonomia nazionale e' nociva. Essa prepara il terreno non solo per la divisione delle nazioni, ma anche per il frazionamento del movimento operaio unico. L’idea dell’autonomia nazionale crea le premesse psicologiche per la divisione del partito unico degli operai in diversi partiti, costituiti sulla base della nazionalita'. Dopo i partiti, si disgregano i sindacati e si giunge al completo frazionamento. Cosi' un movimento di classe unitario si scinde in rivoli nazionali distinti.
L’Austria, la patria dell’«autonomia nazionale», offre gli esempi piu' tristi di questo fenomeno. Il partito socialdemocratico austriaco, un tempo unico, ha cominciato dal 1897 (Congresso di Wimberg) a scindersi in vari partiti. Dopo il Congresso di Brünn (1899) che voto' per l’autonomia nazionale, la scissione si e' accentuata ancor piu'. Infine si e' giunti a tal punto che, invece di un unico partito internazionale, esistono ora sei partiti nazionali, fra i quali il Partito socialdemocratico ceco non vuole aver niente a che fare con la socialdemocrazia tedesca.
Ma ai partiti sono legati i sindacati. In Austria, sono gli stessi operai socialdemocratici che svolgono l’attivita' principale, sia nei partiti che nei sindacati. Percio' c’era da temere che il separatismo nel partito avrebbe condotto al separatismo nei sindacati, che anche i sindacati si sarebbero scissi. E cosi' e' avvenuto: anche i sindacati si sono divisi secondo le nazionalita'. Ora si arriva spesso al punto che gli operai cechi sabotano lo sciopero degli operai tedeschi o partecipano alle elezioni amministrative a fianco dei borghesi cechi contro gli operai tedeschi.
Si vede dunque che l’autonomia culturale nazionale non risolve la questione nazionale. Anzi l’acutizza e la complica, creando un terreno favorevole alla rottura dell’unita' del movimento operaio, alla divisione degli operai secondo la nazionalita', al rafforzamento degli attriti nelle loro file. Questi sono i frutti dell’autonomia nazionale.
V. Il Bund, il suo nazionalismo, il suo separatismo
Abbiamo detto sopra che il Bauer, pur riconoscendo necessaria l’autonomia nazionale per i cechi i polacchi, ecc., si esprime nondimeno contro l’autonomia per gli ebrei. Alla domanda: «Deve la classe operaia rivendicare l’autonomia per il popolo ebraico?», i1 Bauer risponde che «l’autonomia nazionale non puo' essere una rivendicazione degli operai ebrei». La ragione, secondo il Bauer, e' che «la societa' capitalistica non permette loro (agli ebrei. G. St.) di mantenersi come nazione».
In breve, la nazione ebraica cessa di esistere, dunque non c’e' motivo di rivendicarne l’autonomia. Gli ebrei si vanno assimilando.
Quest’opinione sul destino degli ebrei come nazione non e' nuova. Marx l’enuncio' sin dalla meta' del secolo scorso, riferendosi soprattutto agli ebrei tedeschi. Kautsky la ripeté nel 1903, riferendosi agli ebrei russi. Ora la ripete il Bauer, riferendosi agli ebrei austriaci, con questa differenza, pero', che egli nega non il presente, ma l’avvenire della nazione ebraica.
Egli spiega l’impossibilita' per gli ebrei di mantenersi come nazione col fatto che «gli ebrei non hanno un territorio delimitato di colonizzazione». Pero' questa spiegazione, fondamentalmente vera, non contiene tutta la verita'. Sta di fatto, innanzi tutto, che non esiste uno strato considerevole di ebrei stabilmente legato alla terra, che consolidi naturalmente la nazione costituendone non solo l’ossatura, ma anche il mercato «nazionale». Su cinque o sei milioni di ebrei russi, solo il tre o quattro per cento sono legati in un modo o nell’altro all’agricoltura; il novantasei per cento sono occupati nel commercio, nell’industria, in uffici urbani e in generale vivono nelle citta', ed inoltre, sparpagliati per la Russia, non costituiscono la maggioranza in nessun governatorato.
In tal modo, infiltrati in regioni di altra nazionalita', gli ebrei formano minoranze nazionali, che servono soprattutto le nazioni «straniere» in qualita' di industriali, commercianti o liberi professionisti, uniformandosi, naturalmente, alle «nazioni straniere» per la lingua, ecc. Tutto cio', dato il crescente mescolarsi delle nazionalita', caratteristico nelle forme sviluppate dal capitalismo, porta all’assimilazione degli ebrei. L’eliminazione dell’obbligo di vivere in determinate «zone di residenza» non puo' che accelerarla.
Per conseguenza, la questione dell’autonomia nazionale per gli ebrei russi assume un carattere alquanto strano: si propone l’autonomia per una nazione di cui si nega l’avvenire, di cui resta ancora da provare l’esistenza!
Nondimeno il Bund si e' messo su questa posizione strana e incerta, approvando nel suo VI Congresso (1905) un «programma nazionale» ispirato all’autonomia nazionale.
Due circostanze hanno spinto il Bund a questo.
La prima e' l’esistenza del Bund come organizzazione degli operai socialdemocratici ebrei, e soltanto ebrei. Ancora prima del 1897, gruppi socialdemocratici che lavoravano tra gli operai ebrei si erano prefissi di creare «una particolare organizzazione operaia ebraica». Nel 1897 crearono quest’organizzazione, unendosi nel Bund. Questo accadde quando la socialdemocrazia della Russia non esisteva ancora, di fatto, come un tutto unico.
Da allora il Bund e' cresciuto e si e' esteso ininterrottamente, distinguendosi sempre di piu' sullo sfondo dei giorni grigi della socialdemocrazia della Russia... Ma eccoci all’inizio del secolo XX. Ha inizio un movimento operaio di massa. La socialdemocrazia polacca si sviluppa e attrae gli operai ebrei nella lotta di massa. La socialdemocrazia della Russia si sviluppa ed attira a sé gli operai «bundisti». La cornice nazionale del Bund, priva di una base territoriale, diventa angusta. Il Bund si trova di fronte a un dilemma: o dissolversi nell’ondata generale internazionale, o difendere la propria esistenza indipendente di organizzazione extraterritoriale. Il Bund sceglie quest’ultima soluzione.
Cosi' viene creata la «teoria» del Bund come «unico rappresentante del proletariato ebraico».
Ma giustificare in un modo piu' o meno «semplice» questa strana «teoria» era impossibile. Occorreva darle una veste «di princi'pi», una giustificazione «di principio». Questa veste fu l’autonomia culturale nazionale. Il Bund si aggrappo' ad essa, prendendola a prestito dalla socialdemocrazia austriaca. Se gli austriaci non avessero avuto questo programma, il Bund lo avrebbe inventato, per giustificare «in linea di principio» la sua esistenza indipendente.
In tal modo, dopo un timido tentativo fatto nel 1901 (IV Congresso), il Bund adotto' definitivamente nel 1905 il suo «programma nazionale» (VI Congresso).
La seconda circostanza e' la particolare situazione degli ebrei, che formano minoranze nazionali separate in seno a maggioranze nazionali compatte di intere province. Abbiamo gia' detto che tale situazione mina l’esistenza degli ebrei come nazione, li sospinge sulla via dell’assimilazione. Ma questo e' un processo oggettivo. Soggettivamente, nella mente degli ebrei, suscita una reazione e fa sorgere il problema della garanzia dei loro diritti di minoranza nazionale, il problema della garanzia contro l’assimilazione. Propugnando la vitalita' della «nazionalita'» ebraica, il Bund non poteva non sostenere il punto di vista della «garanzia»; e, presa una posizione di questo genere, non poteva non accogliere l’autonomia nazionale, perché. se doveva aggrapparsi ad una qualsiasi autonomia, poteva aggrapparsi soltanto all’autonomia nazionale, cioe' culturale nazionale. Di un’autonomia territoriale-politica degli ebrei non si poteva neanche parlare, in quanto essi erano privi di un territorio unito e definito.
È caratteristico che il Bund abbia sottolineato fin dall’inizio il carattere nazionale dell’autonomia come garanzia dei diritti delle minoranze nazionali,come garanzia del «libero sviluppo» delle nazioni. Non a caso il rappresentante del Bund al Congresso della socialdemocrazia della Russia, Golblatt, defini' l’autonomia nazionale come «istituzione che garantisce loro (alle nazioni. G. St.) la piena liberta' di sviluppo culturale». I sostenitori delle idee del Bund sono entrati nel gruppo socialdemocratico alla quarta Duma, avanzando la stessa proposta.
Cosi' il Bund ha assunto la strana posizione dell’autonomia nazionale degli ebrei.
Abbiamo esaminato sopra l’autonomia nazionale in generale. L’esame ci ha dimostrato che l’autonomia nazionale conduce al nazionalismo. Vedremo piu' avanti che il Bund e' gia' arrivato a questo punto. Ma il Bund considera l’autonomia nazionale anche da un punto di vista particolare: quello della garanzia dei diritti delle minoranze nazionali. Esaminiamo la questione anche da questo punto di vista particolare. Cio' e' tanto piu' necessario, in quanto la questione delle minoranze nazionali, e non solo delle minoranze ebraiche, ha una grande importanza per la socialdemocrazia.
Dunque: «istituzioni che garantiscano» alle nazioni «la piena liberta' di sviluppo culturale» (il corsivo e' nostro. G. St.).
Ma che cosa sono mai tali «istituzioni che garantiscano», ecc.?
Prima di tutto il «consiglio nazionale» di Springer-Bauer, una specie di Dieta per gli affari culturali.
Ma possono queste istituzioni garantire «la piena liberta' di sviluppo culturale» delle nazioni? Puo' una qualsiasi Dieta per gli affari culturali garantire le nazioni dalle persecuzioni nazionalistiche?
Il Bund ritiene di si'.
Ma la storia dice il contrario.
Nella Polonia russa c’e' stata una volta una Dieta, una Duma politica, ed essa, certo, si e' sforzata di garantire la liberta' di «sviluppo culturale» dei polacchi; pero' non solo non vi e' riuscita, ma al contrario e' caduta essa stessa nell’impari lotta contro le condizioni politiche generali della Russia.
In Finlandia esiste da molto tempo una Dieta che si sforza anch’essa di difendere dagli «attentati» la nazionalita' finnica, ma tutti possono vedere se riesce a fare gran che in questo senso.
Certo, c’e' differenza tra Dieta e Dieta e non e' cosi' facile sbarazzarsi della Dieta finlandese, organizzata democraticamente, come ci si e' sbarazzati di quella polacca aristocratica. Ma, comunque, l’elemento decisivo non e' rappresentato dalla Dieta, ma dall’ordinamento generale della Russia: se oggi in Russia esistessero gli stessi ordinamenti politico-sociali brutalmente asiatici, come nel passato, come negli anni della soppressione della Dieta polacca, le cose andrebbero peggio per la Dieta finlandese. Del resto, la politica di «attentati» contro la Finlandia si sviluppa e non si puo' dire che abbia subito sconfitte.
Se cosi' stanno le cose per antiche istituzioni formatesi storicamente, come le Diete politiche, tanto meno potranno garantire il libero sviluppo nazionale delle Diete recenti, e per giunta deboli come le Diete «culturali». Il problema non sta evidentemente nelle «istituzioni», ma negli ordinamenti generali del paese. Se nel paese non c’e' democrazia, non c’e' neppure garanzia di «piena liberta' di sviluppo culturale» delle nazionalita'. Si puo' dire con sicurezza che quanto piu' un paese e' democratico, tanto minori sono gli «attentati» alla «liberta' delle nazionalita'» e tanto maggiori le garanzie contro gli «attentati».
La Russia e' un paese semiasiatico e percio' la politica di «attentati» assume non di rado le forme piu' brutali, le forme di pogrom. Inutile dire che le «garanzie» in Russia, sono ridotte ai minimi termini.
La Germania e' gia' Europa, con maggiore o minor liberta' politica. Non c’e' da meravigliarsi se la politica di «attentati» non vi assume mai la forma di pogrom.
In Francia, si capisce, vi sono «garanzie» ancora maggiori, perché la Francia e' piu' democratica della Germania.
Non parliamo poi della Svizzera, dove, grazie all’alto livello di democrazia, anche se borghese, le nazionalita', minoranze o maggioranze che siano, vivono liberamente.
Dunque il Bund e' su una falsa strada, quando afferma che le «istituzioni» di per sé possono garantire il pieno sviluppo culturale delle nazionalita'.
Si potrebbe osservare che lo stesso Bund considera la democratizzazione della Russia come condizione preliminare per la «creazione di istituzioni» e per la garanzia della liberta'. Ma cio' non e' esatto. Dal Resoconto dell’VIII Conferenza del Bund risulta che questo pensa di ottenere le «istituzioni» sulla base degli ordinamenti attuali in Russia, per mezzo di una «riforma» della comunita' ebraica.
«La comunita' — diceva a questa conferenza uno dei capi del Bund — puo' diventare il nucleo della futura autonomia culturale nazionale. L’autonomia culturale nazionale e' una forma di self-service, di servigio reso dalla nazione a se stessa, una forma di soddisfacimento delle rivendicazioni nazionali. La forma della comunita' nasconde lo stesso contenuto. Sono anelli di una stessa catena, tappe di una sola evoluzione».
Partendo da questa premessa, la conferenza ha deciso che bisogna lottare «per una riforma della Comunita' ebraica e per la sua trasformazione in una istituzione laica», organizzata democraticamente, da ottenersi per vie legali (il corsivo e' nostro. G. St.).
È chiaro che il Bund considera come condizione e garanzia non la democratizzazione della Russia, ma la futura «istituzione laica» degli ebrei, ottenuta mediante la «riforma della comunita' ebraica», per cosi' dire per via «legislativa», attraverso la Duma delle esigenze nazionali. La forma della comunita' nasconde lo stesso contenuto. Sono anelli di una sola catena, tappe di una sola evoluzione».
Ma abbiamo gia' visto che le «istituzioni», se manca un ordinamento democratico di tutto lo stato, non possono servire di per sé come «garanzie».
E allora, come fare nel futuro ordinamento democratico? Non occorreranno anche in regime di democrazia speciali «istituzioni culturali che garantiscano», ecc.? Come stanno le cose, a questo riguardo, per esempio, nella democratica Svizzera?
Esistono in Svizzera speciali istituzioni culturali del tipo del «consiglio nazionale» di Springer? No, non ne esistono. E non ne soffrono gli interessi culturali, per esempio, degli italiani, che sono in Svizzera una minoranza? Non se ne sente parlare.
Ed e' comprensibile: la democrazia in Svizzera rende superflua qualsiasi «istituzione» nazionale particolare, «che garantisca», ecc.
Impotenti oggi, dunque, e superflue domani: tali sono le istituzioni per l’autonomia culturale nazionale, tale e' l’autonomia nazionale.
Ma essa e' ancor piu' nociva quando si riferisce a una «nazione» la cui esistenza e il cui avvenire sono dubbi. In simili casi, i sostenitori dell’autonomia nazionale sono costretti a difendere e a conservare tutte le particolarita' della «nazione», e non solo quelle utili, ma anche quelle dannose, pur di «salvare la nazione» dall’assimilazione, pur di «conservarla».
Il Bund doveva inevitabilmente mettersi su questa strada pericolosa. E in realta' ci si e' messo. Ci riferiamo alle note risoluzioni delle ultime conferenze del Bund sul «sabato», sul «gergo», ecc.
La socialdemocrazia rivendica il diritto della lingua materna per tutte le nazioni, ma il Bund non si contenta di questo; esso esige che si difenda «con particolare fermezza» il «diritto della lingua ebraica» (il corsivo e' nostro. G. St.); e inoltre, nelle elezioni alla IV Duma da' «la preferenza a quello tra loro (cioe' tra gli elettori diretti) che si impegni a difendere il diritto della lingua ebraica».
Non il diritto generale di usare la lingua materna, ma il diritto particolare di usare la lingua ebraica, il gergo! Gli operai delle diverse nazionalita' si devono battere prima di tutto per la propria lingua: gli ebrei per l’ebraica, i georgiani per la georgiana, ecc. La lotta per il diritto comune di tutte le nazioni e' una questione di secondo ordine. Voi potete anche non riconoscere a tutte le nazioni oppresse il diritto all’uso della lingua materna; ma se avete riconosciuto il diritto all’uso del gergo, sappiate che il Bund votera' per voi, che il Bund vi «preferira'».
Ma in che cosa differisce dunque il Bund dai nazionalisti borghesi?
La socialdemocrazia vuol ottenere un giorno settimanale di riposo obbligatorio, ma il Bund non se ne accontenta ed esige che «per via legislativa» sia «garantito al proletariato ebraico il diritto di festeggiare anche un altro giorno».
C’e' da credere che il Bund fara' «un passo avanti» ed esigera' il diritto di celebrare tutte le antiche feste ebraiche. E se, per disgrazia del Bund, gli operai ebrei si fossero liberati dai pregiudizi e non desiderassero celebrarle, il Bund, con la sua agitazione per «il diritto del sabato», rammenterebbe loro il sabato, coltiverebbe in loro, per cosi' dire, «lo spirito del sabato»...
È percio' del tutto comprensibile che all’VIII conferenza del Bund siano stati pronunziati «dei discorsi infuocati» per rivendicare «ospedali ebraici», giustificando questa rivendicazione con la affermazione che «il malato si sente meglio tra i suoi», che «l’operaio ebreo si sentirebbe a disagio tra gli operai polacchi e si sentirebbe invece bene tra i bottegai ebrei».
Conservare tutto cio' che e' ebraico, conservare tutte le particolarita' nazionali degli ebrei, anche quelle notoriamente dannose per il proletariato, isolare gli ebrei da tutto cio' che non e' ebraico, costruire perfino ospedali speciali, ecco dove e' arrivato il Bund!
Il compagno Plekhanov aveva mille volte ragione quando diceva che il Bund «adatta il socialismo al nazionalismo». Certo, V. Kossovski e i bundisti che gli assomigliano possono accusare Plekhanov di «demagogia» — la carta sopporta tutto — ma per chi conosce l’attivita' del Bund non e' difficile comprendere che queste brave persone hanno semplicemente paura di dire la verita' sul proprio conto e si mascherano con parole grosse contro la «demagogia»...
Ma una volta presa una posizione simile sulla questione nazionale, il Bund doveva naturalmente mettersi sulla via dell’isolamento degli operai ebrei anche nel campo organizzativo, sulla via delle curie nazionali in seno alla socialdemocrazia. Tale e' infatti la logica dell’autonomia nazionale.
Elettivamente, dalla teoria della «rappresentanza unica» il Bund passa alla teoria della «delimitazione nazionale» degli operai. Esso esige dalla socialdemocrazia russa che «introduca nella sua struttura organizzativa la «delimitazione secondo le nazionalita'». Dalla «delimitazione» fa poi «un passo avanti» verso la teoria dell’«isolamento». Non per nulla all’VIII Conferenza del Bund si son sentiti discorsi come questo: «l’esistenza della nazione e' nell’isolamento».
Il federalismo organizzativo cela in sé elementi di disgregazione e di separatismo. Il Bund marcia verso il separatismo.
E del resto, in verita', non saprebbe piu' dove andare. La sua stessa esistenza di organizzazione non territoriale lo spinge sulla via del separatismo. Il Bund non ha un territorio determinato, si appoggia a territori «altrui», mentre la socialdemocrazia polacca, lettone e russa, con le quali si trova incontatto, sono collettivita' territoriali-internazionali. Il risultato e' che ogni ampliamento di queste collettivita' rappresenta un «guaio» per il Bund, un restringersi del suo campo di azione. Una delle due: o tutta la socialdemocrazia della Russia si riorganizzera' sulle basi del nazionalismo federale, e allora il Bund avra' la possibilita' di «assicurarsi» il proletariato ebraico; oppure restera' in vigore il principio territoriale internazionale di queste collettivita', e il Bund allora dovra' riorganizzarsi secondo i principi dell’internazionalismo, come avviene nella socialdemocrazia polacca e lettone.
Questo spiega perché fin dal principio il Bund abbia chiesto la «riorganizzazione della socialdemocrazia della Russia su basi federative».
Nel l906, cedendo all’ondata unitaria che veniva dalla base, esso scelse la via di mezzo, entrando nella socialdemocrazia della Russia. Ma come vi e' entrato? Mentre la socialdemocrazia polacca e lettone vi sono entrate per lavorare tranquillamente insieme, il Bund vi e' entrato allo scopo di lottare per la federazione. Il dirigente del Bund, Medem, cosi' parlava allora:
«Noi vi andiamo non per un idillio, ma per la lotta. Non c’e' idillio, e soltanto i Manilov (7) possono sperarlo nel prossimo futuro. Il Bund deve entrare nel partito, armato dalla testa ai piedi».
Sarebbe un errore attribuire queste parole alla cattiva volonta' di Medem. Non si tratta di cattiva volonta', ma della posizione particolare del Bund, a causa della quale esso non puo' non lottare contro la socialdemocrazia della Russia, edificata sulle basi dell’internazionalismo. Lottando contro di essa, il Bund, naturalmente, ha danneggiato gli interessi dell’unita'. Si e' infine arrivati al punto che esso ha rotto formalmente con la socialdemocrazia della Russia, violando lo statuto e unendosi, nelle elezioni alla IV Duma, con i nazionalisti polacchi contro i socialdemocratici polacchi.
Il Bund, evidentemente, ha creduto che la rottura fosse la miglior garanzia per la sua indipendenza.
Cosi' il «principio» della «delimitazione organizzativa» ha avuto come conseguenza il separatismo e la rottura completa.
Polemizzando con la vecchia “Iskra” a proposito del federalismo, il Bund tempo fa scriveva:
«L’“Iskra” vuole convincerci che i rapporti federativi del Bund con la socialdemocrazia della Russia indeboliranno necessariamente i nostri reciproci legami. Non possiamo confutare questa opinione richiamandoci alla esperienza della Russia, per la semplice ragione che la socialdemocrazia della Russia non e' una associazione federativa. Ma possiamo richiamarci all’esperienza straordinariamente istruttiva della socialdemocrazia in Austria, che ha preso un carattere federativo in base alle decisioni del Congresso del 1897».
Queste parole sono state scritte nel 1902.
Ma ora siamo nel 1913. Abbiamo adesso l’«esperienza» della Russia e l’«esperienza della socialdemocrazia dell’Austria»
Che cosa ci dicono l’una e l’altra?
Cominciamo dall’esperienza «straordinariamente interessante della socialdemocrazia austriaca».
Nel 1896 in Austria c’era ancora un solo partito socialdemocratico. In quell’anno i cechi per primi chiedono al Congresso Internazionale di Londra una rappresentanza separata e la ottengono. Nel 1897, al Congresso di Vienna (Wimberg), il partito unico viene formalmente liquidato e si crea in sua vece un’unione federativa di sei «gruppi socialdemocratici» nazionali. In seguito, questi «gruppi» si trasformano in partiti indipendenti. A poco a poco questi partiti rompono i legami tra loro. Dopo i partiti si scinde il gruppo parlamentare, si formano dei «circoli» nazionali. Ai partiti tengono dietro i sindacati e si dividono anche essi per nazionalita'. Il movimento si estende perfino alle cooperative: i separatisti cechi invitano gli operai a frazionarle. Non parliamo neppure del fatto che l’azione separatista indebolisce nei lavoratori il sentimento di solidarieta', spingendoli non di rado sulla via del crumiraggio.
Cosi', l’«esperienza straordinariamente istruttiva della socialdemocrazia austriaca» e' contro il Bund, per la vecchia “Iskra” (8). Il federalismo nel partito austriaco ha portato al piu' vergognoso separatismo, alla rottura dell’unita' del movimento operaio.
Abbiamo visto sopra che la «pratica in Russia» dice la stessa cosa. I separatisti del Bund, come i cechi, hanno rotto con la comune socialdemocrazia della Russia. Per quanto riguarda i sindacati, i sindacati del Bund, essi fin dal principio furono organizzati sulla base della nazionalita', cioe' separati dagli operai delle altre nazionalita'.
Isolamento completo, rottura completa, ecco quello che insegna la «pratica russa» del federalismo.
Non c’e' da meravigliarsi che un tale stato di cose si ripercuota sugli operai affievolendone il senso di solidarieta', demoralizzandoli, e che la demoralizzazione penetri anche nel Bund. Alludiamo agli urti sempre piu' frequenti tra operai ebrei e polacchi a causa della disoccupazione. Ecco quali discorsi si sentivano in proposito alla IX Conferenza del Bund:
«Noi consideriamo gli operai polacchi che ci soppiantano, come autori di pogrom, come provocatori, non sosteniamo i loro scioperi ma li sabotiamo. In secondo luogo, all’imposizione risponderemo con l’imposizione: in risposta al divieto fatto agli operai ebrei di entrare nelle fabbriche, non permetteremo che gli operai polacchi si avvicinino ai telai... Se non prenderemo questa lotta nelle nostre mani, i nostri operai seguiranno gli altri» (il corsivo e' nostro. G. St.).
Cosi' si parla della solidarieta' alla conferenza del Bund.
Come «delimitazione» e «isolamento» non e' possibile andare oltre. Il Bund ha raggiunto il suo scopo: esso divide gli operai delle diverse nazionalita' sino a spingerli al conflitto, al crumiraggio Non potrebbe essere diversamente: «se non prenderemo questa lotta nelle nostre mani, i nostri operai seguiranno gli altri».
Disorganizzazione del movimento operaio, demoralizzazione nelle file della socialdemocrazia: ecco a che cosa conduce il federalismo del Bund.
L’idea dell’autonomia culturale nazionale e l’atmosfera che questa genera si e' dunque dimostrata ancor piu' nociva in Russia che in Austria.
VI. I caucasiani e la conferenza dei liquidatori
Abbiamo parlato dei tentennamenti di una parte dei socialdemocratici del Caucaso, che non hanno resistito alla «epidemia» nazionalistica. Questi tentennamenti si sono manifestati nel fatto che i suddetti socialdemocratici hanno seguito — per quanto sembri strano — le orme del Bund, proclamando l’autonomia culturale nazionale.
Autonomia regionale per tutto il Caucaso e autonomia culturale nazionale per le nazioni che fanno parte del Caucaso: cosi' formulano la loro rivendicazione questi socialdemocratici, che, sia detto tra parentesi, son legati ai liquidatori russi.
Ascoltiamo uno dei loro capi, il noto N (9).
«Tutti sanno che il Caucaso si distingue profondamente dalle province centrali, sia per la composizione etnica della popolazione, sia per il territorio e per l’economia agricola. Lo sfruttamento e lo sviluppo materiale di queste regioni esigono lavoratori del luogo, che conoscano le particolarita' locali e siano abituati al clima e alle coltivazioni locali. È necessario che tutte le leggi che perseguono il fine di sfruttare il territorio della regione siano emanate sul posto e siano applicate da forze locali. Per conseguenza, l’emanazione delle leggi concernenti i problemi locali sara' di competenza dell’organo centrale dell’autoamministrazione del Caucaso... In questa maniera, le funzioni dell’organo centrale del Caucaso consisteranno nell’ emanare leggi dirette allo sfruttamento economico del territorio locale, allo sviluppo materiale della regione».
Dunque: autonomia regionale del Caucaso.
Se si prescinde dalla motivazione addotta da N., alquanto confusa e incoerente, bisogna riconoscere che la sua conclusione e' giusta. L’autonomia regionale del Caucaso, operante nella cornice della costituzione generale dello stato — cosa che anche N. non nega — e' effettivamente necessaria, data la particolare conformazione e le condizioni di vita del Caucaso stesso. Lo ha riconosciuto anche la socialdemocrazia della Russia, che al II Congresso si e' pronunciata per «l’autoamministrazione regionale in quelle regioni periferiche, che per le loro condizioni di esistenza e per la composizione della popolazione differiscono dalle regioni propriamente russe».
Il Martov, nel mettere in discussione questo punto al II Congresso, lo giustifico' dicendo che «l’immensita' della Russia e l’esperienza del nostro governo centralizzato ci danno motivo di ritener necessaria e opportuna l’esistenza di un’amministrazione regionale per grandi territori come la Finlandia, la Polonia, la Lituania e il Caucaso».
Ne consegue che per autoamministrazione regionale bisogna intendere autonomia regionale.
Ma N. va piu' in la'. Secondo lui, l’autonomia regionale del Caucaso abbraccia «soltanto un lato della questione».
«Finora abbiamo parlato soltanto dello sviluppo materiale della vita locale. Ma allo sviluppo economico del paese contribuisce non solo l’attivita' economica, ma anche quella spirituale-culturale... «Una nazione forte nel campo della cultura e' forte anche nella sfera economica...». «Ma lo sviluppo culturale di una nazione e' possibile solo nella lingua nazionale... Percio' tutte le questioni relative alla lingua materna sono questioni culturali nazionali. Sono queste le questioni dell’istruzione, dell’amministrazione della giustizia, della chiesa, della letteratura, dell’arte, della scienza, del teatro, ecc.. Se la questione dello sviluppo materiale del paese unisce le nazioni, i problemi nazional-culturali le separano, chiudono ciascuna di esse nel suo proprio recinto. L’attivita' economica e' legata ad un territorio ben definito». «Non cosi' i problemi culturali nazionali. Essi non sono legati ad un territorio determinato, ma all’esistenza di una determinata nazione. Le sorti della lingua georgiana interessano ugualmente tutti i georgiani, dovunque essi vivano. Sarebbe dar prova di grande ignoranza dire che la cultura georgiana riguarda solo i georgiani che vivono nella Georgia. Prendiamo per esempio la chiesa armena. Alla amministrazione dei suoi affari prendono parte gli armeni di diverse localita' e di diversi stati. In questo caso il territorio non ha nessuna importanza. Un altro esempio: alla creazione di un museo georgiano sono interessati tanto il georgiano di Tiflis quanto quello di Baku', di Kutais, di Pietroburgo, ecc. Cio' significa che l’amministrazione e la direzione di tutti gli affari culturali nazionali deve essere lasciata alle nazioni interessate. Noi proclamiamo l’autonomia culturale nazionale delle nazionalita' del Caucaso».
Insomma, siccome la cultura non e' il territorio e il territorio non e' la cultura, e' necessaria l’autonomia culturale nazionale. Questo e' tutto quello che N. sa dire in favore di quest’ultima.
Non ritorneremo qui ancora una volta sull’autonomia nazional-culturale in genere: ne abbiamo gia' rilevato il carattere negativo. Vorremmo soltanto osservare che l’autonomia culturale nazionale, inutile in generale, e' ancor piu' insensata e assurda dal punto di vista delle condizioni del Caucaso.
Ed ecco perché.
L’autonomia culturale nazionale presuppone nazionalita' piu' o meno sviluppate, con una cultura ed una letteratura progredite. Senza queste condizioni, l’autonomia perde ogni significato e si trasforma in un’assurdita'. Ma nel Caucaso c’e' tutta una serie di popolazioni con una cultura primitiva, con una lingua propria, ma senza una propria letteratura; una serie di popolazioni, per giunta, che sono in un periodo di transizione; che in parte si assimilano, in parte invece si sviluppano ulteriormente. Come applicare a queste popolazioni l’autonomia culturale nazionale? Come comportarsi con queste popolazioni? Come «organizzarle» in unioni culturali nazionali separate, che sono indubbiamente il presupposto dell’autonomia culturale nazionale?
Come regolarsi con i mingreli, con gli abkhasi, con gli adzeri, con gli svani, con i lezghini e altri, che parlano lingue diverse, ma non hanno una letteratura propria? A quali nazioni attribuirli? È possibile «organizzarli» in unioni nazionali? Intorno a quali «questioni culturali» e' possibile «organizzarli»?
Come regolarsi con gli osseti, dei quali i transcaucasici si vanno assimilando ai georgiani (ma sono ancora lontani dall’essersi assimilati), e i ciscaucasici in parte si assimilano ai russi e in parte si sviluppano ancora, dando origine ad una propria letteratura? Come «organizzarli» in una sola unione nazionale?
A quale unione nazionale assegnare gli adzeri, che parlano la lingua georgiana, ma sono di cultura turca e professano la religione musulmana? Non si dovrebbe «organizzarli» separatamente dai georgiani sulla base delle questioni religiose e insieme ai georgiani sulla base delle altre questioni culturali? E i cobuleti? E gli ingusci? E gli inghiloizi?
Che cos’e' quest’autonomia che esclude dall’elenco tutta una serie di nazionalita'?
No, questa non e' una soluzione della questione nazionale, questo e' il parto di una fantasia oziosa.
Ma ammettiamo pure l’inammissibile e supponiamo che l’autonomia culturale nazionale del nostro N. venga realizzata. A che cosa condurra'? A quali risultati? Prendiamo, per esempio, i tartari della Transcaucasia con la loro bassissima percentuale di persone che sappiano leggere e scrivere, con le loro scuole, a capo delle quali stanno gli onnipotenti mullah, con la loro cultura impregnata di spirito religioso... Non e' difficile comprendere che «organizzarli» in un’unione culturale nazionale significa mettere alla loro testa i mullah reazionari, significa creare una nuova fortezza per l’asservimento spirituale delle masse tartare al loro peggiore nemico.
Da quando in qua i socialdemocratici portano acqua al mulino dei reazionari?
È possibile che i liquidatori del Caucaso non avessero nulla di meglio da «proclamare» che i tartari della Transcaucasia dovessero essere confinati in un’unione culturale nazionale destinata ad asservire le masse ai peggiori reazionari?
No, questa non e' una soluzione della questione nazionale.
La questione nazionale nel Caucaso puo' esser risolta solo nel senso di attirare le nazioni e le popolazioni arretrate nell’alveo comune di una cultura superiore. Solo questa soluzione puo' essere progressiva e puo' essere accettata dalla socialdemocrazia. L’autonomia regionale del Caucaso puo' essere accettata perche' trascina le nazioni arretrate nel generale sviluppo culturale, le aiuta a uscire dal loro guscio angusto di piccole nazionalita', le spinge in avanti e facilita il loro accesso ai benefici di una cultura piu' alta. Invece l’autonomia culturale nazionale agisce in senso addirittura opposto, perche' rinchiude le nazioni nel vecchio guscio, le incatena ai gradini piu' bassi dello sviluppo culturale, impedisce loro di innalzarsi ai gradi piu' elevati della cultura.
In questo modo l’autonomia nazionale paralizza i lati positivi dell’autonomia regionale, li riduce a zero.
Appunto per questo e' inutile anche quel tipo misto di autonomia proposto da N., consistente nel combinare l’autonomia culturale nazionale con quella regionale. Questa combinazione contro natura non migliora la situazione, ma la peggiora, perche', oltre ad ostacolare lo sviluppo delle nazioni arretrate, trasforma anche l’autonomia regionale in un’arena di scontri tra le nazioni organizzate nelle unioni nazionali.
Cosi' l’autonomia nazional-culturale, inutile in generale, si trasformerebbe nel Caucaso in un insensato tentativo reazionario.
Questa e' l’autonomia culturale nazionale,di N. e dei suoi amici caucasiani.
Il futuro mostrera' se i liquidatori caucasiani faranno ancora «un passo avanti» e seguiranno le orme del Bund anche nella questione organizzativa. Finora nella storia della socialdemocrazia il federalismo organizzativo ha sempre preceduto l’inclusione,dell’autonomia nazionale nel programma.
I socialdemocratici austriaci hanno applicato il federalismo organizzativo fin dal 1897 e solo due anni dopo (1899) hanno approvato l’autonomia nazionale. I bundisti hanno parlato esplicitamente di autonomia nazionale per la prima volta nel 1901, mentre avevano applicato il federalismo organizzativo fin dal 1897.
I liquidatori caucasiani hanno incominciato dalla fine, dall’autonomia nazionale. Se vorranno spingersi piu' avanti sulle orme del Bund, dovranno distruggere preventivamente tutto l’attuale edificio organizzativo, costruito alla fine del secolo scorso sulle basi dell’internazionalismo.
Ma se e' stato facile approvare l’autonomia nazionale, che per ora non e' compresa dagli operai, altrettanto difficile sara' distruggere un edificio costruito nel corso di anni e anni, amato ed esaltato dagli operai di tutte le nazionalita' del Caucaso. Bastera' accingersi a quest’impresa degna di Erostrato, perche' gli operai aprano gli occhi e comprendano l’essenza nazionalistica dell’autonomia culturale nazionale.
Se i caucasiani risolvono la questione nazionale seguendo i metodi abituali, attraverso i dibattiti orali e la discussione sulla stampa, la conferenza dei liquidatori di tutta la Russia (10) ha escogitato un metodo del tutto eccezionale. Un metodo facile e semplice. Ascoltate:
«Udita la comunicazione della delegazione del Caucaso... sulla necessita' di avanzare la rivendicazione della autonomia culturale nazionale, la conferenza, senza pronunziarsi sulla sostanza della rivendicazione, constata che tale interpretazione del punto del programma, che riconosce ad ogni nazionalita' il diritto di autodecisione, non e' in contrasto col preciso significato del programma stesso».
E cosi', prima «non si pronuncia sulla sostanza» della questione, e poi «constata». Metodo originale...
Che cosa mai «constata» questa conferenza originale?
Che la «rivendicazione» dell’autonomia culturale nazionale «non e' in contrasto col preciso significato» del programma, che riconosce il diritto delle nazioni all’autodecisione.
Esaminiamo questa tesi.
Il punto sull’autodecisione parla dei diritti delle nazioni. Secondo questo punto, le nazioni hanno diritto non solo all’autonomia, ma anche alla separazione. Si tratta dell’autodecisione politica. Chi volevano ingannare i liquidatori, tentando di interpretare a rovescio questo diritto di autodecisione politica delle nazioni, da tanto tempo affermato da tutta la socialdemocrazia internazionale?
O forse i liquidatori vogliono farla franca ricorrendo a un sofisma: non e' vero, dicono, che l’autonomia culturale nazionale «non e' in contrasto» con i diritti delle nazioni? Cioe', se tutte le nazioni di un determinato stato si accordano per organizzarsi secondo i princi'pi dell’autonomia culturale nazionale, esse (cioe' quel certo numero di nazioni) hanno tutto il diritto di farlo e nessuno puo' costringerle per forza ad un’altra forma di vita politica. Questo e' nuovo e intelligente. Perche' non aggiungere anche che, in linea generale, le nazioni hanno il diritto di mutare la loro costituzione, di sostituirla con un regime dispotico, di tornare ai vecchi ordinamenti, perche' le nazioni e soltanto le nazioni stesse hanno il diritto di decidere il loro destino? Ripetiamo: in questo senso, ne' l’autonomia culturale nazionale ne' qualsiasi forma di reazione nazionale «e' in contrasto» con i diritti delle nazioni.
Non voleva dir questo l’onorata conferenza?
No, non voleva dir questo. Essa afferma esplicitamente che l’autonomia culturale nazionale «non e' in contrasto» non gia' con i diritti delle nazioni, ma «col significato preciso del programma». Non si e' parlato dei diritti delle nazioni, ma del programma.
Il perche' e' chiaro. Se una qualsiasi nazione avesse interpellato la conferenza dei liquidatori, la conferenza avrebbe potuto senz’altro constatare che la nazione ha diritto all’autonomia culturale nazionale. Invece, la conferenza e' stata interpellata non da una nazione, ma da una «delegazione» di socialdemocratici del Caucaso; di cattivi socialdemocratici, in verita', ma ad ogni modo socialdemocratici. Ed essi non hanno interpellato la conferenza sui diritti delle nazioni, ma le hanno chiesto se l’autonomia culturale nazionale non e' in contraddizione coi princi'pi della socialdemocrazia, e se non e' «in contrasto» «col significato preciso» del programma socialdemocratico.
Dunque, i diritti delle nazioni e il «significato preciso» del programma socialdemocratico non sono la stessa cosa.
Evidentemente ci sono rivendicazioni che, pur non essendo in contrasto coi diritti delle nazioni, possono esserlo col «significato preciso» del programma.
Un esempio. Nel programma dei socialdemocratici c’e' un punto sulla liberta' di culto. Secondo questo punto, ogni gruppo di persone ha il diritto di praticare qualsiasi religione: il cattolicesimo, l’ortodossia, ecc. La socialdemocrazia combattera' ogni forma di repressione religiosa, combattera' le persecuzioni contro ortodossi, cattolici e protestanti. Ma questo significa forse che il cattolicesimo, il protestantesimo, ecc., «non sono in contrasto col significato preciso» del programma? No, non significa questo. La socialdemocrazia protestera' sempre contro le persecuzioni anticattoliche e antiprotestanti, difendera' sempre il diritto delle nazioni a praticare qualsiasi religione, ma nel tempo stesso, partendo da una giusta comprensione degli interessi del proletariato, condurra' un’agitazione sia contro il cattolicesimo che contro il protestantesimo e contro l’ortodossia, allo scopo di preparare il trionfo della concezione socialista.
E fara' questo perche' il protestantesimo, il cattolicesimo, l’ortodossia, ecc., sono indubbiamente «in contrasto col preciso significato» del programma, cioe' contro gli interessi giustamente intesi del proletariato.
Lo stesso si deve dire dell’autodecisione. Le nazioni hanno il diritto di organizzarsi come desiderano, hanno il diritto di conservare qualsiasi loro istituzione nazionale nociva o utile, e nessuno puo' (non ne ha il diritto!) intervenire con la violenza nella vita di una nazione. Ma questo non significa ancora che la socialdemocrazia non lottera' e non condurra' un’agitazione contro le istituzioni nazionali nocive, contro le rivendicazioni nazionali inadeguate. Al contrario, la socialdemocrazia ha l’obbligo di condurre questa agitazione e di influire sulla volonta' delle nazioni in modo che le nazioni si organizzino nella forma meglio rispondente agli interessi del proletariato. Appunto per questo, pur lottando per il diritto delle nazioni all’autodecisione, condurra' nello stesso tempo un’agitazione, per esempio, contro la separazione dei tartari e contro l’autonomia culturale nazionale delle nazioni del Caucaso, perche' sia l’una che l’altra, pur non essendo in contrasto con i diritti di quelle nazioni, sono tuttavia in contrasto «col significato preciso» del programma, cioe' contro gli interessi del proletariato del Caucaso.
Evidentemente i «diritti delle nazioni» e il «significato preciso» del programma sono due cose completamente diverse. Mentre il «significato preciso» del programma esprime gli interessi del proletariato, scientificamente formulati nel programma di quest’ultimo, i diritti delle nazioni possono esprimere gli interessi di qualsiasi classe: della borghesia, dell’aristocrazia, del clero, ecc., secondo la forza e l’influenza di queste classi. La' i doveri,del marxista, qui i diritti delle nazioni che comprendono varie classi. I diritti delle nazioni ed i princi'pi della socialdemocrazia possono essere o non essere «in contrasto», nello stesso modo che la piramide di Cheope puo' essere o non essere in contrasto con la famosa conferenza dei liquidatori. Si tratta semplicemente di cose che non possono essere messe a confronto.
Ma ne consegue che l’onorata conferenza ha confuso nella maniera piu' ingiustificabile due cose completamente diverse. Ne e' risultato non una risoluzione sulla questione nazionale, ma un’assurdita', in virtu' della quale i diritti delle nazioni e i princi'pi della socialdemocrazia «non sono in contrasto» gli uni con gli altri e per conseguenza ogni rivendicazione della nazione puo' essere compatibile con gli interessi del proletariato e quindi nessuna rivendicazione delle nazioni, che aspirano all’autodecisione, puo' «essere in contrasto col preciso significato» del programma!
Povera logica...
Sulla base di quest’assurdita' e' nata la decisione ormai celebre della conferenza dei liquidatori, secondo cui la rivendicazione dell’autonomia culturale nazionale «non e' in contrasto col preciso significato» del programma.
Ma la conferenza dei liquidatori non ha violato soltanto le leggi della logica.
Sanzionando l’autonomia culturale nazionale, essa e' venuta meno anche al suo dovere verso la socialdemocrazia della Russia. Essa ha falsato nella maniera piu' aperta il «significato preciso» del programma, perche' e' noto che il II Congresso, che approvo' il programma, respinse decisamente l’autonomia culturale nazionale. Ecco quello che si disse a questo proposito al II Congresso:
«Goldblatt (bundista): ... Ritengo necessario creare istituzioni particolari che garantiscano la liberta' di sviluppo culturale delle nazionalita' e percio' propongo di aggiungere al § 8: “e la creazione di istituzioni che garantiscano la piena liberta' di sviluppo culturale” (questa, com’e' noto, e' la formulazione data dal Bund all’autonomia culturale nazionale. G. St.).
Martynov rileva che le istituzioni generali devono essere organizzate in maniera tale che siano garantiti anche gli interessi particolari. Non e' possibile creare nessuna istituzione particolare che garantisca la liberta' di sviluppo culturale delle nazionalita'.
Jegorov: Sul problema delle nazionalita' dobbiamo accogliere solo le proposte negative vale a dire: noi siamo contro qualsiasi costrizione ai danni delle varie nazionalita'. Ma come socialdemocratici diciamo che non e' affar nostro se determinate nazionalita' si sviluppano in quanto tali. Si tratta di un processo spontaneo.
Koltsov: I delegati del Bund si offendono sempre quando si parla del loro nazionalismo. Eppure, l’emendamento proposto dal delegato del Bund ha un carattere nettamente nazionalistico. Ci si chiedono misure nettamente aggressive per sostenere perfino quelle nazionalita' che vanno scomparendo ».
... In conclusione, «l’emendamento di Goldblatt viene respinto dalla maggioranza con tre voti contrari».
È dunque chiaro che la conferenza dei liquidatori si e' messa «in contrasto» col significato preciso del programma. Essa ha violato il programma.
I liquidatori tentano ora di giustificarsi, riferendosi al congresso di Stoccolma, che avrebbe sanzionato l’autonomia culturale nazionale. Cosi' Vl. Kossovski scrive:
«Come e' noto, secondo l’accordo raggiunto al Congresso di Stoccolma, il Bund e' stato autorizzato a conservare il suo programma nazionale (fino alla soluzione della questione nazionale al congresso generale del partito). Questo congresso ha riconosciuto che l’autonomia culturale nazionale, in ogni caso, non e' in contraddizione col programma generale del partito».
Ma i tentativi dei liquidatori sono vani. Il Congresso di Stoccolma non ha per nulla pensato di sanzionare il programma del Bund, ha solo consentito a lasciare aperta temporaneamente la questione. Il bravo Kossovski non ha avuto il coraggio di dire tutta la verita'. Ma i fatti parlano da soli.
«Galin propone un emendamento: “La questione del programma nazionale rimane aperta perche' non e' stata esaminata dal Congresso” (50 voti a favore, 32 contro).
Una voce: Che cosa vuol dire: aperta?
Presidente: Se diciamo che la questione nazionale rimane aperta, cio' significa che il Bund puo' mantenere fino al prossimo congresso la propria decisione su questa questione» (il corsivo e' nostro. G. St.).
Come vedete, il congresso «non esamino'» neppure la questione del programma nazionale del Bund; semplicemente, la lascio' «aperta», dando al Bund stesso facolta' di decidere le sorti del proprio programma fino al seguente congresso generale. In altri termini: il Congresso di Stoccolma si e' disinteressato della questione e non ha dato un giudizio sull’autonomia nazionale, ne' in un senso ne' nell’altro.
Invece la conferenza dei liquidatori entra nel merito della questione in una maniera ben precisa, dichiara accettabile l’autonomia culturale nazionale e la sanziona in nome del programma del partito.
La differenza salta agli occhi.
In tal modo la conferenza dei liquidatori, malgrado tutte le astuzie, non ha fatto progredire neppure di un passo la questione nazionale.
Scodinzolare davanti al Bund ed ai nazional-liquidatori del Caucaso: ecco tutto quello di cui si e' dimostrata capace.
VII. La questione nazionale in Russia
Ci rimane da indicare una soluzione positiva della questione nazionale.
Noi partiamo dalla premessa che la questione puo' essere risolta solo connettendola strettamente al momento che attraversa la Russia.
La Russia vive in un periodo di transizione, in cui non si e' ancora stabilizzata una «normale» vita «costituzionale» e non si e' ancora risolta la crisi politica. Ci attendono giorni di tempeste e di «complicazioni». Di qui il movimento, quello in corso e quello incombente, che ha come obiettivo la democratizzazione completa.
Anche la questione nazionale deve essere esaminata in relazione a questo movimento.
Dunque, democratizzazione completa del paese come fondamento e condizione della soluzione della questione nazionale.
Nel risolvere la questione nazionale bisogna tener conto non solo della situazione interna, ma anche di quella estera. La Russia si trova tra l’Europa e l’Asia, tra l’Austria e la Cina. Lo sviluppo della democrazia in Asia e' inevitabile. Lo sviluppo dell’imperialismo in Europa non e' un fenomeno casuale. In Europa il capitale non ha piu' spazio sufficiente e si riversa in altri paesi, cercando nuovi mercati, manodopera a buon prezzo, nuove zone d’investimento. Ma cio' porta a complicazioni estere, alla guerra. Nessuno puo' dire se la guerra balcanica sia la fine e non il principio di complicazioni. È possibilissimo un concorso di circostanze interne ed estere per cui una determinata nazionalita' in Russia ritenga necessario porre e risolvere la questione della sua indipendenza. E non e' certo compito dei marxisti creare degli ostacoli ad una simile eventualita'.
Ne consegue che i marxisti russi non rinunzieranno al diritto delle nazioni all’autodecisione.
Dunque, il diritto di autodecisione come elemento indispensabile per la soluzione della questione nazionale.
Ancora. Come regolarsi con le nazioni che per una ragione o per l’altra preferiranno restare entro uno stato unico?
Abbiamo visto che l’autonomia culturale nazionale non serve. Prima di tutto e' artificiosa, non naturale, perche' presuppone che siano incluse artificialmente in una sola nazione persone che la vita, la vita effettiva, ha separato e disperso nelle varie regioni periferiche dello stato. In secondo luogo, fa deviare verso il nazionalismo, perche' presuppone il principio del «raggruppamento» delle persone in curie nazionali, il principio della «organizzazione» delle nazioni, il principio della «conservazione» e dello sviluppo delle «particolarita' nazionali», e cio' non conviene affatto alla socialdemocrazia. Non a caso al Reichsrat i separatisti moravi, dopo essersi staccati dai deputati socialdemocratici tedeschi, si sono uniti con i deputati borghesi della Moravia in un unico «circolo» moravo, per cosi' dire. E non a caso i separatisti russi del Bund si sono impantanati nel nazionalismo, esaltando il «sabato» e il «gergo». Nella Duma non vi sono ancora deputati del Bund, ma nel campo di azione del Bund c’e' una comunita' ebraica clerical-reazionaria, nelle cui «istituzioni dirigenti» il Bund realizza, per il momento, 1’«unione» degli ebrei, operai e borghesi. Questa e' la logica dell’autonomia culturale nazionale.
L’autonomia nazionale non risolve dunque la questione.
Qual e' allora la via d’uscita?
L’unica soluzione giusta e' l’autonomia regionale, l’autonomia di determinate unita', come la Polonia, la Lituania, l’Ucraina, il Caucaso, ecc.
La superiorita' dell’autonomia regionale sta innanzi tutto nel fatto che, grazie ad essa, non si ha a che fare con un’entita' fittizia, senza territorio, ma con una popolazione determinata che vive in un determinato territorio.
Inoltre, essa non divide la popolazione per nazioni, non consolida barriere nazionali; al contrario, spezza queste barriere ed unisce la popolazione per aprire la strada ad un raggruppamento di altro genere, al raggruppamento di classe. Infine, offre la possibilita' di utilizzare nel modo migliore le ricchezze naturali della regione e di sviluppare le forze produttive senza attendere le decisioni del centro comune, funzioni, tutte queste, estranee all’autonomia culturale nazionale.
Dunque: autonomia regionale, come elemento necessario per la soluzione della questione nazionale.
È fuor di dubbio che nessuna regione costituisce un’unita' nazionale compatta, perche' in ogni regione esistono delle minoranze nazionali. Tali gli ebrei in Polonia, i lettoni in Lituania, i russi nel Caucaso, i polacchi in Ucraina, ecc. Si puo' temere, percio', che le minoranze vengano oppresse dalle maggioranze nazionali. Ma i timori hanno un fondamento solo nel caso in cui il paese conservi i vecchi ordinamenti. Date al paese una democrazia completa e i timori perderanno ogni ragion d’essere.
C’e' chi propone di collegare le minoranze sparse in una sola unione nazionale. Ma le minoranze non hanno bisogno di un’unione artificiale, bensi' di diritti reali nel luogo dove vivono. Che cosa puo' offrir loro una tale unione, se non esiste democrazia completa? Oppure: che bisogno c’e' di unione nazionale, se esiste una democrazia completa?
Che cosa particolarmente mette in agitazione le minoranze nazionali?
Le minoranze nazionali sono malcontente non perche' non esista un’unione nazionale, ma perche' non esiste il diritto di usare la lingua materna. Concedete loro il diritto di usare la lingua materna e il malcontento sparira' da se'.
Le minoranze sono malcontente non perche' non esiste un’unione artificiosa, ma perche' non esiste una loro scuola. Concedete loro questa scuola e il malcontento perdera' ogni ragione d’essere.
Le minoranze sono malcontente non perche' non esista un’unione nazionale, ma perche' non esiste la liberta' di coscienza (liberta' di culto), di trasferimento, ecc. Concedete loro queste liberta' ed esse non saranno piu' malcontente.
Dunque, uguaglianza nazionale di diritti in tutti i suoi aspetti (lingua, scuola, ecc.) come elemento necessario per la soluzione della questione nazionale. Occorre una legge generale dello stato, emanata sulla base di una completa democratizzazione del paese, che proibisca senza eccezioni tutte le forme di privilegi nazionali e qualsiasi oppressione o limitazione dei diritti delle minoranze nazionali.
In questo, e solo in questo, puo' consistere la garanzia effettiva, e non solo sulla carta, dei diritti delle minoranze.
Si puo' contestare o non contestare l’esistenza di un legame logico tra il federalismo organizzativo e l’autonomia culturale nazionale. Ma non si puo' contestare il fatto che quest’ultima crei un’atmosfera propizia per un federalismo sfrenato, che si trasforma in rottura completa, in separatismo. Se i cechi in Austria e i bundisti in Russia, dopo aver incominciato con l’autonomia ed esser passati alla federazione, hanno finito col cadere nel separatismo, non c’e' dubbio che in questa faccenda abbia avuto una parte grandissima l’atmosfera nazionalistica che l’autonomia culturale nazionale diffonde naturalmente. Non e' un caso che l’autonomia nazionale e la federazione organizzativa vadano a braccetto. È anzi naturale. L’una e l’altra rivendicano un raggruppamento sulla base della nazionalita'. L’una e l’altra presuppongono un’organizzazione sulla base della nazionalita'. L’analogia e' fuori dubbio. La differenza consiste solo in questo, che in base alla prima si divide lapopolazione in generale, in base alla seconda si dividono gli operai socialdemocratici.
Sappiamo a che cosa conduce il raggruppamento degli operai per nazionalita': distruzione del partito operaio unico, scissione dei sindacati in base alle nazionalita', acutizzazione degli attriti nazionali, crumiraggio nazionale, demoralizzazione completa nelle file della socialdemocrazia: questi sono i risultati del federalismo organizzativo. La storia della socialdemocrazia in Austria e l’attivita' del Bund in Russia lo dimostrano eloquentemente.
L’unico mezzo per evitare tutto questo e' l’organizzazione secondo i princi'pi dell’internazionalismo.
Unificare sul posto gli operai di tutte le nazionalita' della Russia in collettivita' uniche e compatte, unificare queste collettivita' in un unico partito: questo e' il compito.
Va da se' che una tale organizzazione di partito non esclude ma presuppone una larga autonomia regionale all’interno del partito unico.
L’esperienza del Caucaso dimostra quanto sia conveniente un’organizzazione di questo genere. Se i caucasiani sono riusciti a superare gli attriti nazionali tra gli operai armeni e tartari, se sono riusciti a proteggere la popolazione da eventuali massacri e sparatorie, se oggi, a Baku', in questo caleidoscopio di gruppi nazionali, non sono piu' possibili conflitti nazionali, se la' si e' riusciti a convogliare gli operai nell’alveo unico di un movimento potente, in tutto questo ha avuto una parte non indifferente l’organizzazione internazionale della socialdemocrazia del Caucaso.
Il tipo dell’organizzazione non influisce soltanto sul lavoro pratico. Esso imprime un suggello indelebile su tutta la vita intellettuale dell’operaio. L’operaio vive la vita della sua organizzazione, in essa si sviluppa intellettualmente e si educa. Recandosi nella sua organizzazione ed incontrandovisi sempre con i suoi compagni di altre nazionalita', partecipando insieme a loro a una lotta comune sotto la direzione di una collettivita' comune, egli si compenetra profondamente dell’idea che gli operai sono, prima di tutto, membri di un’unica famiglia di classe, membri di un unico esercito socialista. E questo non puo' non avere un’immensa importanza educativa per larghi strati della classe operaia.
Percio' l’organizzazione di tipo internazionale e' la scuola dei sentimenti di fraternita', della piu' grande propaganda dell’internazionalismo.
Non si puo' dire la stessa cosa per l’organizzazione sulla base della nazionalita'. Organizzandosi sulla base della nazionalita', gli operai si chiudono nel loro guscio nazionale, divisi l’uno dall’altro da barriere organizzative. Si mette in rilievo non cio' che vi e' di comune tra gli operai, ma cio' che li distingue l’uno dall’altro. Qui l’operaio e' prima di tutto membro della sua nazione: e' ebreo, polacco, ecc. Non c’e' da meravigliarsi se il federalismo nazionale nell’organizzazione alimenta negli operai lo spirito del particolarismo nazionale.
Percio' il tipo di organizzazione nazionale e' la scuola della ristrettezza e del particolarismo nazionale.
Abbiamo cosi' davanti a noi due tipi di organizzazione differenti in linea di principio: il tipo della unita' internazionale e il tipo della «separazione» organizzativa degli operai secondo le nazionalita'.
Finora, i tentativi di conciliare questi due tipi non hanno avuto successo. Lo statuto conciliatore della socialdemocrazia austriaca, elaborato a Wimberg nel 1897, e' rimasto campato in aria. Il partito austriaco e' andato in pezzi, trascinando dietro di se' i sindacati. La «conciliazione» si e' dimostrata, oltre che utopistica, anche dannosa. Aveva ragione lo Strasser, quando affermava che «il separatismo ha riportato la sua prima vittoria al Congresso di Wimberg». La stessa cosa e' accaduta in Russia. La «conciliazione» col federalismo del Bund, tentata al Congresso di Stoccolma (11), e' terminata con un fallimento completo. Il Bund ha rotto il compromesso di Stoccolma. Gia' all’indomani di Stoccolma il Bund diveniva un ostacolo al processo di fusione degli operai delle varie localita' in un’unica organizzazione che abbracciasse gli operai di tutte le nazionalita'. E il Bund ha persistito ostinatamente nella sua tattica separatista malgrado che nel 1907 e nel 1908 la socialdemocrazia della Russia avesse ripetutamente chiesto che si realizzasse finalmente l’unita' dal basso tra gli operai di tutte le nazionalita'. Il Bund, che aveva incominciato con l’autonomia nazionale organizzativa, e' passato di fatto alla federazione, per finire poi con la rottura completa, con il separatismo. Rompendo con la socialdemocrazia della Russia, ha portato nelle sue file confusione e disorganizzazione. Basti ricordare il caso Iaghello (12).
Percio' la strada della «conciliazione», dev’essere abbandonata, come utopistica e nociva.
Una delle due: o il federalismo del Bund, e allora la socialdemocrazia della Russia si organizzera' secondo i princi'pi della «divisione» degli operai secondo la nazionalita'; o l’organizzazione di tipo internazionale, e allora il Bund si riorganizzera' secondo i princi'pi dell’autonomia territoriale, a somiglianza della socialdemocrazia del Caucaso, della Lettonia e della Polonia, aprendo la strada all’unione immediata degli operai ebrei con gli operai delle altre nazionalita' della Russia.
Non c’e' via di mezzo: i princi'pi vincono, ma non «si conciliano».
Dunque: il principio dell’unione internazionale degli operai, come elemento indispensabile per la soluzione della questione nazionale.
Vienna, gennaio 1913 (13).
Pubblicato per la prima volta nella Prosvestcenie, nn. 3-5, marzo-maggio 1913. Firmato: K. Stalin.
Note:
1. Assemblea elettiva concessa dallo zar il 17 ottobre 1905 (chiamata Duma di Witte o legislativa, per distinguerla dalla precedente Duma di Bulyghin, puramente consultiva e fallita prima ancora di essere convocata, per il boicottaggio attivo dei bolscevichi. La Duma di Witte non era eletta a suffragio universale, ma a suffragio ristretto e con gli elettori divisi in quattro "curie" (proprietari fondiari, borghesia, contadini, operai), con la prevalenza assicurata alle prime due curie. I bolscevichi boicottarono anche questa Duma , che fu sciolta dopo 72 giorni. Due anni dopo, il 20 febbraio 1907, venne convocata una seconda Duma legislativa, che fu sciolta dallo zar con un colpo di Stato il 3 giugno dello stesso anno. La terza Duma (detta Duma di Stolypin) fu eletta alla fine del 1907 con una nuova legge elettorale che assicurava il predominio dei partiti piu' reazionari. Alla quarta Duma, che fu eletta nell'autunno del 1912 e che duro' fino alla Rivoluzione del 1917, i bolscevichi parteciparono come gruppo indipendente dal gruppo parlamentare socialdemocratico.
2. Unione generale degli operai ebrei di Lituania, Polonia e Russia, costituitasi nel settembre 1897 al Congresso di Vilna. Aderi' nel 1898 al Partito Operaio Socialdemocratico Russo, assumendo negli anni successivi un atteggiamento sempre piu' nazionalistico. Chiese al P.O.S.D.R. che il partito fosse riorganizzato su basi federative, ma la richiesta fu respinta al II Congresso del P.O.S.D.R. (1903) in conformita' alle posizioni espresse da Lenin. Uscito dal partito, il Bund vi fu riammesso nel 1906, continuando a sviluppare la sua propaganda nazionalista e schierandosi sempre, sulle fondamentali questioni politiche ed organizzative, dalla parte dei menscevichi e dei liquidatori. Durante la prima guerra mondiale e nel corso della Rivoluzione di febbraio del 1917, il Bund lotto' contro i bolscevichi, disgregandosi a poco a poco. Nel 1921, alla conferenza di Minsk, i bundisti di sinistra deliberarono l'adesione al Partito bolscevico.
3. Furono chiamati "liquidatori" quei menscevichi i quali, negli anni di reazione che seguirono alla sconfitta della rivoluzione russa del 1905, si lasciarono vincere dallo scetticismo e dal panico, negarono che fosse possibile una nuova ascesa della rivoluzione e abbandonarono le parole d'ordine rivoluzionarie, sostenendo che era necessario liquidare le organizzazioni illegali del partito per utilizzare soltanto le forme di lotta e le forme organizzative legali permesse dallo zarismo. I principali esponenti di questa tendenza furono, in quegli anni, Fiodor Dan, Pavel Axelrod e Alexandr Potresov.
4. Rudolf Springer. Pseudonimo di Karl Renner (1870-1950), giurista e uomo politico austriaco, uno dei principali esponenti dell'austro-marxismo. Nel corso della sua lunga vita, ricopri' numerose cariche pubbliche e svolse un'ampia attivita' pubblicistica strettamente legata alla sua attivita' politica. Nel 1919-20 fu Cancelliere e dal 1945 al 1950 Presidente della Repubblica Austriaca. Sulla questione nazionale, oltre al saggio citato da Stalin, scrisse Was ist die Nationale Autonomie?(Che cos'e' l'autonomia nazionale?), Vienna 1913. Altre sue opere: Staat und Parlament(Stato e Parlamento), Vienna 1901; Die soziale Funktion der Rechtsinstitute, besonders des Eigentums(La funzione sociale degli istituti giuridici, in particolare della proprieta'), Vienna 1904; Marxismus, Krieg und lnternational(Marxismo, guerra ed Internazionale), Vienna 1917; Staatswirtscbaft, Weltwirtschaft und Sozialismus(Economia statale, economia mondiale e socialismo), Berlino 1929.
5. Otto Bauer(1882-1938), teorico e dirigente della socialdemocrazia austriaca e della II Internazionale, fu uno dei principali esponenti dell'austromarxismo. Dopo il crollo della monarchia asburgica, ricopri' prima la carica di Sottosegretario di Stato e poi quella di Ministro degli Esteri (1918-1919). Fu il principale artefice del prevalere della linea centrista austro marxista nel Partito socialista austriaco, per il quale redasse il nuovo programma approvato dal Congresso di Linz (1926). Su di lui principalmente pesa la responsabilita' di non aver risposto con la piena mobilitazione del partito, delle masse e delle milizie operaie armate di Vienna (Scbutzbund) alle crescenti illegalita' dei movimenti di destra, che culminarono con la sanguinosa repressione condotta dal cancelliere Dollfuss contro l'insurrezione proletaria del febbraio 1934 nella capitale austriaca. Dopo lo scioglimento del Partito socialista ad opera del governo, Bauer abbandono' 1'Austria nel 1934 e si trasferi' prima in Cecoslovacchia e poi a Parigi. Fra le sue opere (oltre al saggio sulla questione nazionale citato da Stalin): Die russische Revolution und das europaische Proletariat(La rivoluzione russa e il proletariato europeo), Vienna 1917; Der Weg zum Sozialismus(La via al socialismo), Vienna 1919; Bolschewismus oder Sozialdemokratie? (Bolscevismo o socialdemocrazia?), Vienna 1920; Die osterreichisce Revolution(La rivoluzione austriaca), Vienna 1923; Der Kampf um die Macht(La lotta per il potere), Vienna 1924; Der Aufstand der osterreichischen Arbeiter (L'insurrezione dei lavoratori austriaci), Vienna- Praga 1934; Zwischen zwei Weltkriegen?(Fra due guerre mondiali?), Bratislava 1936.
6. Dal 24 al 29 settembre 1899 si tenne a Brünn (l'attuale Brno in Moravia) un congresso della socialdemocrazia austriaca, nel quale fu ampiamente dibattuta la questione nazionale. Due furono le tesi in contrasto: la prima rivendicava l'autonomia territoriale delle varie realta' nazionali che componevano lo Stato austriaco, il quale avrebbe dovuto trasformarsi in uno Stato federale; la seconda sosteneva semplicemente l'autonomia culturale-nazionale. Il Congresso approvo' la prima tesi, ma senza introdurre nel programma del partito il riconoscimento del diritto di autodecisione delle nazioni fino alla separazione.
7. Personaggio del grande romanzo di Nikolaj Gogol Le anime morte(1842). Il nome di Manilov, agiato proprietario terriero di provincia dal temperamento indolente e sognatore, divento' proverbiale in Russia per indicare un particolare atteggiamento psicologico, chiamato appunto "manilovismo".
8. L' "Iskra" ("La scintilla") fu il primo giornale marxista illegale per tutta la Russia. Fondata da Lenin nel 1900 all'estero e diffusa clandestinamente in Russia, svolse un ruolo di eccezionale importanza nella creazione del partito marxista rivoluzionario della classe operaia, conducendo una serrata battaglia politica e ideologica contro l'economicismo e il primitivismo organizzativo. Dopo il II Congresso del P.O.S.D.R., tenutosi a Londra nel 1903, passo' (a partire dal n. 52) nelle mani dei menscevichi e fu chiamata dai bolscevichi "nuova Iskra" per distinguerla dalla "vecchia Iskra" leninista (nn. 1-51).
9. Pseudonimo di Noe' Giordania, capo del menscevichi georgiani. Dopo il 1917, negli anni del guerra civile, fu per breve tempo capo della Repubblica menscevica della Georgia, che ebbe fine il 27 febbraio 1921.
10. Nell'agosto 1912 si tenne a Vienna (su iniziativa di Trotzki, che ne fu il principale organizzatore) una conferenza alla quale parteciparono i liquidatori, il Bund, i socialdemocratici lettoni e una parte dei socialdemocratici caucasiani, i quali si allearono (formando quel- lo che fu chiamato il "blocco d'agosto") per disconoscere e contrastare le conclusioni della Conferenza di Praga del gennaio 1912, nella quale i bolscevichi si erano costituiti in partito indipendente, espellendo i menscevichi. li "blocco d'agosto", in conseguenza della politica conciliatrice ed opportunista da esso condotta sui principali problemi del partito e della rivoluzione, si disgrego' nel 1914.
11. È il IV Congresso del P.O.S.D.R., tenutosi a Stoccolma nell'aprile del 1906, che sanci' la temporanea, e solo formale, riunificazione dei bolscevichi e del menscevichi. A quel Congresso prese parte anche il Bund.
12. Deputato di Varsavia alla IV Duma, in rappresentanza del Partito Socialista Polacco. Contro la volonta' degli elettori socialdemocratici polacchi, porto' avanti una politica di blocco del P.S.P. con i bundisti e i nazionalisti borghesi.
13. Questo fondamentale saggio di Stalin, scritto tra la fine del 1912 e il principio del 1913 a Vienna, fu pubblicato per la prima volta nel 1913 nei nn. 3-5 della rivista teorica bolscevica "Prosvestcenie" ("L'istruzione"), a firma K. [Koba] Stalin e col titolo La questione nazionale e la socialdemocrazia. (Koba era allora il nome di battaglia di Stalin). L'anno dopo fu ripubblicato in volume dalla Casa Editrice "Priboi" ("L'ondata") di Pietroburgo, col titolo La questione nazionale e il marxismo. Ebbe poi numerose edizioni, sia separatamente che in varie raccolte di scritti di Stalin e fu tradotto nelle principali lingue, con ampia diffusione non solo in Russia ma su scala internazionale.
La permanenza di Stalin a Vienna fu il piu' lungo soggiorno all'estero della sua vita di militante e dirigente comunista. Era trascorso un anno dal gennaio 1912, nel quale la Conferenza di Praga del Partito Operaio Socialdemocratico Russo, espellendo i menscevichi dall'organizzazione, aveva dato vita a un "partito di tipo nuovo", il partito bolscevico, leninista. Ed erano trascorsi pochi mesi dalla pubblicazione (il 22 aprile 1912) del primo numero della "Pravda", il quotidiano bolscevico di massa, di cui Stalin era redattore. Il saggio di Stalin fu molto apprezzato da Lenin. Nella seconda meta' del febbraio 1913 Lenin cosi' scriveva, da Cracovia, a Massimo Gorki: "Sulla questione del nazionalismo sono pienamente d'accordo con voi che bisogna occuparsene un po' piu' seriamente. Da noi ci si e' messo un magnifico georgiano, e ora sta scrivendo per il "Prosvestcenie" un lungo articolo, dopo aver raccolto tutti i materiali austriaci e d'altra provenienza". Un mese dopo, in due lettere indirizzate alla redazione del "Sozial-demokrat", definiva "molto buono" il saggio di Stalin e dichiarava "Koba ha fatto in tempo a scrivere un lungo articolo (per tre numeri di "Prosvestcenie") sulla questione nazionale. Bene! Bisogna lottare per la verita' contro i separatisti e gli opportunisti del Bund e i liquidatori".
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Stalin
Autori
Biblioteca Multimediale Marxista
Nome: Mattei gilberto ----- Data e ora: 10/03/2010 - 11.07.21 ----- Titolo: Reato Politico REATO POLITICO Nel senso della frase standard, un delitto politico e' un'azione ritenuta illegale da un governo al fine di controllare od immaginate come minacce per la sua sopravvivenza, a scapito di una serie di diritti umani e delle liberta'. Cosi' azioni che non sono criminali di per sé, nel senso che non sono anti-so...ciali, ma pro-sociale, sono criminalizzati alla convenienza della holding del gruppo di potere.
Reato: occupazione abusiva, furto di corrente furto di acqua. Per definizione lo 'stato sociale' non puo' essere pieno. Altro frangente importante per le istituzioni e' stato di perdere il controllo delle assegnazioni degli alloggi. Sebbene la 'dignita'' sia un valore costituzionalmente rilevante, nella realta' viene ignorato. Per i reati di furto di energia elettrica e d'acqua questi rientrano nel concetto di 'dignita' personale' essendo i fondamenti per l' esistenza.
http://www.facebook.com/notes.php?id=1553123560¬es_tab=app_2347471856#!/?ref=home
Nome: ninaandreeva ----- Data e ora: 09/11/2010 - 20.57.21 ----- Titolo: Riflessioni sullo stato del movim. com. in Russia RIFLESSIONI SULLO STATO DEL MOVIMENTO COMUNISTA IN RUSSIA
E LE POSSIBILITA' DI SVILUPPO
di Nina Andreeva
L'unita' d'azione dei partiti comunisti nel territorio dell'ex URSS, la cui urgenza noi bolscevichi ponemmo all'ordine del giorno fin dal 1994 al plenum di marzo del CC del VKPB, rimane attuale; la discussione su di essa nella nebulosa comunista continua ad essere sofferta, non trova la necessaria comprensione da parte dei suoi leader.
Alla riunione del 22 aprile 2000 fra i dirigenti dei PC russi (RKRP, RPK, RKP-KPSS), con la partecipazione del VKPB, noi definimmo l'approfondimento crescente delle linee di demarcazione nel movimento un processo oggettivo legato alla crisi dei partiti parlamentari, allo smascheramento delle loro posizioni opportuniste, alla loro frammentazione e al loro crepuscolo in seguito all'inettitudine da essi dimostrata rispetto allo sviluppo della lotta per la conquista del potere e l'affermazione (rinascita) della dittatura del proletariato.
Il riconoscimento o non riconoscimento della dittatura del proletariato e' stata, e sara' la questione decisiva per la teoria del marxismo-leninismo, la cartina di tornasole per stabilire se un partito e' davvero comunista e rivoluzionario.
L'approfondimento delle linee di demarcazione in seno al movimento comunista prosegue tuttora e noi lo consideriamo un fatto naturale, la condizione indispensabile per depurare il movimento dagli anticomunisti palesi e camuffati, dagli opportunisti e antistalinisti. Noi salutiamo questo processo, poich? mette in luce le posizioni reali dei partiti che si proclamano comunisti, favorisce l'esatta percezione della loro essenza e le giuste conclusioni di coloro che ancora vi militano per la loro scarsa preparazione politica o per la capacit? mimetica di certi leader.
Tempo fa avevamo proposto l'unico schema possibile di unificazione dei PC, in particolare di quelli del RosKomSojuz (Unione dei PC russi). La prima tappa di questo percorso puo' essere solo l'unita' d'azione, successivamente si puo' procedere verso l'unita' delle posizioni prima politiche e poi ideologiche, infine si puo' passare all'unita' organizzativa. Lo schema da noi proposto e' stato ignorato dai leader dei partiti del RosKomSojuz, ma la realta' ha dimostrato che i tentativi frettolosi di unificazione organizzativa compiuti dal RKRP, da Viktor Anpilov, dall'SKP-KPSS e da altri partiti hanno prodotto perdita di tempo e niente altro.
A partire dal 1993 (quando la Corte Costituzionale della Federazione Russa revoc? la messa al bando del PCUS) sono stati costituiti con il contributo del regime una miriade di nuovi minuscoli partiti di comodo al fine di frammentare il movimento comunista. Queste formazioni non propongono nulla di nuovo, confondono la gente e in tal modo lavorano per il potere.
Ora, ad esempio, l'amministrazione del Cremlino, dopo aver analizzato scrupolosamente i nostri documenti, ha deciso di costituire dei partiti anticomunisti con l'etichetta di "partiti comunisti-bolscevichi" nell'intento non solo di distruggere, ma addirittura di "sradicare il bolscevismo da tutte le sfere dell'attivita' sociale" (Aleksandr Jakovlev, ideologo della perestrojka gorbacioviana).
L'11 settembre 2004, grazie a poderosi finanziamenti del Cremlino, e' nato il Vsesojuznaja Kommunisticheskaja Partija Buduscego (Partito Comunista Pansovietico del Futuro). La sigla - VKPB - e' la stessa del nostro partito. Il regime ha selezionato attentamente il leader dei novelli "comunisti", fino a pescare il signor Tichonov, governatore di Ivanovo, un amministratore tra i piu' ligi all'apparato di Putin. Da un articolo di V. Burdjugov, nemico viscerale del bolscevismo e dei bolscevichi, gia' capo di "Levaja Rossija" (Russia di sinistra), un partito di due iscritti, lui e la moglie, adesso "membro dell'Ufficio Politico del CC" del neocostituito VKPB, veniamo a sapere che la denominazione di questa creatura del regime e' stata concordata con i funzionari del Ministero della Giustizia della FR prima del congresso costitutivo proprio per farne coincidere la sigla con quella del Partito Comunista Pansovietico dei Bolscevichi, attivo da ben tredici anni. Il desiderio dei novelli "comunisti" di chiamarsi VKP(b), Partito Comunsita Pansovietico (bolscevico), sarebbe stato disapprovato dagli emissari del Ministero della Giustizia, poiche' esiste gia' un VKP(b), fondato da un agente esterno dei servizi di sicurezza della FR espulso nel 1995 dal nostro partito per disfattismo. Il sedicente VKP(b), pero', e' risultato un fallimento, tradendo cosi' le aspettative dei suoi reali artefici. Adesso il regime vorrebbe colpire i bolscevichi con l'artiglieria pesante, sorreggendo la sua sporca provocazione con una possente operazione finanziaria e l'impegno dei politecnologi del Cremlino, che hanno scrupolosamente monitorato e studiato i nostri documenti politici e non solo.
Negli ultimi dieci anni tante cose sono cambiate. Sono cambiati i metodi e le forme di lotta contro noi bolscevichi. Ma lo scopo indicato dall'ideologo della controrivoluzione borghese Aleksandr Jakovlev e' sempre lo stesso.
Il regime promuove la costituzione di partiti che utilizzano i nostri slogan, le nostre posizioni e le nostre tesi.
Il partito di Tichonov, ad esempio, propone le stesse cose che abbiamo proposto e proponiamo noi bolscevichi. La loro Dichiarazione "Sull'unita' d'azione dei partiti comunisti della Federazione Russa", approvata al congresso costitutivo dell'11 settembre 2004, ripete LETTERALMENTE tutte le nostre tesi con impercettibili modifiche o addirittura senza nessun cambiamento. Ma, come suol dirsi, NON E' LA STESSA COSA. All'ultimo punto essa afferma che nell'immediato lo slogan del partito dev'essere il seguente: "Tutte le nostre energie per il lavoro tra le masse!". Ma per che cosa e in nome di che cosa e' detto in modo fumoso. Lo stesso vale per tutti gli altri obiettivi di fondo. Forse la compagine di Tichonov si attiene alla tesi di Gorbacev del 1987: "Non dire mai in anticipo quello che per ora non si puo' dire". Forse per questo la tesi cruciale del suo Statuto, dove la dittatura del proletariato non viene neppure menzionata, afferma che il partito intende raggiungere gli obiettivi prefissati "partecipando alla vita della societa' e incidendo sulla formazione della volonta' politica dei cittadini ai fini della conquista del potere politico". PER CHE COSA, IN NOME DI CHI o DI CHE COSA i futuri comunisti si preparerebbero a strappare il potere al Cremlino che li ha creati? Che vuol dire VOLONTA' POLITICA DEI CITTADINI? COME Tichonov & C. intendono incidere sulla sua formazione? A questi interrogativi non si da' nessuna risposta, essa e' anzi nascosta da una fraseologia contorta e bizantina.
Nel preambolo dello Statuto di Tichonov & C. si afferma che la loro principale forma di attivita' consiste "nella partecipazione alle azioni sociali e politiche, alle elezioni e ai referendum, nonche' nella rappresentazione degli interessi dei cittadini in seno agli organi del potere statale e agli enti locali". "I SOVIET, come forma autenticamente democratica di autogoverno dei popoli", per la ricostituzione dei quali Tichonov & C. si pronunciano, per loro rappresentano solo un mutamentodi nome delle attuali assemblee municipali del regime borghese. Al di la' della forma tutti i punti dello Statuto sono tipici di un partito liberal-borghese.
Se si esaminala Risoluzione del "Congresso dei patrioti della Russia" convocato a Mosca da Tichonov & C. il 30 ottobre 2004, si vede che al primo posto c'e' il RAFFORZAMENTO DELLA VERTICALE DEL POTERE. Ecco perche' il Cremlino ha creato il partito pseudocomunista del futuro, per IL RAFFORZAMENTO DELLA LINEA DI PUTIN DI PROSECUZIONE DELLA CONTRORIVOLUZIONE BORGHESE.
Davvero originale l'idea di sottrarre in tal modo l'iniziativa alle forze comuniste patriottiche e progressive, di assumersi persino le funzioni di coordinamento delle loro azioni.
In altri termini Tichonov & C. puntano, grazie ai soldi generosamente elargiti dal Cremlino, alla conquista della leadership di una serie di movimenti di protesta del paese. Qui - penso - c'e' anche lo zampino dei nostri "migliori amici" d'oltre oceano, dei politologi anticomunisti americani.
Nella lotta contro l'opposizione reale Tichonov & C. fanno leva astutamente sui punti piu' dolenti della vita sociale: le condizioni di precarieta' di circa 80% della cittadinanza, l'umiliazione dei militari e delle loro famiglie, la dignita' offesa della nazione, che i controrivoluzionari hanno escluso dalla storia, la rovina dell'economia e della difesa del paese, il suo infimo profilo politico, ecc.
Nel preambolo dello Statuto dei futuri comunisti si dichiara spudoratamente che essi intendono sviluppare "il retaggio teorico" di Marx, Engels e Lenin. Sappiamo come i moderni anticomunisti svolgano questo compito. Nello Statuto non c'? una sola parola su Stalin e quindi su un'intera fase della gloriosa storia rivoluzionaria sovietica, dalla costruzione di una solida base del socialismo alla vittoria del popolo sovietico nella Grande Guerra Patriottica. L'intero periodo dal 1924 al 1953 viene cancellato dalla vita del popolo. Vengono cancellati gli anni pi? leggendari e vittoriosi della nostra storia!
A giudicare ancora dallo Statuto, Tichonov & C. faranno ruotare tutta la loro attivita' intorno a campagne elettorali e referendarie e quindi cercheranno in ogni modo di gonfiare il numero degli iscritti nelle loro liste, pagando i firmatari (lo confermano le informazioni dei nostri Comitati locali che osservano la situazione regione per regione). In una nostra pubblicazione dal titolo "Ennesima provocazione del regime contro il bolscevismo" ("Falce e Martello", n. 11, 2004), abbiamo riportato un intervento documentato del deputato della Duma compagno Griscukov, secondo il quale il Cremlino avrebbe stanziato nel mese di settembre 80.000 dollari (prima tranche) solo per "il reclutamento dei membri del partito" del signor Tichonov. Ne consegue che il novello "partito comunista" sara' presto registrato dal Ministero della Giustizia dopo la consegna delle 50.000 firme previste.
Il signor Tichonov, che e' per metodi esclusivamente parlamentari di "miglioramento della vita" come l'intende Putin, in un'intervista ha detto testualmente: "Comprendendo la posizione del nostro Presidente, sono fortemente persuaso che l'opposizione debba esistere in ogni paese. Altrimenti, in assenza di oppositori, c'e' la piu' completa stagnazione!.. Siamo certi che proprio il nostro partito sara' il partito di opposizione" ("Rossijskaja Pravda", n. 2, 2004). Davvero interessante questa trovata del Cremlino: si e' costruito da se' l'opposizione e provvede anche al suo sostentamento! Come si suol dire, nessuno ci sarebbe arrivato... Tichonov & C. vorrebbero costruire una sorta di capitalismo socialista (una sintesi di propriet? pubblica e privata) con tanto di bandiera rossa, statue di Lenin, note dell'Internazionale e lo slogan comunista di sempre "Proletari di tutto il mondo unitevi!". Evidentemente, i simboli comunisti sono richiami efficaci visto che la nostra misera esistenza odierna induce la gente ad auspicarsi il ritorno dei valori socialisti.
Il regime di Putin vorrebbe approfittare di questa situazione per stabilizzare il clima sempre pi? incerto e precario del paese, vorrebbe utilizzare gli slogan e le bandiere del comunismo per deviare il movimento di protesta dai binari della lotta per la rinascita del socialismo e la ricostituzione dell'URSS, in definitiva per liquidarlo.
Il Cremlino, che conosce bene le nostre intenzioni e osserva con cura il nostro lavoro, non poteva non imbastire una provocazione intorno alla nostra ricerca volta a convocare una conferenza di coordinamento e unificazione dell'attivit? di tutti i movimenti di protesta del paese, ricerca da noi avviata a Mosca fin dalla prima decade dello scorso settembre. L'inizio della conferenza era stato fissato per il 16 novembre. Il giorno stesso della sua apertura, per?, essa ? stata ridotta ad una semplice discussione sul coordinamento dell'azione dei partiti comunisti russi, o meglio del RosKomSojuz. Come al solito, l'onere di organizzare la conferenza era toccato al primo segretario dell'RPK compagno A.V.Krjuckov e all'iniziativa erano stati invitati Tichonov & C. (!?), Anpilov, Shenin ed altri. Fatto sta che al momento della firma dell'accordo le opinioni dei partecipanti si sono divise. Evidentemente, un'intesa "Sul coordinamento dell'azione dei partiti comunisti della Russia" puo' essere firmata solo dai leader di PARTITI COMUNISTI e il contenuto del documento non puo' non corrispondere alle sigle che ha in calce. E' strano che i leader del RosKomSojuz Prigarin, Krjuckov, Anpilov di "Trudovaja Rossija" si siano disinteressati completamente delle posizioni di classe del partito di Tichonov & C. (non posso ammettere che non le conoscessero), del suo rifiuto della dittatura del proletariato, delle forme di lotta rivoluzionaria che ne conseguono e di altri postulati fondamentali del marxismo-leninismo.
QUALE RAGIONE li ha indotti a deflettere dalle posizioni di classe e dal marxismo? Forse una scarsit? grave di risorse finanziarie o QUALCOS'ALTRO?.. (Shenin si ? defilato e non ha partecipato all'incontro). Tjul'kin si e' rifiutato di firmare il documento politico, giustificandosi con il fatto che ignorava la natura di classe delle formazioni entrate nella compagine di Tichonov (in particolare del partito socialista di Gorbacev). Da parte di Tichonov & C. non vi ? stata nessuna spiegazione.
E' importante rilevare che poco prima della conferenza un funzionario del Cremlino aveva telefonato ad alcuni leader del RosKomSojuz per sapere se l'incontro si era svolto oppure no (in altri termini per sapere se si era riusciti a spingere il RosKomSojuz in un vicolo cieco dal punto di vista della prospettiva comunista).
Analizzando la situazione all'interno del movimento comunista russo, possiamo concludere che per ora il cammino verso l'unit? su basi marxiste-leniniste rimane oggettivamente lento, proprio perche' si e' accelerato l'approfondimento delle linee di demarcazione. I partiti del RosKomSojuz, come ha dimostrato la Conferenza, non sono in grado di costituire un fattore unificante. La loro posizione rispetto al partito futurcomunista partorito dal Cremlino dimostra che essi si stanno impantanando nell'opportunismo e nella rinuncia ai principi del marxismo-leninismo. NON SARANNO LORO A CONDURRE IL MOVIMENTO COMINISTA IN QUESTO DECENNIO.
Il PCFR di Zjuganov, al contrario, dopo il distacco dei sostenitori di Tichonov, si e' spostato piu' a sinistra, si e' liberato degli odiosi ciarlatani che proclamavano il loro attaccamento ai principi comunisti e di personaggi che non capiscono niente ne' di politica, ne' di marxismo, semplici trasformisti che piu' di ogni altra cosa aspirano a stringere rapporti via via piu' stretti con il potere attuale per soddisfare la loro sete di agiatezza. Il desiderio del Cremlino di cavalcare il movimento comunista, di assumerne il controllo e gestirlo a proprio comodo non si e' realizzato, ne' mai si realizzera'! Ma i tentativi e gli attacchi del Cremlino continueranno e saranno attacchi quanto mai furiosi e subdoli. Dobbiamo essere pronti a tutto cio'.
Nell'immediato futuro la situazione in Russia si aggravera' sempre piu' dopo il sicuro fallimento della riforma degli alloggi (avremo il degrado totale del patrimonio abitativo, abbandonato dappertutto al proprio destino da 20-30 anni), si aggraveranno i problemi non risolti dell'economia, i sintomi di disgregazione della FR (Kalinigrad, Cecenia, ecc.), grazie anche all'amore dei nostri "migliori amici" all'estero e dei migliori amici di Putin oltre oceano. Inevitabilmente la crescita della tensione sociale spingera' milioni di diseredati verso il socialismo e il bolscevismo come unica corrente del pensiero politico scientificamente valida, modello di tattica per tutti, guida all'azione, teoria e prassi rivoluzionaria del XXI secolo.
L'acutizzarsi della situazione internazionale per la sfrenata aggressivita' dei circoli dirigenti sionisti e imperialisti, dei caporioni del complesso militare-industriale USA, le tentazioni americane di accendere nuove guerre locali in Medio ed Estremo Oriente, la rielezione del parafascista Bush, esaltato dall'impunita' (momentanea) della sua politica criminale nei confronti dell'Iraq, dei paesi socialisti, della RPDC e di altri stati indipendenti e liberi, ci dicono che la situazione di crisi nel mondo andra' avanti. Solo la rivoluzione socialista potra' salvarlo dall'incombente catastrofe globale e di nuovo, come all'inizio del XX secolo, l'anello debole sara' la Russia, un paese dove la gente sa CHE COSA E' IL SOCIALISMO e puo' da se' dedurre QUALE SISTEMA salvaguardi gli interessi dei lavoratori, di milioni di operai tornati ad essere proletari.
Oggettivamente, il socialismo rappresenta l'unica possibilita' di salvezza dei popoli della terra dalle crisi politiche, economiche, ecologiche, informative e dalle altre crisi globali, poich? pi? pienamente riflette i valori universali. Il socialismo vittorioso manifestera' le sue possibilita' sconfinate di autoperfezionamento.
L'interesse della societa' per il nostro partito, il Partito Comunista Pansovietico dei Bolscevichi, cresce come dimostrano l'incremento del numero dei lettori dei nostri giornali, del nostro sito in Internet, compreso quello della nostra organizzazione giovanile. Negli ultimi tempi sono aumentati anche i giovani iscritti al nostro partito.
Il Partito Comunista Pansovietico dei Bolscevichi anticipa di 3 - 7 anni i tempi di maturazione politico-ideologica della societa'. Esso continua ad essere il vettore dello sviluppo del movimento comunista in tutto il territorio dell'ex URSS. Per questo NOI siamo precursori e organizzatori dell'imminente rivoluzione socialista. Tutto ci? ci impone di lavorare pi? attivamente con tutte le forze e gli strati progressivi della societ?, dentro la classe operaia, tra i lavoratori agricoli e gli intellettuali.
Noi del Partito Comunista Pansovietico dei Bolscevichi riconosciamo la nostra responsabilita' per lo sviluppo del movimento comunista nel suo insieme e per il futuro del nostro paese. Percio' percorreremo fino in fondo il difficile cammino verso la rivoluzione socialista, la sua preparazione ed attuazione, il cammino verso la rinascita della nostra Patria Socialista plurinazionale, l'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.
A TUTTI QUANTI hanno a cuore la nostra patria socialista ed avvertono la loro responsabilita' per il futuro delle generazione a venire chiediamo di entrare nelle nostre file!
PROLETARI DI TUTTO IL MONDO UNITEVI!
N.A.Andreeva
Segretario Generale del CC del VKPB
Leningrado, 22 novembre 2004
Fonte: http://www.vkpb.ru/path.html
(Traduzione di Stefano Trocini)
Nota del traduttore:
RKRP - Partito Comunista Operaio Russo;
RPK - Partito Rivoluzionario dei Comunisti
RKP - KPSS - Partito Comunista Russo - PCUS
SKP - KPSS - Unione dei Partiti Comunisti - PCUS
Nome: nico ----- Data e ora: 09/01/2010 - 22.02.01 ----- Titolo: Perché l’Unione Sovietica sconfisse il nazismo Perché l’Unione Sovietica sconfisse il nazismo
La strategia politico-militare
Il controverso patto di non aggressione (non un’alleanza, come spesso surrettiziamente si dice) tra l’Unione Sovietica e la Germania nazista, stipulato il 23 agosto 1939, che sorprese ed indubbiamente disoriento' i partiti comunisti e i movimenti antifascisti in tutto il mondo (e che viene stigmatizzato dai nemici dell’URSS e dai trotzkisti come un tipico esempio del cinismo di Stalin e come un puntello fornito dalla patria del socialismo al nemico principale del proletariato e dei popoli liberi), era in realta' la sola alternativa rimasta aperta per il governo sovietico contro il rischio che, nell’isolamento dalle altre potenze imperialiste e, sostanzialmente con il loro avallo, l’Unione Sovietica si trovasse ad affrontare de sola l’offensiva nazista.
Il patto fu la prima mossa di una strategia volta a rimandare per un certo lasso di tempo l’attuazione di una invasione considerata inevitabile ed a creare una cintura di Stati cuscinetto che ne evitasse l’impatto diretto. Le mosse successive della politica estera dell’URSS furono le seguenti:
1. Apertura di trattative con la Romania, dalla quale ottenne vantaggi territoriali di grande importanza strategica; conclusione di patti di mutua assistenza con la Lituania, l’Estonia e la Lettonia (le quali, per decisone dei loro popoli, nell’agosto del 1940, entrarono a far parte dell’Unione delle Repubbliche Sovietiche).
2. Vista l’inutilita' di ogni tentativo di trattativa con il governo finlandese (fortemente compromesso con il nazismo) al fine di ottenere la concessione in affitto dell’isola di Hangö, punto strategico che avrebbe permesso l’attacco immediato a Leningrado, in cambio dell’offerta di territori molto piu' estesi, l’URSS dichiaro' guerra alla Finlandia e la costrinse a cedere l’isola. Questo atto di guerra contro un piccolo Stato attiro' contro l’URSS accuse di imperialismo, senza tener conto dell’appoggio politico e in armamenti dato da Francia ed Inghilterra al governo della Finlandia perché non addivenisse ad un accordo, pacifico e vantaggioso, con l’URSS.
Questi comportamenti da parte delle potenze imperialiste risalivano a molti anni addietro, fino dal fallimento della Conferenza di Ginevra sul disarmo (febbraio 1932 - ottobre 1933) - che si chiuse con il ritiro della Germania dalla Societa' delle Nazioni - ed avevano un’unica radice: quella di considerare il primo Stato socialista come il nemico principale che, con il pericolo del “contagio” bolscevico, minacciava gli interessi capitalisti largamente rappresentati anche in Germania.
Infatti, dal novembre 1924 all’agosto 1931 la Germania aveva ricevuto dalle banche americane e da vari paesi europei, a cominciare dall’Inghilterra, prestiti a lungo e breve termine per 25 miliardi e mezzo di marchi. Di essi il 7% a lungo termine erano statunitensi. La rinascita del potenziale economico-militare della Germania alimento' le aspirazioni tedesche alla revanche, favori' l’ascesa del nazismo e la sua politica di militarizzazione dell’industria. Allo sviluppo dell’industria bellica tedesca contribuirono la Standard Oil, la Dupont de Nemour e la Chase National Bank, che avevano rapporti strettissimi con le banche e con i consorzi dell’industria pesante (Krupp) e del settore bellico della Germania.
Invano il governo dell’Unione Sovietica aveva, fino dalla nascita e dall’espandersi dei regimi fascisti e nazisti in Europa, insistito sulla politica della “sicurezza collettiva”(1). A partire dalla conferenza di Monaco (28 - 30 settembre 1938), a cui parteciparono Francia, Inghilterra ed i due regimi fascisti, Germania e Italia, con l’esclusione della Cecoslovacchia, che era parte in causa, nonché dell’URSS, risulto' chiaro che le potenze imperialiste, dando il loro consenso alla Germania per l’occupazione del territorio dei Sudeti erano disposte a venire a patti con i fascismi europei, purché questi volgessero le loro mire espansionistiche verso oriente e si preservassero i loro interessi. Gli appetiti di Hitler non si limitarono alla proclamazione di uno Stato slovacco satellite della Germania, ma la Wehrmacht marcio' su Praga il 15 marzo 1939 (2).
Nel marzo del 1939 i governi dell’Inghilterra e della Francia apersero trattative con il governo sovietico per la conclusione di un patto tripartito di mutua assistenza, ma ponendo condizioni inaccettabili. Il governo sovietico fu costretto a respingere queste condizioni e propose che si cominciassero ad esaminare i provvedimenti concreti di lotta contro le possibili aggressioni. Nell’estate del 1939 giunsero a Mosca una missione militare inglese ed una francese. Si poté ben presto constatare che esse erano formate da rappresentanti di secondo piano e che non avevano alcuna facolta' di concludere trattati ed accordi. Al fallimento dei negoziati contribui' notevolmente il governo della Polonia, dominato da gruppi di militari accanitamente antisovietici, che rifiuto' l’aiuto militare dell’URSS. Durante questi inconcludenti colloqui, il governo di Londra trattava segretamente con la Germania hitleriana, arrivando a proporre un vero e proprio accordo sulla spartizione del mondo.
Fu in questo quadro che maturo' il patto sovietico-tedesco dell’agosto 1939, di cui abbiamo parlato all’inizio.
L’invasione della Polonia, il 1° settembre dello stesso anno, provoco' l’entrata in guerra dell’Inghilterra e della Francia e dette inizio al secondo conflitto mondiale. Tuttavia né Francia, né Inghilterra portarono alcun aiuto al loro alleato. Il governo ed il Comando supremo della Polonia fuggirono all’estero con la riserva aurea nazionale. Malgrado isolati episodi di eroismo, l’esercito nazionale si dissolse e, quando divenne evidente il pericolo che, con l’occupazione dell’Ucraina e della Bielorussia, le armate naziste si sarebbero attestate ai confini dell’URSS, le truppe sovietiche, nel settembre del 1939, entrarono in Polonia occupando, senza incontrare resistenza alcuna, ma anzi con il consenso della popolazione che non voleva finire sotto il tallone di Hitler, queste due regioni che avevano appartenuto alla Russia e che le erano state strappate con la forza nel 1920(3).
Come e' noto, il 10 maggio 1940 comincio' l’offensiva sul fronte occidentale delle truppe naziste, che penetrarono nel Belgio, nell’Olanda e nel Lussemburgo ed entrarono in Francia. Il 10 giugno cadde Parigi. Dopo la capitolazione della Francia, tutta l’Europa, ad eccezione delle isole britanniche si trovo' sotto il potere di Hitler.
Fu allora che lo Stato Maggiore nazista dette il via all’ “operazione Barbarossa”. Ai confini dell’URSS furono spiegate 190 divisioni tedesche, dotate dei piu' moderni mezzi tecnici e che contavano sull’appoggio di 3900 aerei. Il 22 giugno 1941, senza alcun ultimatum, né dichiarazione di guerra, le truppe naziste lanciarono contro l’URSS tutta la potenzialita' bellica di cui disponevano.
Se, come abbiamo visto, la strategia del governo sovietico in politica estera aveva impedito l’isolamento dell’URSS e che si ripetesse la coalizione di tutti gli Stati imperialisti verificatasi nel primo dopoguerra, se con il patto di non aggressione con i nazisti si era guadagnata una pausa di respiro considerevole, non altrettanto adeguata fu la preparazione militare di difesa, rispetto alle strategie militari ed ai mezzi impiegati. L’errore di ritenere che Hitler non avrebbe violato, senza alcun pretesto, il patto e di sottovalutare gli evidenti preparativi delle armate naziste che premevano alle frontiere colse impreparata l’Armata Rossa ed aumento' in maniera esponenziale le perdite nel primo periodo dell’attacco e dell’invasione nemica. Innumerevoli furono gli episodi di eroismo che, fino dai primi giorni, contrastarono il passo al nemico e permisero all’esercito sovietico di riorganizzarsi, ma i sovietici dovettero subire pesanti sconfitte per tutto il primo e secondo anno di guerra. L’accerchiamento di Leningrado (che costo' 600 mila morti per fame e freddo), la caduta di Kiev, l’assedio di Mosca furono episodi tragici che fecero temere a tutti i popoli che gemevano sotto il nuovo “ordine nazista” e che vedevano nell’URSS l’ultimo bastione sicuro contro il nazi-fascismo, che anch’esso sarebbe caduto. La riscossa comincio' con la storica e vittoriosa resistenza di Stalingrado, con la disfatta dell’armata nazista assediante e con la ripresa dell’iniziativa sovietica su tutti i fronti. Le sorti della guerra si invertirono a sfavore dei nazisti nella battaglia di Kursk, nella quale i sovietici riuscirono a fermare l’ultima grande offensiva lanciata da Hitler nella primavera del 1943, molto prima che le potenze alleate si decidessero ad aprire il fronte occidentale con lo sbarco in Normandia (6 giugno 1944). Furono le truppe dell’Armata Rossa a liberare i prigionieri sopravvissuti nei campi di annientamento dell’Europa Orientale ed il 2 maggio la bandiera rossa con falce, martello e stella a cinque punte sventolo' sul Reichstag a Berlino.
Fin qui le ragioni politico- militari della vittoria sovietica sul nazismo.
Ma nessuna strategia militare avrebbe potuto conseguirla pagando un prezzo tanto alto (4) senza le ragioni politiche e sociali che animarono l’intero popolo sovietico a lottare nelle file dell’Armata Rossa e nelle formazioni partigiane per la vita e l’esistenza di una patria (la guerra fu chiamata Grande Guerra Patriottica) che riconosceva come una societa' propria, conquistata e diretta – pur tra le innumerevoli contraddizioni – da una classe operaia che aveva preso nelle sue mani il proprio destino, da una popolazione contadina che aveva visto per la prima volta appagata la sua fame di terra e che, attraverso le convulsioni della lotta di classe nelle diverse fasi (della NEP, della lotta contro i kulak), affrontava e sperimentava la grande rivoluzione del passaggio dalla proprieta' individuale alla proprieta' collettiva e alla meccanizzazione delle colture agricole.
La conquiste economiche e sociali della Rivoluzione d’Ottobre.
Nell’industria
La produzione industriale dell’URSS ebbe, nel giro di 26 anni, una crescita piu' rapida di quella degli altri paesi industrializzati, crescita che aumento' dal 3,7 % nel 1929, all’11,5 % nel 1938, a circail 12% nel 1939. Con questi risultati l’URSS si piazzo' al 3° posto dei grandi paesi industrializzati, dopo gli Stati Uniti e la Germania, superando la Gran Bretagna e la Francia.
Nel corso dei due primi piani quinquennali si costruirono piu' di 2500 fabbriche ed imprese, molte di esse, tra cui la fabbrica di trattori di Stalingrado ed il complesso siderurgico di Magnitogorsk si potevano definire “giganti industriali”.
Con lo sviluppo dell’industria, l’URSS divenne quasi completamente indipendente dall’estero. Le importazioni di materie prime (carbone, zinco, alluminio, ecc.) e di macchinari cessarono completamente o diminuirono drasticamente. Di alcuni prodotti si comincio' non solo la produzione, ma anche l’esportazione.
Uno dei risultati piu' importanti dell’economia pianificata socialista dell’URSS fu il trasferimento del centro di gravita' industriale verso est. Prima della guerra del 1914 i 2/3 delle industrie russe erano concentrate tra San Pietroburgo, Mosca e l’Ucraina; la Siberia, l’Asia Centrale e il Kasakstan, e cioe' il 76% del territorio russo non possedeva che il 6% dell’industria. Le regioni di produzione delle materie prime erano a grandi distanze dalle industrie di lavorazione, comportando altissimi costi di produzione dei prodotti finiti. Ricerche geologiche sulle ricchezze naturali del paese scoprirono o permisero di esplorare a fondo vasti giacimenti di materie prime, rendendo possibile lo sfruttamento, in zone per il passato inesplorate, di grandi giacimenti di carbone, di minerali di ferro, di riserve di petrolio, di rame, di zinco e di piombo. Si sviluppo' cosi', per portare un esempio, la seconda base carbonifera dell’URSS, il bacino di Kuznietsk. Questa decentralizzazione comportava necessariamente lo sviluppo dei trasporti, altro obiettivo fondamentale che si era posto il primo piano quinquennale.
Un altro risultato fondamentale della politica di industrializzazione consistette nel rinnovamento completo dell’apparato produttivo mediante lo sviluppo dell’ elettrificazione, il cui utilizzo si quadruplico' nel corso dei due primi piani quinquennali, e della meccanizzazione della produzione. Per fare un esempio, la meccanizzazione della produzione del carbone raggiunse il 90%. Lo sviluppo della produzione di macchine utensili, e nella fattispecie delle macchine tessili, porto' con sé quello dell’industria del cotone. L’industria leggera veniva cosi' incontro alla domanda digeneri di consumo per la popolazione, il cui livello di vita era migliorato. Infatti, dopo gli anni del “comunismo di guerra”, i salari degli operai erano aumentati e la durata della giornata lavorativa era stata ridotta a 7 ore giornaliere e a 6 per i lavori piu' pesanti.
Gli enormi investimenti per lo sviluppo dell’intero apparato produttivo, non potendo basarsi sui prestiti esteri delle banche internazionali, contavano invece, oltre che sulle imposte sui redditi delle imprese statali ed in misura minore sulle imposte sui redditi privati (molto basse per gli operai ed impiegati di Stato, piu' alte per gli artigiani ed i liberi professionisti), su un’alta produttivita' e sull’abbassamento dei costi di produzione. I lavoratori furono i veri protagonisti dello sviluppo industriale appena descritto. Prima il movimento di emulazione socialista, poi quello stakanovista (5) e delle brigate d’assalto. Nella societa' borghese (dove vige la schiavitu' del lavoro salariato per molti e il privilegio del non lavoro per pochi) il record di Stakanov viene dileggiato (dagli utopisti del “diritto all’ozio”) e presentato come l’alienazione o la costrizione a cui erano sottoposte le masse operaie sovietiche. In realta' i record di produttivita' conseguiti dai lavoratori di avanguardia sovietici (soprattutto giovani) erano l’effetto dell’entusiasmo di sperimentare per la prima volta nella storia i cambiamenti dei rapporti di produzione basati sull’abolizione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e su una diversa concezione del lavoro. Gli stakanovisti erano tutt’altro che animali da soma costretti a sopportare le piu' inumane fatiche, al contrario erano i pionieri del passaggio dalla priorita' della tecnica alla priorita' dei quadri tecnici, gli “uomini nuovi” provenienti dalla classe operaia, che venivano formati nei complessi scolastici per studi medi e superiori di ingegneria, chimica, scienze minerarie, ecc. Come diceva Stalin: “... Erano prevalentemente operai ed operaie, giovani o di media eta', colti e tecnicamente preparati (la sottolineatura e' nostra)... Essi sono immuni dal conservatorismo e dal tradizionalismo di alcuni ingegneri, tecnici e dirigenti di aziende... Il movimento stakanovista rappresenta l’avvenire della nostra industria, reca in sé il germe del futuro slancio culturale e tecnico della classe operaia e ci apre la sola strada per la quale possiamo raggiungere quegli alti indici produttivi indispensabili per passare dal socialismo al comunismo ed eliminare il contrasto tra lavoro intellettuale e lavoro manuale” (6).
A conclusione del secondo piano quinquennale, alla fine del 1937, l’industria dell’URSS raggiungeva il 428% rispetto al livello produttivo del 1929 ed in confronto all’anteguerra era piu' che quintuplicata.
Nell’agricoltura
Il passaggio dalla Nuova Politica Economica (NEP) alla collettivizzazione ed alla lotta contro i kulak e per l’abolizione del mercato capitalista che, nell’ambito della NEP aveva preso piede, fu una lotta estremamente dura nella societa' ed all’interno del Partito comunista.
Nel 1927 persisteva la parcellizzazione delle grandi aziende capitaliste espropriate ed assegnate nel 1918 alle unita' familiari di ex braccianti e contadini poveri. Le aziende contadine piccole e piccolissime, specialmente dell’area cerealicola, praticavano un’economia arretrata ed erano in grado di fornire alle citta' solo poco piu' di 1/3 dei cereali che l’agricoltura poteva vendere nel mercato dell’anteguerra. Questa crisi era accompagnata da quella dell’allevamento del bestiame.
La soluzione in un’economia socialista non poteva essere che la meccanizzazione e quindi la collettivizzazione dell’agricoltura, cioe' il raggruppamento graduale delle piccole e piccolissime aziende nella coltivazione in comune della terra per mezzo di cooperative, avvalendosi di macchine agricole e dei procedimenti scientifici delle colture intensive.
Nel 1929, l’anno che Stalin chiamo' della grande svolta , si verifico' l’ingresso nei kolchoz non piu' di gruppi isolati di contadini, ma di villaggi e, a volte, di interi circondari. Questo significava l’adesione dei contadini medi alle cooperative agricole di produzione. Fu l’effetto del grande impulso alla produzione agricola realizzato nei sovchoz (aziende agricole di Stato) e dello sviluppo delle Stazioni di macchine agricole e di trattori che offrivano soluzioni fino ad allora impensate per lo sfruttamento delle terre incolte, per le seminagioni e per i raccolti meccanizzati di vaste aree, in particolare delle colture cerealicole. Gli anni successivi, dal 1930 al 1934, videro il passaggio dalle limitazioni imposte ai kulak alla loro eliminazione “in quanto classe”. Bisogna ricordare che i kulak avevano contrastato in ogni modo il crescente movimento contadino che si volgeva in favore della collettivizzazione, mediante sabotaggi, incendi ed assassinii, macellando il proprio bestiame ed incitando i contadini a fare altrettanto e ad entrare nudi nei kolchoz. L’ostilita' dei kulak era favorita, da un lato, dalle correnti di destra all’interno del Partito che li sostenevano e, dall’altro lato, da tutta una serie di errori e forzature di sinistra, commessi da parte di zelanti funzionari, i quali sostituirono il libero consenso con la costrizione, affrettarono arbitrariamente i tempi scaglionati di collettivizzazione che erano stati assegnati alle regioni e imposero la socializzazione integrale dei beni degli aderenti alle cooperative. Questi gravi errori determinarono arretramenti nella produzione e nella consegna dei prodotti allo Stato. Furono corretti con l’adozione, nel febbraio del 1935, dello statuto dell’artel agricolo (cooperativa nella quale erano collettivizzati soltanto i principali mezzi di produzione) e con la conferma della concessione ai kolchoz di tutte le terre da essi coltivate in godimento perpetuo.
Con il passaggio di tutta le terre del villaggio ai kolchoz, comprese quelle di proprieta' dei kulak, i contadini iniziarono ad espropriarli e a cacciarli dalle terre. Fu una lotta di classe dal basso, appoggiata dall’alto da leggi drastiche che abolivano i diritti di proprieta' e di sfruttamento di mano d’opera da parte dei kulak.
Verso la fine del 1934 i kolchoz raggruppavano circa i ¾ delle aziende contadine dell’URSS e circa il 90% di tutta la superficie seminata. L’agricoltura impiegava 281.000 trattori e 32.000 mietitrebbia. Il piano della consegna del grano fu adempiuto tre mesi prima che nel 1932.
Alla fine del secondo piano quinquennale, realizzato prima del termine prestabilito, si verifico' un’ascesa senza precedenti in tutti i settori della produzione agricola. I kolchoz da soli (senza tener conto dei sovchoz) diedero al paese piu' di 1.700 milioni di pud di grano mercantile, ossia almeno 400 milioni di pud in piu' di quanto avessero messo sul mercato nel 1913 i grandi proprietari terrieri, i kulak ed i contadini nel loro complesso.
Nell’istruzione
Con l’introduzione dell’istruzione generale obbligatoria e con la costruzione di nuove scuole, non solo fu sconfitto l’analfabetismo, ma il livello di cultura in tutta l’URSS si elevo' straordinariamente.
Il numero degli allievi delle scuole elementari passo' da 8 milioni nel 1914 a 28 milioni nell’anno scolastico 1936-1937. Quello degli studenti degli istituti d’istruzione superiore, da 112.000 nel 1914, a 542.000 nell’anno scolastico 1936- 1937.
Impressionanti anche i risultati nella formazione delle varie categorie professionali degli intellettuali. I quadri intellettuali nel 1937 avevano raggiunto la cifra complessiva di 9,6 milioni di persone. Diamo alcune cifre riguardanti diverse categorie professionali nel 1937: 969.000 maestri (213.000 nel 1914); 132.000 medici (19.785 nel 1913); 250.000 ingegneri; 80.000 tra scienziati e professori; 150.000 artisti, ecc. Il dato caratteristico era la loro composizione sociale. A differenza delle societa' capitaliste, la maggioranza della nuova classe intellettuale sovietica proveniva dalle file della classe operaia e, per completare il quadro dello sforzo compiuto nel campo culturale e dare solo un cenno delle conquiste delle donne in ogni campo politico e sociale, argomento su cui speriamo di ritornare, ricordiamo soltanto che in Unione Sovietica (sempre facendo riferimento al 1937) circa un uomo su dieci ed una donna su dodici avevano frequentato una scuola secondaria o una scuola secondaria superiore.
La politica delle nazionalita'
I fondamenti del patto costitutivo dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (7) garantivano: la libera adesione ed uguaglianza delle nazioni; il diritto ad un’esistenza statale indipendente; l’uguaglianza giuridica dei membri dell’Unione; il diritto ad uscire dall’Unione per decisione unilaterale.
Nel capitolo della Costituzione del 1936, riguardante gli organi del potere di Stato dell’URSS, veniva stabilito che il Soviet Supremo dell’URSS (potere legislativo) si componesse di due Camere: il Soviet dell’Unione e il Soviet delle Nazionalita' e che le due Camere avessero uguali diritti (8).
Siamo anche qui costretti, per ragioni di spazio, ad omettere la questione importantissima della lotta ideologica che Stalin condusse contro due tendenze opposte, ugualmente errate, presenti nel Partito: quella dello sciovinismo grande-russo e quella dello sciovinismo nazionalista. Vi facciamo solo cenno per far presente che sarebbe importantissimo studiare a fondo queste tendenze per interpretare tutti i tentativi attuali – provenienti dall’esterno e dall’interno – di frantumazione della Federazione Russa.
Le Repubbliche federate, le Repubbliche autonome e le regioni autonome (le tre categorie di appartenenza all’Unione) godettero in pratica della loro piena autonomia che consistette, come spesso giustamente si sottolinea, nel favorire, da parte del governo centrale, lo sviluppo delle culture nazionali, ivi comprese le lingue locali, ma soprattutto nei grandi avanzamenti economici (investimenti industriali, comunicazioni), culturali (scuole, universita', biblioteche, ecc.) e sociali.
Il successo di questa politica fu dimostrato - con la verita' inoppugnabile dei fatti - dal fallimento del tentativo, da parte dell’invasore nazista, di puntare sulle divisioni etniche. Diversamente a quanto si verifico' in vari Stati “democratici” europei, nell’URSS non ci furono governi collaborazionisti alla Quisling o Pétain, né diserzioni di massa. Al contrario, i popoli di tutte le nazionalita' e le etnie, nella stragrande maggioranza, lottarono uniti contro le forze armate nemiche, portatrici della teoria delle “razze inferiori”, consapevoli che la vittoria del nazismo avrebbe significato non solo la perdita dell’autonomia, ma la loro riduzione in schiavitu'.
Per concludere, non possiamo non paragonare questa unita' sostanziale, sia pure raggiunta attraverso contraddizioni ed errori, con l’attuale disegno eterodiretto dei nazional-separatisti, che ha il suo culmine nella guerra in Cecenia, prova generale della totale balcanizzazione della Federazione Russa. Questo disegno e' parte della strategia, gia' attuata con successo nei Balcani, in Afghanistan e che si prospetta per l’Irak, che si inserisce nel quadro di una nuova spartizione del mondo ad opera delle potenze imperialiste e degli USA in prima fila.
Infine, a proposito della Nato, e' istruttivo paragonare la strategia dell’Unione Sovietica alle soglie della seconda guerra mondiale, che consegui' il fine di precostituire una cintura di Stati amici e neutrali, per ammortizzare il primo impatto dell’assalto nazista, con l’acquiescenza dimostrata da Putin al vertice Russia - Nato di Roma (vedi la dichiarazione del CC del Partito Pansovietico dei Bolscevichi, pubblicata in questo stesso foglio). Egli evidentemente preferisce correre il pericolo costituito dall’accerchiamento di Stati membri della Nato, zelanti neofiti ed aspiranti tali, che preme ai confini della Russia, foriero di ogni ricatto e al limite di atti di guerra, in cambio di un ruolo, che la stessa dichiarazione definisce giustamente “di vassallo”.
Adriana Chiaia
Note:
1) Il 26 giugno 1938 il Commissario agli Affari Esteri, Litinov, denuncio' lo stato di disgregazione della Societa' delle Nazioni: “Alcuni abbandonano la Societa' delle Nazioni, altri vi rimangono formalmente, ma rifiutano arbitrariamente di adempiere agli impegni presi.”
2) Nel presente articolo, per motivi di spazio, non possiamo occuparci dell’estensione del conflitto nell’Estremo Oriente (scatenamento della guerra del Giappone contro la Cina). Anche di fronte dell’aggressione fascista in Oriente, i governi di
Londra e Parigi applicarono la “politica di Monaco”. Per preservare le sue frontiere orientali, l’URSS firmo' un patto di neutralita' con il Giappone.
3) Gli imperialisti polacchi, guidati dal maresciallo Pilsudski, perseguivano la restaurazione dello Stato polacco nelle frontiere del 1772, che inglobavano un numero di abitanti non polacchi maggiore di quello dei polacchi. A questo scopo la Polonia attacco' l’Unione sovietica nel 1920 con il pieno appoggio delle potenze alleate. Malgrado uscisse vittorioso dal conflitto, il governo dell’URSS dovette accettare, nelle ingiuste trattative di pace, la cessione dell’Ucraina e della Bielorussia alla Polonia imperialista.
4) 20 milioni di morti, la meta' dei quali furono civili o prigionieri di guerra, uccisi e torturati dai nazisti nei territori sovietici occupati. I nazisti distrussero 1710 citta', oltre 70 mila villaggi, 32 mila imprese industriali, 98 mila kolchoz, 1876 sovchoz, fecero saltare 65 mila chilometri di linee ferroviarie e portarono via 16 mila locomotive e 428 mila vagoni.
5) movimento che prese il nome da Alessio Stakanov, un perforatore di una miniera nel bacino del Donez, che in un solo turno di lavoro produsse 102 tonnellate di carbone, superando di 14 volte la norma corrente.
6) Stalin, Questioni del leninismo, p. 602 – 3. Edizione italiana
7) Vedi rapporto al X Congresso Panrusso dei Soviet, 26 dicembre 1922.
8) Stalin, Sul progetto di Costituzione dell’URSS, ( che contiene in appendice il testo definitivo approvato), Edizioni Rinascita, Roma, 1951.
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1 Il 26 giugno 1938 il Commissario agli Affari Esteri, Litinov, denuncio' lo stato di disgregazione della Societa' delle Nazioni: “Alcuni abbandonano la Societa' delle Nazioni, altri vi rimangono formalmente, ma rifiutano arbitrariamente di adempiere agli impegni presi.”
2 Nel presente articolo, per motivi di spazio, non possiamo occuparci dell’estensione del conflitto nell’Estremo Oriente (scatenamento della guerra del Giappone contro la Cina). Anche di fronte dell’aggressione fascista in Oriente, i governi di Londra e Parigi applicarono la “politica di Monaco”. Per preservare le sue frontiere orientali, l’URSS firmo' un patto di neutralita' con il Giappone.
3 Gli imperialisti polacchi, guidati dal maresciallo Pilsudski, perseguivano la restaurazione dello Stato polacco nelle frontiere del 1772, che inglobavano un numero di abitanti non polacchi maggiore di quello dei polacchi. A questo scopo la Polonia attacco' l’Unione sovietica nel 1920 con il pieno appoggio delle potenze alleate. Malgrado uscisse vittorioso dal conflitto, il governo dell’URSS dovette accettare, nelle ingiuste trattative di pace, la cessione dell’Ucraina e della Bielorussia alla Polonia imperialista.
4 20 milioni di morti, la meta' dei quali furono civili o prigionieri di guerra, uccisi e torturati dai nazisti nei territori sovietici occupati. I nazisti distrussero 1710 citta', oltre 70 mila villaggi, 32 mila imprese industriali, 98 mila kolchoz, 1876 sovchoz, fecero saltare 65 mila chilometri di linee ferroviarie e portarono via 16 mila locomotive e 428 mila vagoni.
5movimento che prese il nome da Alessio Stakanov, un perforatore di una miniera nel bacino del Donez, che in un solo turno di lavoro produsse 102 tonnellate di carbone, superando di 14 volte la norma corrente.
6 Stalin, Questioni del leninismo, p. 602 – 3. Edizione italiana
7 Vedi rapporto al X Congresso Panrusso dei Soviet, 26 dicembre 1922.
8 Stalin, Sul progetto di Costituzione dell’URSS, ( che contiene in appendice il testo definitivo approvato), Edizioni Rinascita, Roma, 1951.
Nome: Pietro Ancona ----- Data e ora: 30/08/2010 - 22.30.25 ----- Titolo: e se i guai sono rappresentati dalla Confindustria
E se il problema dell'Italia, delle sue difficolta' che la fanno annaspare non fossero le resistenze frapposte dalla Fiom all'editto Marchionne, ma la Confindustria e la sua incapacita' ad indicare una linea di sviluppo e di produzione di profitti che non sia quella dell'assistenzialismo e dei bassi salari?
La Confindustria tedesca credo che abbia molto da insegnare ai sempre piu' lividi portavoce degli industriali italiani. L'industria tedesca regge con salari quasi doppi di quelli italiani. L'economia generale del Paese e' armoniosa ed i negozi non sono deserti come avviene da noi dove la gente non
ha piu' soldi da spendere oltre quelli necessari alla mera sopravvivenza,.
I sindacati tedeschi assolvono ad un ruolo di responsabilita' con la pratica della codecisione.
Ma i loro lavoratori non sono disperati e ridotti alla fame come quelli iscritti ai sindacati italiani di Bonanni, Angeletti ed Epifani che dal 1993 ad oggi tengono i salari fermi e cedono consistenti quote di diritti e di welfare ogni volta che si incontrano con Governo ed Imprenditori. La codecisione tedesca in Italia si traduce in una mera presa d'atto delle decisioni unilaterali delle imprese.
Mettete in fila le dichiarazioni della Marcegaglia ed i documenti di Confindustria degli ultimi venti anni. Un piagnucolio senza fine per chiedere soldi, soldi, soldi (di quelli buoni diceva la Marcegaglia). La Marcegaglia che oramai sfiora la volgarita' con la brutalita' e le bassezze delle sue accuse verso i lavoratori con accenti sempre piu' queruli ed isterici chiede favori fiscali per le imprese, sempre meno welfare e sopratutto la riduzione al silenzio dei sindacati di lavoratori che ancora si ostinano a essere tali.
Tutto quello che ha ottenuto non basta mai. Vuole ancora di piu', sempre di piu'. L'ideale e' portare il lavoratore italiano allo stesso livello di quello polacco o, meglio, di quello tunisimo. Azzerare quasi il costo della manodopera anche se questo incide sempre di meno sui costi di produzione anche nella industria manifatturiera. Azzerare la spesa sociale dello Stato. La scuola italiana sta per essere ridotta in maceria dalla drastica cura dimagrante della Gelmini. Una scuola al livello della peggiore scuola pubblica delle periferie americane con programmi sempre piu' dequalificati.
Ora l'abbattimento dei salari gia' ultimi tra i paesi OCSE non basta piu'. Tremonti propone anche di evitare i costi per la sicurezza del lavoro. La difettosa ed insufficiente legge italiana gli sembra "un lusso" e pensa di mettere le mani sull'Inail e sull'INPS magari per sfasciarli privatizzandoli. Sembra attirato dalla buona salute finanziaria di cui godono due istituzioni importanti del welfare italiano.
Marchionne si e' unito ai pellegrini che ogni anno si recano a Rimini al "famoso" meeting di Comunione e Liberazione una organizzazione che in Italia svolge il ruolo di certe associazioni fondamentaliste della destra statunitense che gli italiani conoscono per le sue intolleranti convinzioni neocon e non per quella che e': un enorme parassita che ha creato un impero economico con appalti si servizi e forniture dalla pubblica amministrazione, con la cosidetta sussidiarieta', i bassissimi salari che corrisponde alle persone che lavorano alle sue dipendenze. Ogni anno l'appuntamento al meeting di CL, come la relazione del governatore della banca d'Utalia, come il Convegno di Cernobbio, scandisce il calendario politico. Gli Oligarchi della politica italiana smaniano per un invito che viene accordato soltanto a coloro che si distinguono nella lotta contro la classe lavoratrice e la sinistra.
Sarebbe opportuna un approfondimento di CL un esame dei bilanci della Compagnia delle Opere,e magari scopriremmo quanto e' bello, quanto e' redditizio e facile, gridare contro lo statalismo e profittare a piene mani delle sue risorse.
L'idea di usare la globalizzazione per ridurre l'Italia al livello dell'Egitto o della Polonia di oggi rottamando i diritti delle persone, distruggendo la scuola e la sanita', svendendo il patrimonio dello Stato ai privati ha fatto in Italia troppo strada. L'idea di considerare la lotta di classe un reperto del passato e' autolesionistica. Ill conflitto sociale e' l'unico regolatore bilaterale o multilaterale dei rapporti interni alla societa'. La dialettica del conflitto sociale produce progresso. Stimola le imprese verso le innovazioni. Quando le imprese risolvono i problemi riducendo i salari o i diritti invecchiano e vengono superate e diventano presto fuori mercato. La fiat, scaricando da sempre sui salari e sullo Stato le sue difficolta', produce auto poco competitive e meno buone e solide di quelle della concorrenza. Perde quota e deve produrre in Serbia per competere con coloro che producono auto in Germania o in Francia pagando alti salari e rispettando contratti e leggi sociali che Marchionne vorrebbe stracciare.
Nome: Enza ----- Data e ora: 17/08/2010 - 19.17.40 ----- Titolo: W COMPAGNI COMPLIMENTI PER IL SITO! AVANTI FINO ALLA VITTORIA FINALE!
Nome: NICO ----- Data e ora: 14/06/2010 - 22.59.17 ----- Titolo: STALIN E LE NAZIONALIZZAZIONI Stalin e le nazionalizzazioni come difesa dall'aggressione imperialista e dalla controrivoluzione internaCondividi. Oggi alle 22.49
L'uscita dalla guerra e il breve periodo di tregua conquistato dalla Repubblica sovietica al duro prezzo di una "pace disgraziata", come Lenin defini' il trattato firmato a Brest-Litovsk, fu decisivo per il governo, la classe operaia e i contadini rivoluzionari della Russia per avviare e sviluppare tutte le iniziative e le attivita' necessarie a consolidare la dittatura del proletariato, il grande processo di trasformazione socialista del paese, la sua capacita' di difesa sia politica sia militare dall'aggressione controrivoluzionaria che di li' a poco la borghesia russa e l'imperialismo mondiale avrebbero scatenato per annientare il primo Stato socialista.
Possiamo brevemente sintetizzare queste iniziative e queste attivita' che hanno permesso il consolidamento del potere sovietico in Russia e la riorganizzazione del sistema sociale ed economico su base socialista e che hanno avuto il loro massimo impulso proprio nel periodo successivo alla conclusione della pace con la Germania. Il controllo e la nazionalizzazione della Banca di Stato e delle banche private introdotti dai decreti del Consiglio dei Commissari del popolo sull'annullamento dei prestiti interni ed esteri contratti dal governo zarista e dal governo provvisorio, sulla trasformazione dell'organizzazione bancaria in monopolio di Stato con la confluenza delle banche private in quella statale e la creazione della Banca popolare unificata della Repubblica russa.
L'avvio del programma di nazionalizzazione dell'industria, a partire dalle grandi fabbriche e dagli stabilimenti minerari, metallurgici, tessili, ecc., fino a coprire la totalita' dei settori produttivi.
Il complesso e difficile avvio del lavoro nelle aziende nazionalizzate e l'incremento della produttivita' sulla base dell'organizzazione del lavoro socialista, del rafforzamento della nuova disciplina, della preparazione di quadri operai in grado di dirigere le fabbriche, i settori produttivi e l'economia.
Tutto cio' assieme alla definizione del programma di sviluppo dell'industria pesante, per garantire la vittoria del settore socialista su tutti gli altri settori dell'economia del paese. Il controllo sulle principali branche del commercio. La creazione presso il Consiglio superiore dell'economia nazionale di una speciale commissione per lo studio delle fonti d'energia della Russia e l'avvio del processo d'elettrificazione con la costruzione delle prime grandi centrali elettriche del paese.
Sul piano della sicurezza interna lo smantellamento del vecchio apparato e la formazione dei nuovi organismi della "dittatura del proletariato" porto' alla creazione della "milizia operaia", la nuova polizia, alle dirette dipendenze dei Soviet. Il 7 dicembre 1917 il governo istitui' la "Commissione straordinaria" (Ceka') in funzione della prevenzione e della lotta contro il sabotaggio e i tentativi controrivoluzionari e dell'arresto e della consegna dei responsabili di questi atti ai "tribunali rivoluzionari".
Infine il nuovo sistema giudiziario, introdotto con il "Decreto n. 1 sui tribunali" del 22 novembre 1917. Il nuovo ordinamento, i cui organi emanati e controllati dai Soviet, erano elettivi, istitui' i "Tribunali del Popolo" per il giudizio sui reati comuni e i "Tribunali Rivoluzionari" per quello riguardante la lotta alla controrivoluzione.
Nome: nico ----- Data e ora: 29/05/2010 - 19.29.52 ----- Titolo: Dichiarazioni del Network Antimperialista Dichiarazioni del
Network Antimperialista
riunito all’Assemblea Preparatoria del Social Forum Europeo
a Istanbul, il 22 maggio 2010
Il Network Antimperialista del Social Forum Europeo in occasione della riunione tenuta a Istanbul il 22 maggio 2010 per organizzare i lavori del Social Forum, che si terra' a Istanbul dal 1 al 4 luglio, ha prodotto le dichiarazioni seguenti:
Come affermato durante l’Assemblea Preparatoria Europea del Social Forum ad Istanbul, la crisi del capitalismo si trasforma in una vera e propria guerra contro le masse popolari. Di fronte a questi ultimi sviluppi, che a partire dalla Grecia si stanno estendendo in tutta Europa, il Network Antimperialista dichiara che limitarsi a pensare a un altro mondo possibile appartiene al passato. Il presente richiede qualcosa di nuovo. Dobbiamo comprendere che quest’altro mondo possibile e' il socialismo, e dobbiamo lottare per realizzarlo. La via d’uscita dalla crisi capitalistica e' il socialismo.
Il Network Antimperialista dichiara la propria solidarieta' alla lotta delle masse popolari in Grecia e in tutti gli altri paesi d’Europa e del mondo che lottano per difendersi contro la guerra che la borghesia imperialista scatena contro di loro. Dichiara la propria solidarieta' a tutti i lavoratori e le lavoratrici che in tutto il mondo lottano come avanguardia delle masse popolari, e in particolare agli operai turchi della Tekel, la cui resistenza dura da mesi, e che il 1° maggio sono stati protagonisti della riconquista a Istanbul di Piazza Taksim, che il regime aveva proibito alle dimostrazione operaie per piu' di un decennio.
Il Network Antimperialista dichiara la propria solidarieta' al movimento comunista e rivoluzionario del Nepal, che avanza con successo nella lotta per la democrazia e la sovranita' nazionale, per abbattere il feudalesimo, contro l’oppressione, e contro le mire espansioniste dello Stato indiano.
Il Network Antimperialista dichiara la propria solidarieta' alla resistenza delle popolazioni indigene e al loro movimento comunista che resiste alla guerra che lo Stato indiano ha dichiarato contro di loro, la guerra chiamata Operazione Green Hunt, che prevede massacri, espropriazioni di terre e devastazioni ambientali di proporzioni gigantesche. Il Network dichiara inoltre la propria solidarieta' alla scrittrice e attivista dei diritti umani Arundathi Roy, perseguitata perché denuncia la barbarie dello Stato indiano.
Il Network Antimperialista dichiara la propria solidarieta' ai popoli in lotta contro l’aggressione imperialista, in Afghanistan, in Iraq, e altrove.
Il Network Antimperialista dichiara la propria solidarieta' ai popoli in lotta per la liberazione nazionale, ai palestinesi, ai curdi, ai baschi, agli irlandesi. Dichiara la propria solidarieta' ai prigionieri politici irlandesi in lotta contro le infami condizioni in cui sono costretti nel carcere di Bahagonny.
Il Network Antimperialista si impegna a fare si' che il Social Forum Europeo sia uno strumento per fare vincere le lotte dei lavoratori e delle masse popolari in Europa e in tutto il mondo. Invitiamo tutti a partecipare a questo nostro impegno e a partecipare al Social Forum Europeo di Istanbul tra il 1 e il 4 luglio 2010.
Costruiamo un’altra Europa!
The Anti-Imperialist network of the European Social Forum from Istanbul support Indian people's resistance.
Statements by Anti-imperialist Network from Istanbul, 22nd May
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Oggi alle 17.38
The Anti-Imperialist Network of the European Social Forum, on occasion of the meeting held in Istanbul on 22 May 2010 in Istanbul for organizing the works of Social Forum, made the following statements.
As it has been told in the European Preparatory Assembly of the Social Forum in Istanbul, the crisis of capitalism is becoming a real war against the popular masses. Facing the latest developments that, starting from Greece are wide spreading all over Europe, the Anti-Imperialist Network states that only thinking to another possible world belongs to the past. Present times need something new. We need to understand that this other possible world is socialism, and we have to struggle for building it. The way out from the capitalist crisis is socialism.
The Anti-Imperialist Network declares its solidarity to popular masses’ struggles in Greece and in the other countries of the world, who struggles to defend themselves against the war the bourgeoisie is waging against them. It declares its solidarity to all the workers all around the world struggling as a vanguard of the popular masses, and in particular to the Turkey workers of Tekel, whose resistance is going on for months, and who were in the forefront in Istanbul in the conquest of Taksim square, which the regime had forbidden to workers’ demonstration for more than a decade.
The Anti-Imperialist Network declares its solidarity to the communist and revolutionary movement of Nepal, which is advancing successfully in the struggle for democracy and national sovereignty, for overthrowing feudalism, against oppression and Indian State expansionism.
The Anti-Imperialist Network declares its solidarity to the resistance of indigenous people and of its communist movement resisting to the war the Indian state declared against them, the war called Operation Green Hunt, that plans appaling slaughters, expropriations of lands and environmental devastation. Besides, the Anti-Imperialist Network declares its solidarity to the writer and human right defender Arundathi Roy, persecuted because she denounces Indian State barbarity.
The Anti-Imperialist Network declares its solidarity to peoples struggling against imperialist aggressions in Afghanistan, Iraq, and everywhere.
The Anti-Imperialist Network declares its solidarity to the people struggling for national liberation, to Palestinian, Kurdish, Basque, Irish people. It declares its solidarity to Irish political prisoners struggling against the awful condition they have to endure in Bahagonny prison.
The Anti-Imperialist Network is committed to get the European Social Forum to be a means for making workers and peoples’ struggles win in Europe and all over the world. We invite every one of you to join our work and to participate in the European Social Forum of Istanbul on 1-4 July 2010.
Let’ s build another Europe!
Let’s build new socialist countries!
Costruiamo nuovi paesi socialisti!
Nome: rosario marotta ----- Data e ora: 05/11/2010 - 20.50.07 ----- Titolo: Lavoro in affitto Il lavoro in affitto,il cosiddetto,"lavoro in somministrazione",che in questi ultimi anni,grazie alla famigerata"LEGGE BIAGI,ha preso sempre piu' piede e' diventato un fatto istituzionale.Praticamente,con la somministrazione di lavoro,si instaura un tipo di contratto che coinvolge tre entita':il somministratore(agenzia interinale),l'utilizzatore(l'azienda)e l'operaio,o impiegato chessia,il quale svolge la mansione a termine richiesta.Il lavoratore viene assunto dall'agenzia interinale,e viene inviato nel luogo dove si trova l'utilizzatore.Facendo divenire cosi' il lavoratore ,una sorta di merce di scambio,equiparato ad una transazione commerciale,un oggetto che viene venduto ed acquistato,a beneficio non del lavoratore,che viene umiliato e sottomesso,ma bensi' del compratore(l'azienda),e del venditore (agenzia).Quello che i piu' non sanno,oppure hanno dimenticato,questa sorta di perverso marchingegno,usato per togliere qualsivoglia diritto alle masse operaie,e attualmente anche alle classi medie,era largamente usato alla fine degli anni '70 sotto il nome di "cooperative di servizi",che altro non erano che una forma primordiale delle attuali agenzie interinali.Queste cooperative,avevano il compito di reclutare lavoratori in affitto,prettamente immigrati del sud Italia,(non c'erano ancora gli extracomunitari)senza una lira e affamati,per canalizzarli in aziende compiacenti.Questi malcapitati avevano mansioni esclusivamente di fatica, venivano affiancati ai dipendenti veri e propri dell'azienda,i quali non volevano fare certi lavori pesanti.Una sorta di caporalato in piena regola,degna non di un paese avanzato come la nostra Italia,ma del piu' misero e bieco dei paesi del terzo mondo,ove vige la legge del piu' forte e del piu' furbo,dove non esiste democrazia. Si evince da cio' che il lavoro precario,non e' storia recente, esisteva gia quarant'anni fa, si e' solo evoluto col passare del tempo ,si e' raffinato,adesso non interessa solo i nostri connazionali di classe operaia venuti da terre di mafia e di camorra,ma interessa anche e soprattutto i nostri giovani,e le classi sociali piu' elevate. http://maroneonis.blogspot.com/
Nome: rosario marotta ----- Data e ora: 05/03/2010 - 20.22.30 ----- Titolo: chi mi ha messo le catene passa la vita in vacanza http://maroneonis.blogspot.com/2010/05/chi-mi-ha-messo-le-catene-passa-la-vita.html
Nome: Ciro Crescentini ----- Data e ora: 05/02/2010 - 21.41.55 ----- Titolo: primo maggio triste , c'e' poco da festaggiare Un primo maggio triste e precario per i lavoratori campani: 800 mila disoccupati, 50 mila lavoratori in nero o in grigio, 13 mila precari “a progetto”, millecinquecento “affittati” dalle agenzie interinali. In Campania, negli ultimi anni, la giunta Bassolino ha speso 9 miliardi di euro provenienti dalle casse comunitarie senza creare lavoro o sviluppo. Nelle fabbriche, nei cantieri e negli uffici si lavora come cento anni fa. Le organizzazioni sindacali confederali si trasformano in promoter dei fondi pensionistici e dei collocamenti privati, in grandi sportelli di servizi parapubblici allontanandosi sempre di piu' dai luoghi di lavoro. Il lavoro precario non ha avuto inizio con la legge Biagi. La precarieta' e' stata legittimata con la legge Treu e con i contratti di collaborazione. Domani non sara' un giorno di festa per migliaia di lavoratori e lavoratrici napoletani. In molti sono preoccupati del proprio futuro, i giovani, in particolare. “La banca non vuole riconoscermi il mutuo per acquistare la casa – dice Roberta Vittosi un’operatrice call center – Non mi ritiene affidabile perché ho stipulato un contratto a progetto”. Il lavoro diventa sempre piu' precario. “La precarieta' fa aumentare lo stress, la depressione ed e' la causa degli infortuni sul lavoro. Almeno il 90% dei lavoratori che si ammalano o si infortunano sono lavoratori preoccupati per il proprio futuro. Ai limiti della poverta' si trovano migliaia di famiglie campane di operai morti sul lavoro. Migliaia di madri e vedove, non solo distrutte dal dolore per la perdita affettiva ma totalmente incapaci di far fronte alla perdita economica del capofamiglia. Famiglie al completo sbaraglio, bambini lasciati al proprio destino, donne incapaci di assicurare nemmeno i beni di prima necessita' a questi orfani. "Se in ogni procura, specialmente in quelle medio-grandi, vi fossero pool di magistrati impegnati sulla sicurezza, pure gli organi di vigilanza sul territorio (ispettori del lavoro, di Asl e Arpa) avrebbero un altro atteggiamento rispetto ai controlli e alla prevenzione degli incidenti sul lavoro,finché l’intervento giudiziario sara' frammentato, non si otterra' il risultato di renderlo sistematico, uniforme e incisivo, oltre che professionale, su tutto il territorio nazionale” – dice Raffaele Guariniello Procuratore aggiunto di Torino. Nei call center, laboratori e cantieri di restauro artistico sono diffusi i “finti” contratti a progetto utilizzati per non riconoscere come subordinati o dipendenti gli addetti impegnati dieci e dodici ore al giorno. Tanti soldi, tante risorse evase che potrebbero essere utilizzate per migliorare le condizioni di lavoro e la qualita' delle strutture pubbliche e sociali (scuole, ospedali, reti ferroviarie, asilo nido). Il primo maggio? Tanta la precarieta'. Non c’e' niente da festeggiare
Nome: COMUNISTI NAPOLETANI ----- Data e ora: 05/01/2010 - 20.58.27 ----- Titolo: insurrezione armata 1945 ....... oggi come ieri INSURREZIONE ARMATA 1945....UN UTILE INSEGNAMENTO PER LA RIVOLUZIONE PROLETARIA SOCIALISTA!!!!
Agli operai/e , ai lavoratori/lavoratrici dipendenti di tutti i settori,ai disoccupati/e,ai precari/e,ai pensionati/e,alle casalinghe,ricordiamo L'INSURREZIONE ARMATA che nel 25/04/45 libero' l'Italia dal nazifascismo.
Di che natura fu' l'insurrezione armata del 45 ??? Essa fu' un azione armata di popolo che si fuse e venne guidata da formazioni politico-militari ( quasi esclusivamente dalle brigate partigiane comuniste) che misero fine ad un regime oppressivo per via militare rivoluzionaria.L'insurrezione assume una straordinaria attualita' oggi,sia perche' il nemico battuto 65 anni fa' sta risorgendo ( vedasi natura fascista,razzista del governo berlusconi) perche' la crisi capitalistica spinge i padroni ad accentuare sempre piu' il carattere reazionario di stato borghese,affamando,reprimendo,militarizzando i rapporti interni e internazionali,sia perche' se le masse popolari non vogliono pagare questo prezzo,il regime economico e politico capitalistico deve essere superato da una rivoluzione proletaria,la quale nella sua fase finale assumera' probabilmente la forma di insurrezione armata,questa volta non contro un regime politico particolare della borghesia (nazifascismo),ma contro tutto il sistema capitalistico.
Al regime oppressivo capitalistico fondato sull profitto individuale e sull'oppressione politica , si sostituira' un potere proletario che eliminando la classe dei capitalisti,socializzi la ricchezza sociale prodotta ed assicuri dominio politico e liberta' a tutta l'umanita'.
per questi motivi,tutti i proletari,i comunisti,tutti coloro che sono sinceramente legati alla giustizia sociale ,devono rafforzare il campo comunista rivoluzionario,devono produrre iniziative,propagandare,chiarire,studiare ed applicare gli insegnamenti dell'insurrezione armanta del 25 Aprile 1945.
Mentre i borghesi festeggieranno il 25 Aprile per l'ottenimento della costituzione democratica,ilproletariato ricordera',studiera' e applichera' quegli insegnamenti per lo sbocco della lotta di classe.
in questi anni in cui una infima minoranza si e' arricchita,costituendo due blocchi socio-politici ( uno pseudodemocratico,guerrafondaio di destra polo pdl-lega-estrema destra,l'altro pseudodemocratico di sinistra pd-prc-ecc. che servono la borghesia rendendo lo tato borghese piu' autoritario,guerrafondaio,antipopolare,che immiserisce le masse popolari.
Tutto cio' dimostra che questo sistema socio-politico-capitalistico va' abbattuto dallo sviluppo della coscienza autonoma proletaria,unitamente alla costituzione del partito comunista rivoluzionario,per un processo rivoluzionario verso il socialismo.Viva il 25 Aprile,
Viva la lotta proletaria e comunista nazionale e internazionale.Comunisti Napoletani,
Nome: rosario marotta ----- Data e ora: 29/04/2010 - 21.20.53 ----- Titolo: Il sud delle meraviglie Secondo alcuni rapporti,sono piu' di settecentomila,negli ultimi anni che hanno fatto le valigie per trasferirsi dal sud al nord Italia.Questo esercito di giovani e non piu' giovani,hanno in comune tutti lo stesso sogno:lavorare.L'unica certezza di un passo cosi' difficile,quello di lasciare la propria terra,e' quella forse di trovare un lavoro precario,cosa praticamente impossibile al sud.Un sud,quello italiano, in cui mancano del tutto le politiche giovanili,un sud ancora dominato dalle mafie,un sud dove ti sembra di essere ancora in una sorta di ambito medievale,in piu' imbruttito da degrado e abbandono.Partono,questa volta con gli zaini firmati e il telefonino di ultima generazione,consci che la loro destinazione ha ben poco da offrire in ambito lavorativo e umano.Partono silenziosamente verso le citta' del nord Italia,ma anche del nord Europa,cercando magari all'estero quello che non hanno avuto nel loro paese,cioe' un'affermazione del merito e diritto che i governi italiani non hanno saputo dare,che invece di puntare sull'istruzione e sulla formazione,tagliano proprio in questi settori.Ma i problemi piu' gravi li devono affrontare quelli che restano al sud Italia,perche' perdono ogni speranza di trovare un occupazione,arrivando anche a non cercare piu' e a non iscriversi nei registri dei disoccupati,uscendo dal mercato del lavoro senza provare piu' a rientrarci.Il problema piu' grande di questo disastro e' che il governo oltre a non far nulla per arginare questo fenomeno,sottrae sempre piu' soldi al mezzogiorno,con la scusa di vari interventi urgenti.L'effetto lega e' sempre piu' evidente. http://maroneonis.blogspot.com/?spref=fb
Nome: nico ----- Data e ora: 18/01/2010 - 21.49.14 ----- Titolo: Partiti Comunisti e Operai del Mediterraneo Meridi Incontro straordinario dei Partiti Comunisti e Operai del Mediterraneo Meridionale e Orientale, della Regione del Golfo e del Mar Rosso
Atene, 19-20 Agosto 2006 http://www.solidnet.org
22 Agosto 2006 Dichiarazione alla stampa
Un incontro straordinario dei Partiti Comunisti e Operai del Mediterraneo Meridionale e Orientale, della Regione del Golfo e del Mar Rosso si e' tenuto ad Atene il 19 e 20 Agosto, ospitato dal Partito Comunista di Grecia con la partecipazione della Tribuna Democratica Progressista di Bahrain, del Partito Tudeh dell’Iran, del Partito Comunista di Israele, del Partito Comunista Giordano, del Partito Comunista Libanese, del Partito del Popolo Palestinese, del Partito Comunista Sudanese, del Partito Comunista Siriano. All’incontro erano presenti anche il Partito Comunista di Cuba, AKEL di Cipro, il Partito Comunista Unificato della Georgia, il Partito Comunista Portoghese, il Partito Comunista della Federazione Russa e il Partito Comunista di Turchia, mentre alcuni altri partiti che non hanno potuto presenziare hanno espresso il loro sostegno inviando messaggi.
I partecipanti hanno condannato la politica degli USA e delle altre potenze imperialiste basata sullo sfruttamento e la violazione dei fondamentali diritti democratici e civili. Tale politica e' la causa reale dei conflitti e dell’instabilita' nella regione. I comunisti e le altre forze antimperialiste si oppongono fermamente a cio', lottando contro la guerra imperialista, per i diritti del popolo lavoratore, per la pace, la democrazia e il socialismo.
L’incontro e' scaturito dall’esigenza di esaminare la situazione, di scambiare opinioni e di assumere iniziative di solidarieta' con i popoli del Libano, della Palestina e di altri paesi della regione che stanno lottando contro le ingiuste e aggressive operazioni militari di Israele e contro il tentativo di realizzare i piani USA-NATO per il “grande Medio Oriente”. I partecipanti hanno evidenziato e condannato l’aggressione israeliana al Libano del 19 Agosto e le violazioni dello spazio aereo libanese, fatti che provano come la risoluzione 1701/2006 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU incoraggi l’aggressivita' israeliana.
I rappresentanti dei partiti hanno salutato l’eroica resistenza e lotta del popolo libanese e l’eroico comportamento del PC di Israele e delle altre forze progressiste del paese favorevoli alla pace; essi hanno reso omaggio alla resistenza del Partito Comunista Libanese e ai suoi sacrifici nell’ambito della Resistenza Nazionale Libanese. I rappresentanti dei partiti hanno anche salutato la lotta del popolo palestinese e il contributo apportatovi dal Partito del Popolo Palestinese.
I rappresentanti dei partiti presenti hanno anche salutato il massiccio movimento mondiale di solidarieta' e di protesta e valorizzato il significato internazionale della dichiarazione congiunta del 20 luglio 2006 di 71 Partiti Comunisti e Operai in solidarieta' con i popoli sofferenti di Palestina e Libano. I partecipanti hanno messo in rilievo le responsabilita' degli USA e delle altre potenze imperialiste che con il loro comportamento hanno incoraggiato le azioni omicide dell’esercito israeliano. Il fatto che il governo di Israele e i suoi alleati non siano stati in grado di realizzare i loro obiettivi in questa guerra dimostra le enormi potenzialita' del movimento di resistenza dei popoli, malgrado il difficile rapporto di forze in campo militare.
I rappresentanti dei partiti hanno denunciato il comportamento di quelle forze che in nome dell’ “imparzialita'” in realta' hanno aiutato l’aggressione. I partecipanti hanno ben accolto la posizione antimperialista della Siria. Essi hanno sottolineato le responsabilita' di quei governi che non hanno condannato quanto e' avvenuto e che non hanno assunto misure efficaci per far cessare gli attacchi, secondo quanto era richiesto dai trattati e dal diritto internazionale. Essi hanno rilevato che gli USA e le altre principali potenze imperialiste stanno usando gli attuali rapporti di forza negativi nell’ONU per legittimare i loro interventi, per imporre il diritto della forza e per promuovere i loro piani e interessi a spese dei popoli.
I partecipanti, come del resto tutti i popoli progressisti, hanno rifiutato l’argomento degli invasori secondo cui l’attacco sarebbe stato attuato nell’esercizio di un presunto diritto all’ “autodifesa”. E’ stato rilevato che in tale frangente la maggioranza delle vittime e' risultata essere di civili, che sono stati colpiti ospedali e case e che sono stati effettuati migliaia di arresti illegali di prigionieri politici, tra i quali si trovano ministri e rappresentanti eletti del popolo palestinese. Questo attacco, insieme all’ingiusta guerra contro il popolo dell’Iraq e alle minacce degli USA e dei loro alleati contro altri popoli della regione, come quelli dell’Iran e della Siria, e' indirizzato a stroncare ogni resistenza popolare che sta lottando giustamente contro le invasioni straniere e le forze di occupazione e per l’inalienabile diritto di un popolo ad essere padrone del proprio destino, a difendere la liberta', l’indipendenza e l’integrita' territoriale del proprio paese, a ricercare cambiamenti sociali e politici in direzione del socialismo. E’ stato notato che per promuovere efficacemente la direzione antimperialista delle lotte, le forze politiche popolari, progressiste e popolari devono essere in grado di conquistare una posizione egemone. L’incontro ha riconosciuto anche la necessita' di rafforzare i Partiti Comunisti e Operai, affinché possano mettersi alla testa del piu' ampio fronte di resistenza contro l’imperialismo, lo sfruttamento di classe e l’oppressione. Solo cosi' la lotta popolare potra' avere successo a livello nazionale, regionale e internazionale.
I partecipanti all’incontro condannano tutti gli sforzi che sono stati fatti per ritardare l’emissione di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza. Essi hanno espresso il loro disaccordo rispetto alle clausole della risoluzione 1701/2006 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, dal momento che essa e' l’espressione dello sforzo degli USA teso a concedere ad Israele cio' che non e' riuscito ad ottenere con il suo attacco. E’ stato anche rilevato che la risoluzione da' ad Israele il diritto di rivendicare il fatto di agire per “autodifesa”. Allo stesso tempo, Israele continua ad intervenire negli affari interni del Libano in merito alla questione del disarmo, nonostante il fatto che il popolo libanese, le forze politiche e il governo del Libano ritengano che tale questione riguardi il dialogo nazionale interno. I partecipanti hanno anche rifiutato le enunciazioni riguardanti lo spiegamento della forza internazionale e il suo mandato, in particolare perché si da' il diritto di realizzare gli obiettivi stabiliti da Israele. I partecipanti fanno appello ai paesi perché si astengano dal partecipare con truppe che ricevano tale mandato.
I rappresentanti dei partiti rilevano il fatto che il lungo processo che ha portato a questa risoluzione mostra con sufficiente chiarezza l’acutezza della competizione tra le maggiori potenze imperialiste per le sfere di influenza e dominio. I partecipanti hanno sottolineato la necessita' di lavorare attivamente per la creazione di un fronte unito politico e sociale nella regione con il sostegno internazionale di altri partiti, movimenti e organizzazioni, contro il piano imperialista per il “grande Medio Oriente” e la sua presunta democratizzazione. I comunisti si pongono all’avanguardia della lotta per la democrazia e per la promozione degli interessi popolari, fronteggiando i tentativi di forze politiche che potrebbero cercare di sfruttare la situazione, descrivendo sé stesse come tutrici e “protettrici” dei popoli, pur essendo in realta' motivate dai propri interessi e dalla loro competizione con gli USA.
I partecipanti, alla luce dei piu' recenti sviluppi, hanno espresso il loro disappunto in merito ad un’ulteriore scalata dell’aggressivita' israeliana contro i palestinesi e gli altri popoli della regione.
Nell’affrontare questa situazione, i partecipanti hanno ritenuto che il movimento internazionale di solidarieta' con i popoli di Libano e Palestina e dell’intera regione debba essere ulteriormente rafforzato, insieme al sostegno alla lotta delle forze progressiste e democratiche della regione per la democrazia, la liberta' e la giustizia sociale.
Essi hanno evidenziato la necessita' di intensificare la lotta per difendere l’indipendenza nazionale e l’integrita' territoriale di tutti i paesi contro ogni intervento imperialista, con qualsiasi pretesto avvenga.
I partecipanti richiedono:
- L’immediata cessazione del fuoco e l’immediato ritiro delle truppe israeliane dai territori libanesi, comprese le fattorie di Sebaa e l’immediato rilascio dei prigionieri libanesi. Essi inoltre condannano la violazione dello spazio aereo e terrestre e delle frontiere del Libano e richiedono la rimozione del blocco aereo, terrestre e marittimo del Libano da parte di Israele.
- Il ritiro dell’esercito israeliano da tutti i territori palestinesi, libanesi e siriani occupati dal 1967, il completo smantellamento degli insediamenti, la demolizione del muro israeliano e la creazione di uno Stato palestinese con capitale Gerusalemme Est, accanto ad Israele.
- L’immediato rilascio di tutti i prigionieri politici libanesi, palestinesi e altri arabi, e l’immediata rimozione dell’assedio e del blocco dei territori palestinesi.
- L’immediato rilascio dello speaker del Parlamento palestinese e di tutti parlamentari e ministri che sono stati presi in ostaggio da Israele.
- Un Medio Oriente senza armi nucleari.
L’incontro ha approvato una serie di iniziative e azioni congiunte che comprendono:
- Una delegazione congiunta di rappresentanti dei Partiti Comunisti e Operai in Libano, Palestina e Israele.
- L’azione congiunta dei nostri partiti nel Parlamento Europeo e nell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa. L’invito a prendere parte alle sessioni del Parlamento Europeo esteso ai rappresentanti dei Partiti Comunisti e Operai della regione, in particolare a quelli di Libano, Palestina e Israele.
- L’organizzazione di azioni congiunte e di mobilitazioni dei partiti intorno alla meta' di settembre. L’utilizzo di eventi di massa, festival, ecc. per esprimere solidarieta'.
- La pressione su ogni governo che non condanni l’aggressione israeliana.
- La richiesta di riparazione a Israele e la condanna dei responsabili di crimini di guerra, con ogni metodo legale o utilizzabile.
- L’intensificazione della solidarieta' e delle azioni congiunte anche in occasione dell’Incontro Internazionale dei Partiti Comunisti e Operai che sara' ospitato dal PC Portoghese a Lisbona il 10-12 Novembre 2006.
- L’incoraggiamento della cooperazione tra le organizzazioni giovanili dei nostri partiti per la condanna degli interventi e delle guerre imperialisti mediante manifestazioni comuni, attivita' specifiche, ecc. L’organizzazione di un campo internazionale nel Sud Libano e la partecipazione allo sforzo di ricostruzione.
- Il sostegno agli sforzi per incrementare l’aiuto umanitario, in cooperazione e coordinamento con il Partito Comunista Libanese.
- La continuazione delle dimostrazioni, delle mobilitazioni e delle manifestazioni di solidarieta'.
- Il sostegno alle iniziative di solidarieta' delle organizzazioni di massa, dei movimenti, dei sindacati, delle organizzazioni giovanili, contro la guerra imperialista in Libano, Palestina e Israele.
- Il sostegno alle piu' significative azioni e iniziative internazionali dei movimenti di massa e delle organizzazioni internazionali come WPC, WFDY, WFTU, WIFD, ecc.
Atene, 20 Agosto 2006
Traduzione dall’inglese per www.resistenze.org a cura del
Centro di Cultura e Documentazione Popolare
Partiti partecipanti
Tribuna Progressista Democratica (PDT) Bahrain
Partito Comunista di Cuba
AKEL – Cipro
Partito Comunista Unificato della Georgia
Partito Comunista di Grecia
Partito Tudeh dell’Iran
Partito Comunista di Israele
Partito Comunista Giordano
Partito Comunista Libanese
Partito del Popolo Palestinese
Partito Comunista Portoghese
Partito Comunista della Federazione Russa
Partito Comunista Sudanese
Partito Comunista Siriano
Partito Comunista di Turchia
Contributi scritti e messaggi inviati da
Partito Comunista di Egitto
Partito Comunista di Macedonia
Partito Comunista dei Lavoratori Ungherese
Partito Comunista di Palestina
Partito Comunista dei Popoli di Spagna
Partito Comunista Siriano
Partito Comunista Operaio di Russia – Partito dei Comunisti di Russia
Partito Comunista dell’Unione Sovietica
Partito Comunista di Ucraina
Unione dei Comunisti di Ucraina
Nome: mario ----- Data e ora: 17/01/2010 - 14.00.16 ----- Titolo: fronte del porto MOVIMENTO FRONTE DEL POPOLO.
LA PRESENZA DEL FRONTE DEL POPOLO AL NO MAFIA DAY DI ROSARNO.
Di Ivan Maellace.
L’appuntamento e' fissato per il 23 gennaio 2010 alle ore 11.00 davanti alla stazione ferroviaria di Rosarno. Due giorni dopo il NO MAFIA DAY di Reggio Calabria i giovani calabresi che hanno organizzato la fiaccolata per la legalita' hanno deciso di rivendicare la sovranita' popolare nella citta' vittima delle cosche della piana di Gioia Tauro. Una delle organizzatrici,Anna Leonardi,ha precisato “Volevamo farla il prima possibile,vogliamo far vedere subito che Rosarno,la provincia di Reggio Calabria e tutta la Calabria sono contro la mafia e sono solidali con chi si ribella”.Fronte del Popolo sara' presente per rivendicare la necessita' di lotta allo sfruttamento e all’imprenditoria criminale che ha dissanguato il territorio e ridotto in schiavitu' i lavoratori stagionali della piana di Gioia Tauro.
La manifestazione dei lavoratori stagionali agricoli di Rosarno e' stata una ribellione alla criminalita' organizzata che gestisce il mercato del lavoro nella piana e soprattutto e' stata un ribellione al predominio culturale dell’omerta' e all’ignoranza del razzismo.
Non siamo piu' disposti ad aspettare che le situazioni raggiungano il limite perché le istituzioni si occupino degli sfruttati e non siamo piu' disposti a sentirci dire che “erano stati stanziati dei fondi” oppure ascoltare la puntuale rassegna della Guardia di Finanza per l’incredibile lavoro svolto contro il lavoro nero.Questi numeri,peraltro scarni rispetto alla realta' che viviamo,non giustificano 2 mila persone ed oltre che vivono in stato di schiavitu' sotto agli occhi di tutti. Se la risposta della regione vuol dire mitigare gli effetti del predominio criminale nella zona non vogliamo neanche ascoltarla e non vogliamo ascoltare quei Rosarnesi che hanno detto di essersi comportati sempre in maniera umana,di aver anche fatto della carita'. Chi lavora per dodici ore al giorno ed oltre non deve avere nessun bisogno di carita' perché questo stato e' una repubblica democratica fondata sul lavoro e garantisce al lavoratore una vita dignitosa e una paga adeguata al lavoro svolto.
I cinque mandati di cattura emessi per schiavismo e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina non ci soddisfano perché sono arrivati tardi,dopo ben tre manifestazioni consecutive anno dopo anno, e perché non possiamo tollerare oltre che quelle aziende agricole che riscuotono puntualmente i fondi pubblici non rispettino la legge del nostro stato .La nostra e' una guerra alle mafie .Una guerra alle mafie violente della piana e una guerra alla mafia dei colletti bianchi sempre piu' intoccabili a causa della carenza di organico delle Prefetture calabresi e a causa delle scandalose manovre che si ripetono all’interno di queste prefetture che rendono impossibile il lavoro ai PM come Bruni.
Siamo stanchi di ascoltare le notizia relative ai proscioglimenti dalle accuse rivolte da De magistris.
Siamo stanchi di non ascoltare le notizie relative ai morti di cancro che aumentano esponenzialmente nella nostra regione.
Siamo stanchi del bollettino di guerra della malasanita' calabrese.
Siamo stanchi del nostro pesce disprezzato perche' i nostri mari sono stati avvelenati.
La nostra guerra vuole attaccare principalmente il grigiore della politica assuefatta alle condizioni odierne e rassegnata a mediare il danno. Non dimenticheremo quello che e' successo a Rosarno perché tutta la regione e' sfruttata dagli stessi oppressori e i soldi dei finanziamenti pubblici,i soldi rubati ai lavoratori stagionali non fanno altro che accrescere il predominio della criminalita' nella zona .Ora pretendiamo che sia creata un alternativa alla realta' quotidiano di violenza e sfruttamento,una alternativa alla cultura mafiosa predominante ad iniziare dal risarcimento delle vittime. Gli immigrati regolari e gli italiani,qualunque sia il colore della loro pelle,non hanno nessuna colpa in questo abominio e lo stato ha il dovere di risarcire le vittime.
Lo stato ha il dovere di premiare il lavoro e punire il furto perché non possiamo piu' tollerare il contrario e perché questo stabilisce la nostra legge e perché questa e' la lezione migliore da dare a chi e' rassegnato al predominio della mafia a casa nostra .Dobbiamo creare una realta' stabile di contrasto alla criminalita' che sia propositiva ed intransigente nei confronti della mafia di qualunque forma e di qualsiasi accento. Vogliamo delle risposte concrete dalle istituzioni alle nostre domande e non ci limiteremo alla consueta sfilata di buoni intenti perche' in questa terra e in questo paese siamo tutti degli sfruttati e non aspetteremo di diventare schiavi. Nell’immobilita' della politica regionale,l’unica via di uscita e' la partecipazione attiva di qualunque calabrese e di chiunque si trovi per lavoro nella nostra regione . Chiunque abbia a cuore le sorti di questa regione,oggi come mai ha il dovere di vigilare attentamente sulle gestione delle risorse e del territorio e pretendere l’immediato dipiano delle situazioni ambigue attraverso l’applicazione della legge perché la giustizia e soprattutto la mancanza di giustizia e' un problema che riguarda tutti noi.Il regime oggi si manifesta in tutto il suo potere nelle aule di giustizia di tutta Italia permettendo situazioni al limite ed oltre il limite della legge. Questo non possiamo piu' permetterlo perché oggi come mai sono i lavoratori e le fsce piu' deboli della popolazione a farne le spese. I nodi che legano la criminalita' alla politica si intrecciano nelle regioni del sud ma solo perché in una regione ormai dissanguata dimostrano tutta la loro debolezza.La criminalita' organizzata non e' solo un problema del sud e non dobbiamo farci convincere di questo perché la forza della mafia risiede nella vigliaccheria dell’anonimato e dell’intimidazione. Dobbiamo creare in collaborazione con tutti coloro che sono stanchi di non essere padroni sul territorio nazionale una dimensione onesta nella quale si possano sentire sicuri e ben accetti tutti coloro che vogliono tradire o semplicemente si voglio ribellare a una situazione ormai insostenibile.La condizione degli stagionali di Rosarno ha raggiunto un eccesso indicibile ma nel resto della regione e nel resto d’Italia la situazione non e' poi cosi' diversa.La presenza di Fronte del Popolo e' importante perché solo la democrazia partecipativa puo' vincere la complicita' della stasi politica e culturale nel paese.L’informazione e il movimento antimafia devono oltrepassare il limite della rete per dimostrare ai rassegnati che insieme e' possibile vincere la mafia e con essa la paura e lo sfruttamento.
Nome: nico ----- Data e ora: 17/01/2010 - 13.56.19 ----- Titolo: REGIONALI: LAZIIO BONINO E' REGALO PD A FINI 'Mi sembra che la candidatura di Emma Bonino nel Lazio sia un regalo del Pd a Fini'. Cosi' Paolo Ferrero, segretario del Prc, commenta l'appoggio dato da Bersani alla candidatura dell'esponente radicale nel Lazio.
'Bonino - spiega Ferrero parlando con i cronisti a Montecitorio - crea problemi a una parte del mondo cattolico, ma ne crea anche a noi sul piano sociale, anche perche' Polverini e' una sindacalista. Se andiamo a confrontarci su certi temi sociali, non so chi sia piu' a destra tra Polverini e Bonino'.
FERRERO COME AL SOLITO PER RAGIONI DI OPPORTUNITA' POLITICA HA CAMBIATO IDEA E APPOGGIA LA BONINO CONTRO LA POLVERINI.QUESTO E' QUELLO CHE RIMANE DI RIFONDAZIONE COMUNISTA O COME SI CHIAMA
Nome: Luca ----- Data e ora: 01/12/2010 - 16.26.10 ----- Titolo: Nuovo Blog Buongiorno, se vi capita andate a vedere il mio blog personale.
http://luca-78.blogspot.com
Tieniamoci in collegamento per partecipare a future iniziative, manifestazioni, sondaggi e (se vi va) lasciate qualche commento.
Non abbassiamo mai la guardia !!!
A presto!
Luca
Nome: nico ----- Data e ora: 01/11/2010 - 22.08.25 ----- Titolo: PROTESTA OPERAIA ALLA MAFLOW MILANO-Alcuni operai della Maflow, multinazionale che produce tubi per il condizionamento delle vetture, in particolare per la Bmw, sono saliti all'alba di lunedi' sul tetto della sede centrale dell'azienda a Trezzano sul Naviglio, in via Boccaccio 1, nel Milanese, mentre altri loro colleghi hanno presidiato l'azienda passando la notte all'interno e picchettando gli ingressi. L'obiettivo della protesta, spiega il sindacato di base Cub, e' contestare la decisione della casa automobilistica tedesca di sospendere gli ordini a partire dallo scorso mese di dicembre. La societa', gia' in amministrazione straordinaria in tutto il gruppo da maggio scorso, ha avviato la procedura per la vendita. «Bisogna innanzitutto che la Bmw ripristini gli ordini - ha detto Walter Montagnoli della Cub - e che il Ministero per lo Sviluppo economico emani le necessarie autorizzazioni per permettere la vendita dell'azienda»
La Maflow e' leader in Europa nella produzione di componenti per gli impianti di condizionamento delle principali case automobilistiche. Gia' di proprieta' del fondo Ilp Italian lifestyle (Hirsch & co.), il gruppo ha tre siti principali: a Trezzano sul Naviglio, Ascoli Piceno e in Polonia. Lo stabilimento milanese lavora su commesse che per l'80% arrivano dalla tedesca Bmw. Il sindacato milanese dei metalmeccanici spiega che «nonostante la crisi del settore dell'auto, per il 2009 ci sono ancora ordini per 300 milioni, ma i debiti accumulati presso le banche (in particolare Intesa Sanpaolo e Banca Popolare) portano il fondo proprietario a decidere di mettere in liquidazione l'azienda che, il 30 luglio scorso, entra in amministrazione straordinaria». La Fiom ha precisato all'inizio delle agitazioni, in novembre, che «a detta dei commissari ci sarebbero quattro soggetti interessati all'acquisizione del gruppo, ma la presenza in Polonia di un grande stabilimento simile a quello di Trezzano e il fatto che l'area su cui sorge e' gia' stata alienata e che l'immobile sia stato venduto ad una societa' del gruppo Unicredit sono delle pesanti ipoteche sul futuro del sito milanese». A tutto cio' si aggiunge che «Bmw ha recentemente deciso di spostare in Germania le commesse, che comunque sono sempre state evase puntualmente, nonostante la cassa integrazione straordinaria».
Sul posto si e' recato il vicesindaco Oliviero Camisani con l'assessore alle attivita' economiche, Sandro Napoletano e altri componenti della Giunta per confermare il sostegno dell'Amministrazione. Nei giorni scorsi, il sindaco Liana Scundi ha anche scritto ai suoi colleghi primi cittadini dei Comuni dove risiedono i dipendenti della multinazionale per chiedere loro di mettere in atto interventi di aiuto ai lavoratori. Si attende a giorni una nuova convocazione del tavolo istituzionale, costituito al ministro dello Sviluppo economico poco prima di Natale, al quale prendera' nuovamente parte anche il sindaco di Trezzano....
Nome: antonio d'angelo ----- Data e ora: 01/10/2010 - 21.36.33 ----- Titolo: Patria, socialismo o morte! Patria, socialismo o morte! Incontro e dibattito sulla Rivoluzione bolivariana e sul nuovo vincente socialismo del Venezuela
Patria Socialista organizza:
Incontro e dibattito sulla Rivoluzione bolivariana e sul nuovo vincente socialismo del Venezuela di Chavez
Sabato 23 gennaio 2010, ore 17,00
Magazzini Popolari Casalbertone, via B. Orero 61, Roma
Quasi due secoli fa il generale venezuelano Simon Bolivar combatté per emancipare l’America latina dal giogo colonialista. Sotto il vessillo nero della pirateria, un teschio con le tibie incrociate e la scritta, rossa “Liberta' o Morte”, che il Libertador portava con se nelle sue numerose campagne di Liberazione, si radunarono a migliaia gli oppressi e i popoli del Venezuela, del Peru', della Colombia, dell’Ecuador, di Panama. OGGI, i colori rossoneri tornano a sventolare, vincenti, nel Nicaragua sandinista, in Uruguay, nel Salvador mentre la Rivoluzione bolivariana riaccende le speranze di riscatto di tutti i popoli latinoamericani, fornendo nel contempo all’umanita' intera un esempio di dignita' e Resistenza al pensiero unico, allo sfruttamento capitalista, all’imperialismo.
Studiando il caso del Venezuela del colonnello Hugo Chavez, avanguardia insieme al suo popolo nella lotta per il socialismo, analizzeremo la storia, i contenuti e le aspettative del processo rivoluzionario del XXI secolo.
Interverranno :
Jose Luis Berroteran Acosta - ambasciatore venezuelano in Italia
Fabio Nobile – segretario PdCI Roma
PROMUOVE: Patria Socialista - www.patriasocialista.it
Il Circolo Bolivariano “José Carlos Mariategui” – Napoli - avendo gia' in passato, tenuto innumerevoli iniziative in appoggio alla esperienza della RIVOLUZIONE BOLIVARIANA E DI SOLIDARIETA' ALLA RESISTENZA ANTIMPERIALISTA DEI POPOLI DELL'A.L.B.A accoglie favorevolmente l'iniziativa eda' il proprio sostegno all' evento organizzato dai compagni di Patria Socialista, ritenedola un significatico momento di rottura del cordone "sanitario" che mezzi della disinformazione dei media al servizio dell'imperilaismo usamericano, hanno steso intorno alle nazioni ribelli del sudamerica, in special' modo
in torno alla REPUBBLICA BOLIVARIA DEL VENEZUELA E DEL SUO SOCIALISMO, punta avanzata della cosruzione del socialismo del XXI secolo.
Oltre ad essere presente all'incotro, invita anche i compagni di Napoli a fare pervenire la disponibilta' per una massiccia partecipazione all' incontro,partecipazione che e' ha il fattivo patrocinio del consolato di Napoli della Repubblica Bolivariana del Venezuela
Compagni,non possiamo mancare ....diamoci una mossa ..
Carissimi e ancor piu' care,
i compagni di Patria Socialista hanno avuto l'intelligenza di organizzare questo importante incontro a Roma il 23 gennaio, sarebbe interessate essere presenti da Napoli con una nutrita delegazione, magari organizzandoci collettivamente. Ne abbiamo la possibilita' e sicuramente l'interesse. Credo che sia importante anche per conoscere e socializzare con questa organizzazione di compagni che hanno altresi', avuto l'intelligenza e la sensibilita' di recuperare il patrimono storico di una pagina della realta' italiana, quella dell'arditismo popolare. Gli arditi del popolo, infatti, sono stati gli unici a tenere insieme, soprattutto militarmente, comunisti, anarchici e socialisti - in un epoca in cui i partiti ufficiali del movimento operaio erano schiavi del loro ottuso settarismo e/o elitismo sterile [anche se mai uguale, la storia si ripete...] - in quella necessaria unita' antifascista dell'epoca, arruolando nelle loro fila, i soldati, contadini ed operai, di ritorno dal fronte del massacro che e' stata la Grande Guerra.
Ricordando la figura di spicco del compagno Argo Secondari tra i principali ispiratori dell'organizzazzione militare e politica in opposizione al crescente paramilitarismo padronale delle squadre fasciste:
« ...Fino a quando i fascisti continueranno a bruciare le Case del popolo, case sacre ai lavoratori, fino a quando i fascisti assassineranno i fratelli operai, fino a quando continueranno la guerra fratricida gli Arditi d'Italia non potranno con loro aver nulla di comune. Un solco profondo di sangue e di macerie fumanti divide fascisti e Arditi »
(Dichiarazione di Argo Secondari all'assemblea degli Arditi del Popolo del 27 giugno 1921, riportata da "Umanita' Nova", Roma, 29 giugno 1921)
"Contro il patriottardo pescecanismo... la nostra patria e' ovunque siano popoli oppressi!"
(dalla sintesi di un documento della questura di Roma del 1921 fornito dalla spia infiltrata)
Gli arditi, dopo la prima guerra mondiale, si impegnarono militarmente a fermare l'infezione e l'infiltrazione fascista - che hanno sequestrato e rubato ai movimenti popolari, parole, atteggiamenti, posture, stili, financo simbologie - nel movimento operaio e di massa, e cosi' come ai partigiani dopo la seconda guerra modiale, non possiamo che rendere loro onore!
Arditi e Partigiani, SEMPRE!
(VIDEO) Marcia commemorativa partigiani
http://www.youtube.com/watch?v=nZH12yux9-I
(VIDEO) Marcia Commemorativa - Onore e gloria eterna ai caduti partigiani
http://www.youtube.com/watch?v=GT-bPrb6HJ0
http://www.patriasocialista.it/patriasocialista/wordpress/?p=379
Nome: antonio d'angelo ----- Data e ora: 01/10/2010 - 21.35.00 ----
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